Alastair Campbell (consigliere di Tony Blair), Corriere della Sera 11/8/2007, 11 agosto 2007
Si può dire che per Rupert Murdoch ( nella foto) sia stata una fortuna, ma anche una sfortuna, l’essere stato demonizzato come il grande spauracchio dell’informazione dei nostri tempi
Si può dire che per Rupert Murdoch ( nella foto) sia stata una fortuna, ma anche una sfortuna, l’essere stato demonizzato come il grande spauracchio dell’informazione dei nostri tempi. Una fortuna, perché gli attribuisce un profilo e una superiorità che spesso intimoriscono i suoi avversari. Una sfortuna, perché questo significa che il mondo non lo comprende appieno sotto tutte le sue sfaccettature, e i suoi successi non sono celebrati come meriterebbero. Era interessante trovarsi a New York la settimana scorsa, quando la caccia di Murdoch al Dow Jones e al Wall Street Journal finalmente ha dato i suoi frutti. I lamenti disperati e le truci premonizioni su quello che il magnate potrebbe fare al giornale non mi erano affatto nuovi, avendo lavorato a Londra come giornalista negli anni Ottanta, quando Murdoch si era assicurato il predominio nell’arena dell’informazione. A quei tempi, la sua ascesa aveva comportato talvolta aspre battaglie con i sindacati della carta stampata. Murdoch infatti voleva ricavare il massimo vantaggio commerciale dall’intento dichiarato di Margaret Thatcher di spezzare il controllo del sindacato. In confronto, le più recenti scalate e acquisizioni sono apparse relativamente indolori. Rupert Murdoch fiuta, si apposta, balza sulla preda, sordo alle sue urla di dolore, ed ecco che un’altra testata entra nell’impero del magnate tra una generale scrollata di spalle, e il mondo va per la sua strada. Che gli standard di qualità della stampa britannica siano alquanto scesi negli ultimi anni è indiscutibile, e poiché Murdoch ha dominato questo mercato, inevitabilmente deve accollarsi una parte della responsabilità. Ma pretendere, come alcuni azzardano, che sia lui l’unico responsabile di tutto il marcio dell’informazione non è solo segno di pigrizia intellettuale, ma significa per di più mancare il bersaglio. Perché tutto sta nel passo dei cambiamenti. Quando ho iniziato a lavorare per la stampa 28 anni fa, per «media» si intendeva il quotidiano che si comprava ogni giorno in famiglia e i pochi minuti di telegiornale, dominio esclusivo della Bbc. Oggi il mondo delle informazioni, per portata e diversificazione, appare irriconoscibile in confronto al passato. L’avvento dei notiziari 24 ore su 24 rappresenta il fattore cruciale che ha alterato la natura e il tono dei giornali. Quando Tv e radio si sono trasformati nei fornitori più immediati di informazioni, i quotidiani sono stati costretti a cambiare. Molti sono diventati attori, e non solo spettatori, nel dibattito politico, cosa che ben si addice allo stile di Murdoch, viste le sue tendenze di stampo chiaramente conservatore. In Gran Bretagna si parla molto dell’influenza politica esercitata dalla stampa popolare e scandalistica, in cui The Sun è il tabloid più venduto di Murdoch. Eil Sun, nel 1997, ha dato il suo sostegno ai laburisti, contro i conservatori. Pertanto si ipotizza che abbia aiutato Tony Blair a diventare primo ministro. Personalmente, credo che il Sun sia stato spinto a quella decisione dall’intervento di Murdoch, il quale vedeva in Blair un personaggio sinceramente innovatore, che sarebbe stato capace di spostare il Labour verso posizioni politiche più centriste. Più importante ancora però è stato il fatto che in quel periodo i lettori del Sun si spostavano nella medesima direzione, apprezzando quello che vedevano e sentivano di Tony Blair. Per quel che riguarda le sue interferenze editoriali, è un’illusione pensare che i proprietari delle testate giornalistiche non influenzino in qualche modo il contenuto editoriale. Murdoch non ha nessun bisogno di intervenire direttamente. I suoi direttori sanno benissimo come la pensa e ne tengono conto. A mio giudizio, Murdoch è innanzitutto un uomo d’affari, in secondo luogo un giornalista, e da ultimo un manovratore di potere, anche se, ovviamente, tutte e tre queste caratteristiche si mescolano in lui. Vale la pena tuttavia ricordare che la mia unica esperienza diretta come giornalista alle sue dipendenze è stata quando lavoravo come opinionista e vicedirettore di un quotidiano (oggi scomparso) dichiaratamente di sinistra, nel quale non ho mai avvertito la benché minima ingerenza di Murdoch, se mai ve ne sia stata. Ho lavorato anche con Robert Maxwell. Quello sì che era un padrone ficcanaso! Quando si considera il Times londinese, di proprietà di Murdoch, si dice subito che non è più quello di una volta, ed è vero. Ma il mondo non è più quello di una volta, né l’universo commerciale nel quale il Times è costretto a operare. E per quanto amato oppure odiato, che si consideri la sua influenza benefica o nefasta, bisogna ammettere che a ogni nuovo cambiamento Rupert Murdoch si è dimostrato in vantaggio su tutti i suoi rivali. Quando ha inaugurato «Sky News» in Gran Bretagna nel 1989, la prima rete televisiva di notiziari 24 ore su 24, gli analisti predissero che non sarebbe durata. Anche Fox News ebbe la medesima accoglienza quando apparve sugli schermi in America. E adesso sta sbaragliando la concorrenza. Murdoch inoltre è stato all’avanguardia su molti concorrenti nell’aver captato pienamente il potenziale di Internet. Aggiungete le sue incursioni nell’editoria, nel cinema e alcuni degli accordi conclusi in questo campo e capirete come mai questo magnate ha tutto il diritto di dire ai suoi massimi dirigenti, come ha fatto di recente: «Voi mi credete troppo vecchio. Invece secondo me siete voi troppo vecchi». Robert Stott, direttore editoriale che ha lavorato con Murdoch e ha curato la pubblicazione del mio libro, una volta mi ha detto che Murdoch sotto sotto disprezza i politici. Non credo che questa affermazione corrisponda interamente al vero, ma certamente Murdoch ha seguito i politici con l’occhio puntato sull’effetto positivo o negativo che potevano avere sui suoi affari. E indubbiamente alcuni, che secondo lui potevano minacciare i suoi interessi, avranno avvertito le spine di un’occasionale stroncatura. Tuttavia nelle democrazie più avanzate, sebbene le strutture del potere siano mutate, sono i politici a detenere un potere immenso. Murdoch resta un grandissimo giocatore nell’arena globale dei mezzi d’informazione e se i politici si sentono intimiditi da lui, il problema non lo riguarda. Se i politici prendono decisioni sbagliate per paura della sua ira editoriale, non meritavano di essere eletti. E se ai giornalisti non piace lavorare per lui, oggi esistono infinite possibilità occupazionali nel campo dell’informazione come mai prima d’ora nella storia dell’umanità. Grazie anche al contributo di Murdoch. consigliere di Tony Blair dal 1994 al 2003 autore del libro The Blair Years (Hutchinson) traduzione di Rita Baldassarre