Gabriella Jacomella, Corriere della Sera 11/8/2007, 11 agosto 2007
DAL NOSTRO INVIATO
BERLINO – Nemmeno il
Sommerloch, il «buco» estivo che solitamente azzera ogni embrione di dibattito politico, è riuscito a far calare il silenzio sulle dichiarazioni di Michael Glos. Mercoledì il ministro dell’Economia aveva annunciato l’ipotesi di una limitazione sull’acquisto di aziende tedesche da parte di gruppi stranieri. E le critiche, sul fronte interno come su quello europeo, non si sono fatte attendere. La proposta di Glos («soltanto riflessioni teoriche» precisa) si può riassumere in breve: la normativa sugli scambi con l’estero dovrebbe essere modificata, in modo da obbligare gli investitori a denunciare al governo ogni acquisto che superi il mezzo miliardo di euro o il 25% delle azioni. E questo non dovrebbe limitarsi agli acquirenti stranieri e a determinate aree «strategiche», bensì allargarsi a tutte le imprese, e in tutti i settori. Non è chiaro a quali
strumenti potrebbe poi ricorrere Berlino per bloccare il passaggio di proprietà di un pacchetto azionario superiore alla «quota»; sta di fatto che il tema sarà all’ordine del giorno nella riunione di gabinetto del 23 agosto, nel castello di Meseberg. «Un gruppo di lavoro sta analizzando i meccanismi di protezione di Francia, Gran Bretagna e Usa», ha confermato Glos, secondo il quale l’ipotesi di una chiusura generale resta comunque fuori discussione: «La Germania è per il libero scambio».
Eppure, nelle ultime settimane lo spettro del «protezionismo alla tedesca» ha agitato più di un sonno. La prima a parlare di un meccanismo di difesa contro il peso crescente dei fondi alimentati da capitali pubblici di Russia, Cina e Paesi del Golfo era stata Angela Merkel: a giugno la cancelliera aveva sottolineato come la partecipazione dei «sovereign funds» controllati da governi di Paesi extra Ue in aziende strategiche rappresenti una nuova sfida per l’economia, soprattutto perché a muoverli non sarebbero solo gli interessi finanziari, ma anche strategie politiche talvolta oscure. Berlino non seguirà Parigi sulla via del protezionismo, aveva garantito la Merkel; ma le dichiarazioni del suo ministro, ora che la
Kanzlerin è in vacanza, sembrano andare nella direzione opposta.
Ad alimentare il polverone c’è la questione Eads, l’azienda aerospaziale e di armamenti nata dalla fusione di Aérospatiale- Matra, Dornier, DaimlerChrysler Aerospace e Construcciones Aeronáuticas. In sua difesa si sono schierati Peter Mandelson, commissario Ue al commercio, e Günter Verheugen, commissario per l’industria. La soluzione, per Mandelson, avrebbe un nome: golden share. «Questo strumento potrebbe rispondere all’obiettivo di mantenere il controllo sulle industrie strategiche e politicamente sensibili», ha dichiarato il 22 luglio all’Handelsblatt; purché l’Europa «mantenga l’attrattività per gli investitori stranieri, compresi i fondi con capitali pubblici».
Perplessità da Bruxelles: «Prendiamo come assodato – dice un portavoce della Commissione – che il governo tedesco sia consapevole delle misure previste dal trattato europeo sulla libertà dei movimenti di capitale e che ne tenga conto nelle sue proposte future». E a Berlino, politici e industriali si schierano compatti contro il ministro.
Gabriela Jacomella