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 2007  agosto 12 Domenica calendario

dal nostro inviato LUIGI OFFEDDU LONDRA – Se potessi liberarmi di questa prostituta, sarei felice», scriveva il capitano Rudolf MacLeod alla sorella Frida

dal nostro inviato LUIGI OFFEDDU LONDRA – Se potessi liberarmi di questa prostituta, sarei felice», scriveva il capitano Rudolf MacLeod alla sorella Frida. «Quanto mi fa soffrire! Non si cura di nient’altro che dei suoi piaceri, ed è scandalosa la sua negligenza come madre». La «prostituta » era sua moglie, Margaretha Geertruida Zelle in MacLeod. E i «suoi piaceri» non erano un segreto, era lei stessa a vantarli: uomini, ufficiali giovani e fieri come il marito. «Quelli che non sono ufficiali – avrebbe scritto molti anni più tardi – non mi interessano… Sì, ho avuto molti amanti, ma non ho amato che gli ufficiali: bei soldati coraggiosi, sempre pronti alla battaglia e nell’attesa, dolci e galanti». Avrà avuto dunque qualche ragione, il baffuto capitano Rudolf, a dannarsi l’animo per la gelosia. Ma lui? Lui la picchiava spesso, le sputava in faccia. Le regalò probabilmente la sifilide, poi trasmessa ai due figli. E certo non nascondeva le amanti indigene che l’esercito olandese concedeva ufficialmente ai suoi uomini nelle colonie da Batavia-Giakarta in giù, negli inferni conradiani dell’Equatore, per evitare la fuga nella bottiglia o la «tentazione innaturale» – come dicevano le circolari – dell’omosessualità: «La donna resta indispensabile per il soldato, e così il grado di astinenza è più un fatto di inclinazione naturale e di circostanze finanziarie, che di standard morali». Lui, il capitano Rudolf, beveva, picchiava, correva la cavallina: «Signori, è mia moglie! », ricordò indignato ai colleghi che guatavano la consorte in décolleté, al primo ricevimento sulla veranda. Ma la notte si coricò con la fantesca di 13-14 anni, che aveva la pelle bronzea come quella della moglie (Margaretha veniva spesso scambiata per una meticcia). Lui era un maschietto e un soldato dei suoi tempi, a cavallo fra l’800 e il ’900; tutto gli era permesso, nulla era tenuto a perdonare. Lei, Margaretha e un giorno Mata Hari, fucilata per spionaggio nel 1917, era invece una donna come nessun’altra, nella sua Belle poque: libera, e scandalosa; ma schiettamente scandalosa, innamorata del sesso e del lusso, cioè «prostituta» nella vulgata di allora. E morta forse proprio per questo, condannata dai pregiudizi del suo tempo e inchiodata da accuse prefabbricate: non perché fosse «la spia più astuta di tutti i tempi», non perché avesse mai rivelato grandi segreti militari al governo tedesco, causando la morte di 50 mila soldatini francesi, come invece avrebbero detto i suoi inquisitori. Questo almeno sostiene Pat Shipman, antropologa americana, ultima dei suoi molti biografi: «La cosa più importante da sapere su Margaretha Zelle è che lei amava gli uomini. E la cosa più cruciale, è che non amava la verità». Tutto il resto, «una creazione dall’inizio alla fine», il personaggio di una sceneggiatura «che lei continuamente riscriveva». Lei, e coloro che la circondavano. Lei, e lo spirito dei suoi tempi: con la regina Vittoria da una parte, Cecco Beppe o lo zar dall’altra, il caso Dreyfus, le suffragette ancora all’orizzonte, e Josephine Baker che si preparava a cingere il suo gonnellino di banane. Un mondo inamidato, ma percorso da molti sotterranei pruriti: in un mondo così, come poteva finire una provinciale olandese che – dice Pat Shipman – «telegrafava la sua sensualità » a ogni maschio nel raggio di 200 metri? Male, malissimo. E infatti, così fu. E forse non traditrice, ma tradita: proprio dai suoi amati uomini. Mata Hari Femme Fatale, labiografia appena pubblicata a Londra, rilegge il mistero alla luce di nuovi diari, lettere, carte degli archivi militari. Ma il mistero, tutto sommato, resta. E meno male. Una che scrisse «voglio vivere come una farfalla nel sole», ma poi diventò falena che si getta sulla fiamma, non può che restare mistero. Fino alla tomba, e oltre: la sua testa mummificata scomparve negli anni Cinquanta dal Museo di anatomia di Parigi, ancor oggi esistono dubbi sul suo vero nome. E nessuno seppe mai quanti furono i suoi (o le sue) amanti. Uno, fu il ministro della Guerra francese. Altri 53, gli uomini le cui lettere, grondanti canine implorazioni, furono ritrovate nella camera numero 131 dell’Elysée Palace Hotel, a Parigi, quando la silfide fu arrestata mentre faceva colazione in sottoveste (non nuda, come avrebbero scritto le cronache locali). Il primo fra tutti, quando lei aveva 16 anni, sarebbe stato il preside del ginnasio. Il secondo, il capitano MacLeod, conosciuto attraverso un’inserzione matrimoniale: «Mi chiedi se sono pronta a fare pazzie con te? – gli scrisse lei pochi giorni dopo – Beh sì, dieci volte e non una. Fra qualche settimana sarò tua moglie, siamo fortunati ad avere lo stesso ardente temperamento… Sii forte, per quando verrò da te. Ah, che giochi faremo, come ci divertiremo! ». Ma fu tragedia, subito. Un figlioletto morì, forse per la sifilide. E dopo il divorzio e qualche lavoretto in un circo, Margaretha divenne per sempre Mata Hari: una nomade invasata, il «serpente sacro», una ballerina ipnotica che si diceva figlia di una danzatrice indù, e che mai tolse il busto – sapeva bene di avere seni da bambina – ma svelò tutto il resto del corpo, elevando ad arte il gioco dei veli. E condendo musica ed eros con una sorta di pepe mistico: la religione, l’Oriente, un minestrone ubriacante per gli ometti in marsina. «Recito come recitano migliaia di donne, speculo sulla sensualità… faccio la coquette ». «Recitò» anche da spia: accettò i soldi di Berlino, ma quasi per gioco. Però il gioco, nell’Europa già in guerra, fu più grande di lei. L’ultima notte, a poche ore dalla fucilazione, il medico del carcere e la guardiana suor Louise le chiesero di danzare ancora, solo per loro. All’alba, mentre la portavano nel cortile dove l’attendevano dodici fucili puntati, si stupì compiaciuta per i tanti giornalis ti presenti: «Quanta gente… », mormorò. Sarebbe una pura leggenda, che abbia mandato baci ai dragoni zuavi del plotone d’esecuzione. Ma morì davvero in piedi, la «prostituta» dalla pelle di bronzo, la farfalla bruciata nel sole.