Tito Boeri, La Stampa 11/8/2007, 11 agosto 2007
Un anno fa, pochi giorni prima di Ferragosto, arrivavano i dati sulla crescita nei primi sei mesi del 2006
Un anno fa, pochi giorni prima di Ferragosto, arrivavano i dati sulla crescita nei primi sei mesi del 2006. Erano dati nettamente migliori delle previsioni. Confermavano che l’economia italiana stava uscendo dalla fase di ristagno, dalla crescita zero, dei cinque anni precedenti. Il Parlamento aveva appena varato un Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) molto ambizioso che prevedeva sulla carta importanti misure di contenimento della spesa pubblica (su enti locali, sanità, pubblico impiego e previdenza) e impegnava la manovra finanziaria per il 2007 a procedere a una correzione di 20 miliardi. I dati sull’economia seguivano di pochi giorni quelli sul fabbisogno del settore statale, che testimoniavano un netto miglioramento dei saldi di bilancio. Queste buone notizie suonavano in stridente contrasto con i toni drammatici utilizzati solo due mesi prima dal ministro dell’Economia che non aveva esitato a evocare lo spettro della crisi del 1992. E, in effetti, le buone notizie diventarono subito cattive notizie per l’azione di risanamento dei conti e di rilancio dell’economia. Due settimane dopo Ferragosto, il ministro annunciava un ridimensionamento degli obiettivi del Dpef, preludio a sua volta a una Finanziaria tutta incentrata sul lato delle entrate, con modestissimi tagli della spesa pubblica. Oggi siamo in una situazione diametralmente opposta. L’economia sta visibilmente rallentando, come certificato dai dati resi pubblici ieri dall’Istat (il Pil è cresciuto solo dello 0,1% nel secondo trimestre e il tasso di crescita tendenziale si è abbassato di un punto nei primi sei mesi del 2007). Abbiamo fatto peggio delle più pessimistiche previsioni. La spesa pubblica sembra un treno in corsa, inarrestabile: più 12% nei primi sei mesi di quest’anno. Il Dpef appena varato e il decreto sul tesoretto approvato dal Parlamento prima della pausa estiva partecipano a un clima euforico, da fine dell’emergenza sui conti pubblici, più volte peraltro certificata dallo stesso ministro. Mentre, appena finito di distribuire il tesoretto, vengono scoperti nuovi tesori che stimolano le più avide fantasie. Proprio in questi giorni sono ritornate nel mirino della politica, dopo cinque anni, le riserve auree della Banca d’Italia. una chimera, perché le riserve auree fanno parte del patrimonio della Banca centrale europea (Bce) mentre il solo fatto di proporne l’utilizzo per ridurne il debito offre ai mercati l’impressione di un Paese che sta raschiando il fondo del barile, in un contesto in cui il premio di rischio richiesto da chi acquista i nostri titoli di Stato si sta pericolosamente ampliando, anche alla luce dei ripetuti richiami di Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale sulla gestione poco lungimirante dei nostri conti pubblici. Stiamo quindi vivendo un Ferragosto 2006 al contrario. Se il Dpef dell’anno scorso era stato un documento balneare, messo rapidamente da parte sotto l’ombrellone appena apprese notizie migliori del previsto, è auspicabile che altrettanta solerzia ci sarà quest’anno nel prendere atto di notizie peggiori del previsto. Un richiamo salutare alla realtà sarebbe molto utile da parte da chi è guardiano dei nostri conti pubblici. Servirebbe a metter da parte munizioni per la dura battaglia d’autunno, in cui dovranno essere reperiti ben 21 miliardi di euro per far fronte a impegni già presi, anche se non ancora aventi la forza cogente di leggi dello Stato. Col clima che si respirava prima della pausa estiva c’era da scommettere che questi miliardi sarebbero stati tutti reperiti mediante un ulteriore incremento della pressione fiscale. Se il ministro dell’Economia riuscirà a far capire ai suoi colleghi che un ulteriore incremento della pressione fiscale rischia di bloccare del tutto la sempre più fragile crescita della nostra economia, forse potrà davvero mettere in pratica l’arte del punta-tacco che gli era stata suggerita proprio un anno fa. Potrà azionare al contempo freno e acceleratore, risanando i conti e rilanciando l’economia. Servono per questo tagli mirati, che migliorino i saldi senza indebolire la crescita. Possibile, ad esempio, rinunciare ad alcune delle spese previste in virtù delle «prassi consolidate» elencate nel Dpef, oppure bloccare i tanti trasferimenti a pioggia che non bastano a chi ne ha davvero bisogno e non servono a stimolare comportamenti virtuosi perché li si riceve comunque. Possibile anche chiudere quel rubinetto che permette ad Alitalia di sopravvivere perdendo due milioni di euro al giorno, a carico dei contribuenti. Mentre sono molte le imprese italiane che sono pronte a rinunciare ai trasferimenti dello Stato in cambio di una riduzione delle tasse. Stampa Articolo