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 2007  agosto 12 Domenica calendario

NEW YORK

«Michael Gerson ha scritto tutti i più memorabili discorsi post 11 settembre di George W. Bush», scrive Bob Woodward a pagina 342 del suo bestseller «State of Denial: Bush at War, Part III».Rilanciando una tesi (ripetuta per anni dai media), che ha permesso a Gerson di aggiudicarsi lucrosi contratti editoriali, rubriche su Newsweek e
Washington Post e una Senior fellowship al prestigioso Council on Foreign Relations.Ma ad un anno dal suo addio alla Casa Bianca, dove lavorò come «speechwriter» e consigliere di Bush dal ’99, il mito di Gerson è in frantumi. « un bugiardo, vanaglorioso, ingrato che si è preso tutto il merito per i discorsi scritti da altri », punta il dito in un’arringa di 10 pagine sull’Atlantic Monthly
uno dei suoi più stretti collaboratori, Matthew Scully. Che sarebbe il vero autore fantasma, mai riconosciuto, dietro il bushismo, insieme a John McConnell, un altro membro del team di cui Gerson era solo il capo e il volto «pubblico».
La tesi era già stata avanzata dall’autorevole David Frum, ex speechwriter di Bush. Sostiene che a coniare la leggendaria frase «asse del male» per descrivere gli stati canaglia Iraq, Iran e Corea del Nord, (inaugurata da Bush nel celebre discorso sullo stato dell’Unione del 2002) non è stato Gerson ma Scully.
Non sue anche le metafore sullo «smoking gun/mushroom cloud», il «Conservatorismo compassionevole» e l’accorata preghiera recitata da Bush alla National Cathedral dopo l’11 settembre: «Dolore, tragedia e odio sono passeggeri. Il bene, la memoria e l’amore non hanno fine. E il Signore della vita protegge tutti quelli che muoiono e chi resta a piangerli».
Quest’ultimo era il suo discorso preferito, ha ripetuto in innumerevoli interviste Gerson. Un uomo profondamente religioso, – nel 2005 il settimanale Time lo nominò tra i 25 evangelici più influenti del Paese – che dopo la laurea alla Westminster Christian Academy ha sposato Dawn Soon, una ferrea repubblicana e cristiana devota da cui ha avuto due figli. Neppure l’infarto che quasi lo mandò all’altro mondo, nel 2004, a soli 39 anni, è riuscito a fermare quella che lui stesso ha descritto come «una crociata personale in nome del bene e della giustizia». Nella pratica le cose sono un po’ diverse. «Un giorno c’istruì di togliere il nostro nome da una bozza di discorso che dovevamo mandare alla Casa Bianca», racconta Scully, «Tanto non sanno che siete coinvolti», spiegò Gerson, che si ricordava di riconoscere il contributo dei suoi collaboratori «soltanto nei testi più marginali».
«Penso che la Casa Bianca guardi alla mia scrittura come al servizio buono di porcellana da tirare fuori solo in rare occasioni», si pavoneggiava, animato da «una vanità folle», e «un’illimitata volontà di autopromuoversi». «Eravamo tutti presenti quando, il 13 settembre, Bush disse ai suoi collaboratori "Ragazzi siamo in guerra"», racconta ancora Scully, «ma nel rievocarla sul Post, Gerson trasformò la frase in: "Mike, siamo in guerra"».
Uno degli episodi più brucianti è legato al famigerato «asse del male». Mentre Scully e McConnell erano intenti a lavorare sul contenuto del discorso sullo stato dell’Unione, Gerson posava tranquillamente per le tv, prendendosi i meriti dell’imminente discorso di Bush. «Ci risiamo», commentò in coro il personale della West Wind, dove tutti conoscevano il «vizio di Gerson».
Tutti, tranne, forse, i capi. Ieri la Casa Bianca ha fatto quadrato attorno a Gerson, difeso come «la vittima di colleghi gelosi ». Il capo di gabinetto Joshua B. Bolten e il suo vice Karl Rove hanno chiamato entrambi la redazione del Washington Post,
non sollecitati, per smentire «le cattiverie prive di alcun fondamento ». Ma a dargli contro, dalle pagine dell’ultraconservatrice
National Review è anche un autorevole neocon come Ramesh Ponnuru, secondo il quale l’eredità di Gerson è compromessa per altri motivi. «Gerson ha avuto più rilievo dei suoi predecessori perché i discorsi di Bush hanno difeso e definito la politica del presidente più delle sue conferenze stampa e portavoce», spiega Ponnuru, «hanno insomma annunciato nuove politiche mai implementate, rendendo tali discorsi più vacui e ininfluenti che mai».