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 2007  agosto 12 Domenica calendario

Che fine sta facendo il lavoro dipendente? Sui giornali si legge sempre di fatturati, margini operativi, profitti, perdite, mezzi propri, debiti

Che fine sta facendo il lavoro dipendente? Sui giornali si legge sempre di fatturati, margini operativi, profitti, perdite, mezzi propri, debiti. Assai meno del lavoro. E’ capitato anche con l’informazione sull’ultimo annuario di R&S, la società di ricerche e studi di Mediobanca, sulle prime 50 società italiane quotate, rappresentative del 90% della capitalizzazione delle Borsa di Milano. E’ l’effetto, probabilmente, della prevalenza del capitale finanziario che, diversamente da quello industriale, pone al centro dell’attenzione lo shareholder value, il valore per l’azionista per lo più concepito a breve termine. E che dunque determina un pensiero unico il quale a sua volta riflette, come rivelano i dati di R&S, la progressiva emarginazione delle retribuzioni nella ripartizione del valore aggiunto tra lavoro, creditori finanziari, azienda, fisco e azionisti. Per valore aggiunto, e cioè per la ricchezza generata dall’impresa, R&S intende il saldo tra il fatturato e il costo di materie prime, servizi e spese generali: il minor peso del lavoro – lo diciamo subito – non è pertanto imputabile all’impennata dei prezzi delle commodities. La tendenza all’emarginazione del lavoro , in verità, risale agli anni Novanta. Per qualche anno è stata la fisiologica conseguenza del ritorno al profitto delle imprese. Ma poi è proseguita e si è accentuata. Ebbene, tra il 2002 e il 2006 i 38 gruppi cosiddetti industriali censiti (banche e assicurazioni escluse, insomma) hanno aumentato da 79,7 a 107,9 miliardi di euro il valore aggiunto aggregato prodotto nell’anno. La quota destinata al lavoro è quasi ferma in cifra assoluta (da 32,5 a 33,2 miliardi) e così la sua incidenza sul valore aggiunto cala dal 40,8 al 30,8%: 10 punti in meno in 5 anni sono tanti. Grazie al buon andamento delle imprese e ai bassi tassi d’interesse, i debiti sono addirittura calati in cifra assoluta, talché l’incidenza del loro costo, già modesta rispetto ai primi anni Novanta, si è vieppiù ridotta dal 6,5 al 5,6%. Un tempo, quando il denaro era caro, il primo indicatore che si guardava era il rapporto tra oneri finanziari e fatturato. Ebbene, siamo ormai scesi all’1,7%. L’avanzo, che si è così creato, è andato ai profitti lordi che passano dal 52,7 al 63,6% del valore aggiunto. Se si suddividono questi profitti lordi per imposte, dividendi e accantonamenti, si scopre che, almeno in apparenza, la parte del leone la fa l’Erario. Le imposte infatti balzano da 3,1 miliardi, pari al 3,9% del valore aggiunto, a 19,7 miliardi, pari al 18,3%. Questo è dovuto al generale miglioramento dei risultati, ma soprattutto all’Enel, la cui «cartella fiscale » aumenta da 600 milioni a 2 miliardi, a Telecom, che da un recupero fiscale di 2,2 passa a imposte per 2,5 miliardi, e all’Eni che balza da 3,1 a 10,5 miliardi per il 79% pagati a Stati esteri per l’estrazione di idrocarburi. Ma interessante è l’incremento del monte dividendi da 8 a 14,4 miliardi, ovvero dal 10 al 13,3% del valore aggiunto, mentre il valore che resta in azienda aumenta in cifra assoluta da 30,8 a 34,6 miliardi, ma flette in proporzione dal 38,7 al 32%. Contrapporre lavoro a capitale è un residuo novecentesco di sapore marxista, e tuttavia il dato dovrebbe consigliare alle rappresentanze politiche del lavoro dipendente – al partito democratico, ma anche alla sinistra radicale – di ripensarne la tutela in un contesto più ampio dell’impresa o della categoria industriale che non possono evitare la competizione globale: il sindacato funziona ormai sempre meno se è vero che il costo del lavoro unitario delle 38 grandi imprese in Italia è aumentato del 12,8% a fronte di un incremento del 14,6% dei prezzi alla produzione.