Stefano Agnoli, Corriere della Sera 12/8/2007, 12 agosto 2007
MILANO
Pronti, via, il primo luglio è arrivato ma gli effetti della liberalizzazione del mercato elettrico non si sono visti. stata una falsa partenza?
«Più che altro i nuovi attori sono ancora fermi ai blocchi, in attesa di conoscere il contenuto dei provvedimenti di legge che determineranno gli assetti del mercato. Penso che entro fine anno avremo un’idea più chiara e le vere offerte in concorrenza con l’Enel arriveranno».
Eppure la scadenza del primo luglio era ampiamente nota. Che cosa è accaduto: intasamento legislativo, lobby al lavoro o tutte e due le cose?
«Il disegno di legge Bersani è arrivato in Senato con grande anticipo, ma poi è stato necessario un decreto per rispettare la scadenza. Lobby al lavoro? C’è da aspettarselo su un tema così importante. Noi auspichiamo che quanto prima ci possa essere un quadro chiaro e trasparente».
Ma è una liberalizzazione vera?
«Sinora è stato così: sul mercato elettrico italiano, rispetto ad altri in Europa, c’è molta più competizione sia nella produzione che nelle forniture alle imprese».
Di bollette meno care però non si parla proprio. Vogliamo sfatare una volta per tutte il mito che liberalizzazione dell’energia è sinonimo di prezzi più a buon mercato?
«Diciamo invece che la condizione necessaria per avere prezzi competitivi è disporre di una pluralità di operatori di mercato. In Italia ora non mancano, e non è l’assenza di concorrenza a determinare il livello dei prezzi ».
E allora che cosa?
«Sono i costi di produzione e i costi di importazione dei combustibili. Nelle centrali a gas, ad esempio, l’Italia è molto competitiva, perchè ha investito massicciamente e dispone di tecnologie di ultima generazione. Rispetto alle vecchie centrali ad olio di 10 anni fa i prezzi sono già calati del 15-20%. Ma non c’è nessuna speranza che scendano ulteriormente se non scendono quelli del petrolio. Come paese poi abbiamo poco carbone e niente nucleare, che hanno costi di produzione più bassi».
Quindi quali speranze, se ce ne sono, per i «neo-liberalizzati»?
«Il consumatore dovrà districarsi tra molte offerte e non sempre sarà facile capire i reali vantaggi rispetto alle vecchie tariffe. Più che di sconti, le nuove offerte sembrano oggi rivolte su combinazioni di prodotti, ad esempio elettricità e gas. Anche se il prezzo del kilowattora non sarà molto diverso, si possono aiutare gli utenti a risparmiare energia e quindi a spendere meno».
Con carbone e nucleare invece le cose andrebbero meglio?
«Non dimentichiamo gli impegni di Kyoto: se il carbone pagherà un pedaggio, come è inevitabile, per le emissioni di anidride carbonica, allora la sua competitività rispetto al gas si riduce drasticamente. L’energia nucleare, anche quella di nuova generazione che è più cara, si produce a costi competitivi con quelli del petrolio e non emette Co2».
Quindi il nucleare sarebbe una via obbligata se si vuole pagare meno e inquinare meno?
«Dobbiamo investire di più sul risparmio energetico e non possiamo continuare ad ignorare il nucleare. Ma, prima di produrre energia atomica l’Italia deve risolvere il problema delle scorie delle vecchie centrali. Solo allora potrà pensare di affrontare la questione di possibili nuovi siti. E comunque una centrale nucleare non si potrebbe vedere che verso il 2020 per i tempi di autorizzazione e costruzione».
Intanto dovremo sorbirci un altro inverno difficile sul fronte dell’emergenza gas. vero che quest’anno i rischi saranno ancora maggiori?
«Direi di sì, perché nel frattempo sono state realizzate nuove centrali a gas e la domanda crescerà.
C’è da sperare in un altro inverno mite, perché se fosse rigido come due anni or sono o anche solo "normale" potremmo avere dei problemi seri».
Dopo la fusione Aem-Asm il risiko delle municipalizzate sembra entrare nel vivo, arrivano nuovi concorrenti per voi?
«Intanto credo che le aggregazioni, per le aziende comunali, siano un processo necessario per poter reggere sul mercato. E noi lo vediamo con favore, perchè con le ex municipalizzate abbiamo maggiori motivi di complementarietà che di concorrenza. Noi siamo più forti nella produzione elettrica e nell’approvvigionamento di gas, loro nella distribuzione e vendita ».
I patti tra italiani e francesi su Edison scadranno nel 2008, ma già iniziano a circolare dichiarazioni e ipotesi su ciò che accadrà in futuro. Maggior peso agli azionisti italiani, o addirittura una divisione di assets. Che ne dice?
«Direi che in questi anni i patti esistenti hanno funzionato bene, non ci sono mai state controversie su decisioni da prendere, le strategie della società sono ampiamente condivise dai soci, Edison è in pieno sviluppo anche sui mercati esteri e i risultati, lasciatemelo dire, sono eccellenti. Per quale motivo i soci di Edison dovrebbero non rinnovare i patti?».
E le ipotesi relative a una possibile scissione, un po’ di centrali e di gas agli italiani e un po’ ai francesi?
«Spezzatino? Ricetta indigesta e non vedo in giro cuochi desiderosi di cucinarla. E non dimentichiamo gli interessi degli azionisti terzi. Edison è ritornata ad essere un grande operatore energetico nazionale in piena crescita: non è interesse di nessuno diminuirne la forza competitiva».
10
miliardi di euro, il valore di Borsa del gruppo italo-francese Edison