Pierangelo Sapegno, La Stampa 11/8/2007, 11 agosto 2007
Finirà quest’estate, anche per l’onorevole Mele. Adesso è qui che guarda sua moglie Adele, al secondo piano dell’ospedale di Ostuni
Finirà quest’estate, anche per l’onorevole Mele. Adesso è qui che guarda sua moglie Adele, al secondo piano dell’ospedale di Ostuni. Sta per nascere una bambina, e la chiameranno Angelica. Lui le tiene la mano. Parla piano, finché la voce non gli si riduce a un gracidio: «Stai tranquilla, sono qua io». Lo dice con una strana sensazione, come se temesse che qualcuno potesse sentirlo. Il fatto è che in questi giorni è solo lei che consola lui, lei che gli dice «vedrai, passerà», lei che gli fa forza, lei che lo ammonisce: «Tutto il mal non vien per nuocere». L’estate incredibile dell’onorevole Mele va avanti così, perché è finita in quel bivio assurdo che separa la vita dalla paura, il clamore dal silenzio, la luce dal buio. E anche il riso dal pianto. Oggi persino il vertiginoso enigma della predestinazione - come può l’uomo possedere il libero arbitrio senza violare la perfetta libertà di Dio? - sembra svanire per l’onorevole Mele nell’impetuosa e torbida infelicità dello scandalo. Qual è l’attimo impercettibile che ha capovolto la sua vita? Quale la vera causa? Nella sua terribile estate, l’onorevole Mele esce dalla sua villa blindata, fa mettere una Pantera delle guardie davanti all’ospedale per proteggere sua figlia Angelica che sta per nascere e poi va nella casa bunker di suo fratello, dove vivono nascosti mamma Cecilia e papà Cotrino, dietro a questo prato con le palme e i bitosferi. Al mattino, prendendo bramosamente l’unico caffè che la mamma gli mette davanti sul tavolo della cucina, nel retro della casa, ascolta quasi stranito il racconto che lei gli fa dell’ultimo giornalista che ha bussato alla porta: «Mi ha detto, signora sono un amico di suo figlio. Lei l’ha perdonato?, mi ha chiesto. Certo, è mio figlio». Lui guarda in silenzio. Suo padre, che è molto malato, con quel corpo un po’ ingobbito e umiliato, gli dà la reale sensazione di quello che sta accadendo davvero, della tempesta che soffia fuori di qui. Solo che in quella bufera, tutti i suoni della vita sembrano lievi e opachi, come se sotto non avessero più la cassa armonica. Infiacchito per la vizza calura dell’estate, sotto un cielo a volte bianco come uno schermo vuoto, l’onorevole Mele porta le sue memorie e le sue angosce per il paese, passando davanti ai manifesti che hanno fatto affiggere quelli dell’Unione («Carovignesi, ritroviamo il nostro orgoglio. L’on. Mele deve dimettersi») e nello stesso tempo varcando la soglia di una scena quasi irreale, con la gente che sbuca fuori dal negozio di lavanderia e dal barbiere, dentro questo spazio luiminoso ritagliato fra le quinte dei palazzi, per osannarlo e acclamarlo, qui, nella argentea oscurità della prima sera, persino di fronte alla sede dei rivali e alle loro bandiere, come se in fondo davanti allo scandalo che lo sta angosciando contasse soprattutto la confessione pubblica di un peccato, così ancestralmente cattolica, e l’esibizione virile che essa comporta, così meridionale, invece, così passionale. La signora Lucrezia lo abbraccia: «Continua così». E lui: «Beh, proprio così...». Un’altra gli urla dietro «lei è il nostro idolo» e l’impiegata comunale Antonella Prodi dice addirittura che «lui è il dio del paese». Poi, nell’aula del consiglio, in Municipio, gli s’avvicina l’architetto Saponara dei ds per sussurrargli «tutta la mia solidarietà». In realtà, anche tutto questo al povero onorevole non sembra nient’altro che una parte di quell’incubo e dello stesso incubo, come le telefonate degli amici («sei stato grande, bravo»), quelle del presidente Francesco Cossiga e di Emilio Fede, e perfino di un industriale di Milano che manco sapeva chi fosse: «Volevo dirle che lei è diventato un mito». Non servono a niente. Lui ricorderà invece bene il primo giorno di quest’estate incredibile, lunedì mattina, quando s’è presentato a casa con le valigie e la moglie Adele gli è passato accanto senza guardarlo, con quel suo pancione da 9 mesi e un broncio lungo così. Un giorno passato nel silenzio assoluto, mentre lui vagava per la villa, senza sapere dove andare a posarsi, e senza riuscire a parlare con lei. C’è voluta tutta una sera e tutta una notte: «Il tempo guarirà questa ferita. Però, so che sei una donna bella dentro e che mi potrai perdonare». Il martedì andava già meglio. Lei è andata dal medico e nella sala d’aspetto c’era l’ultimo numero di Oggi, con l’intervista a Francesca, la donnina dello scandalo. La signora Adele è tornata col broncio. E il papà di Cosimo gli ha detto: «Avrei preferito morire prima di sapere questa cosa». Così l’incredibile estate dell’onorevole Mele si consuma nei suoi giorni di penitenza. Sui giornali Francesca rilascia interviste. E lui va da Cosima Piliego, volontaria della San Vincenzo di Brindisi, medico dell’ospedale e laureanda in teologia con la specializzazione sugli angeli, ardente devota di Papa Ratzinger, che gli deve parlare di una manifestazione a San Michele Salentino per la prevenzione sul cancro, e poi fare un certo discorsetto: «Sii più severo con te stesso e che questa brutta esperienza ti aiuti a crescere». Come se fosse possibile, pensa lui. Nella notte di stelle, quando anche i giornalisti sono andati a dormire, esce sul suo prato, fra le palme e l’alloro e gli ulivi, e vaga di fronte al mare senza riuscire a dormire, leggendo un libro di Ravasi sotto alla fioca luce e scrivendo un diario di pensieri e dolori, così, a penna, come facevano gli antichi: «Il vero problema di questa società violenta è che è più violenta ancora di quello che appare. La verità non interessa a nessuno, e cercano tutti solo lo scandalo e il fango...». Quando scarabocchia le ultime parole è già mattino. E ricomincia a girare. Il mare, il silenzio, gli amici. Gli raccontano che suo padre al bar stava per fare a botte perché ha sentito parlare di lui. Non sapeva neanche che cosa stessero dicendo. Don Giovanni l’arciprete lo aspetta in Chiesa e gli dice che deve calmarsi. «Ma io sono calmo», risponde l’onorevole Mele. Sta per nascere Angelica, e prima o poi quest’estate sarà finita. Don Giovanni gli dice che il Cristo risorto fu visto qua e là. Mangiò del farro di miele, mostrò la sua ferita all’incredulo Tommaso. Poi uscì. Anche l’onorevole Mele vorrebbe andar via, ha solo paura che arrivi la notte, perché qualcuno potrebbe arrotolare la volta del cielo e farne cadere le stelle. Poi, finirà quest’estate. E l’autunno sarà spoglio e freddo. Stampa Articolo