???, la Repubblica 11/8/2007, 11 agosto 2007
PARIGI
Una fanciulla di provincia di sedici anni, abbagliata dall´ammirazione, si offre in dono a un celebre scrittore onusto di anni e di gloria. Benché il canto della giovane sirena «faccia uscire di senno e ferisca», l´anziano innamorato non darà ascolto alla sua voce ammaliatrice. Egli sa che se anche l´età non spegne la passione, la degrada, perché «la giovinezza rende amabile ogni cosa» mentre «la vecchiaia rende laida persino la felicità». Egli sa che i suoi piaceri sarebbero accompagnati dalla vergogna e da una insopprimibile gelosia e che la sua anima «sarebbe in balia di tutti i tormenti dell´inferno, e solo il crimine riuscirebbe a placarli».
A fissare queste tragiche riflessioni sulla carta a partire dal 1832, quando aveva superato da tempo i sessant´anni, è François-René de Chateaubriand, l´«incantatore» per antonomasia della letteratura francese, lo scrittore irresistibile che aveva collezionato innumerevoli conquiste femminili, ponendo fin da giovane l´amore al centro della sua meditazione sia sacra che profana. Sfuggita alla distruzione a cui era stata condannata dal suo autore, pubblicata postuma con il titolo di Amore e vecchiaia e ora proposta ai lettori italiani da Adelphi nella brillante traduzione di Ena Marchi (Biblioteca minima, pagg. 49, euro 5,50), questa meditazione allucinata e al tempo stesso implacabilmente lucida sulla patologia della passione non può lasciare indifferenti. Ed è a Marc Fumaroli, autore di una densissima prefazione al testo italiano, che vorremmo chiedere aiuto per poter cogliere le molteplici sfaccettature di questo perturbante soliloquio amoroso.
Professor Fumaroli, nella sua prefazione lei parla di Chateaubriand come di un «Anacreonte cristiano»; ci potrebbe spiegare le ragioni di questa definizione che suona come un ossimoro?
«Chateaubriand ha detto, parlando di sé, di essere stato "un nuotatore tra due rive" - tra due mondi separati per sempre dal fiume di sangue della Rivoluzione - e ciò è vero sotto più di un aspetto. In effetti vi è in lui la tentazione di un´idea ludica dell´amore e dei piaceri effimeri che avevano connotato il secolo dei Lumi e che egli stesso aveva perseguito negli anni della gioventù, tra il 1787 e il 1790. Un´utopia tenace da cui non si affrancherà nemmeno in vecchiaia. D´altro canto, dopo la sua conversione del 1799, deciso a diventare l´interprete del revival religioso seguito al Terrore e di proporsi come una sorta di "Padre della Chiesa" laico, Chateaubriand ha scelto di fare risorgere l´amore-passione, l´amore come esperienza dei paradossi e dei limiti della condizione umana. Nei suoi romanzi e in particolare in René, inserito nel Genio del cristianesimo, egli mette in scena un giovane, come lui figlio dei Lumi, come lui precocemente inaridito dal pensiero scettico, ma come lui torturato dal desiderio di una felicità infinita che non trova un oggetto adeguato su cui fissarsi. Nell´assenza di Dio, René opta per una scelta per definizione proibita, il suo doppio femminile, sua sorella. I due giovani sono infinitamente attirati e nondimeno irreparabilmente separati l´uno dall´altro, come Agata e Ulrich nell´Uomo senza qualità di Robert Musil. Lei lo fugge, senza poterlo dimenticare, rifugiandosi in un chiostro dove muore, mentre lui sopravvive portando in sé un senso di vuoto incolmabile».
Ma l´interdetto non è fin dalle origini alla radice del mito fondatore dell´idea dell´amore in Occidente, come ha mostrato Denis de Rougemont in un celebre libro? Il mito della passione fatale che conduce alla tomba Tristano e Isotta?
«In un secondo tempo, in effetti, Chateaubriand ha capito che questa concezione drammatica del´amore-passione aveva dei precedenti che andavano cercati nel medioevo. Così, al ritorno dal suo viaggio in Oriente nel 1809, egli scrive L´avventura dell´ultimo Abencerage, una storia ambientata nella Spagna al tempo della "riconquista". Una sorta di nuova versione dell´amore cavalleresco, dell´"amor de loihn", per quella principessa lontana che Maeterlinck farà rivivere, alla fine del diciannovesimo secolo, in Pelléas et Mélisande. E´ la storia di una spagnola e di un arabo che si amano perdutamente ma che tutto separa. Questa impossibilità conferisce alla loro passione reciproca una dimensione infinita, ne fa una sorta di versione laica di una concezione mistica dell´amore».
Nel libro che lei ha consacrato a Chateaubriand e la cui traduzione italiana è annunciata da Adelphi vi è un capitolo centrato sull´influenza esercitata su di lui da Rousseau. In che misura quest´influenza riguarda anche la concezione dell´amore?
«Ostile tanto all´erotismo libertino in voga alla sua epoca quanto alla concezione nobiliare del matrimonio e dell´amore galante, Rousseau ha contrapposto nella Nuova Eloisa l´amore "secondo natura" fra Julie e Saint-Preux, fatti l´una per l´altro, in tutta la sua freschezza e seduzione giovanile, e l´"amore coniugale", basato sul matrimonio inteso come istituto sacro, pietra miliare della famiglia e della società. Ed è sull´altare del dovere coniugale che Julie sacrificherà volontariamente la sua passione. Daltronde il modello teologico di referenza di Jean-Jacques non è quello cattolico e aristocratico ma quello protestante e borghese. Ora non vi è dubbio che in questo romanzo profondamente innovatore vi é l´annuncio di ciò che si svilupperà nei romanzi di Chateaubriand. L´interdetto che si oppone all´amore-passione non viene più dall´esterno, sorge dall´interno e porta al dono assoluto di sé. La sorella di René che muore in convento prefigura, per fare due esempi celebri, tanto il sacrificio di Violetta nella Traviata di Verdi, quanto la sua versione ironica e nera, il suicidio di Emma in Madame Bovary».
Per quali ragioni René ha esercitato una tale fascinazione sull´immaginario romantico?
«In questo romanzo che Sainte-Beuve considerava il suo capolavoro, preferendolo alle Memorie d´oltretomba, Chateaubriand propone una concezione più drammatica, più seria, più intensamente vissuta dell´amore, una concezione che ha fatto versare fiumi di lacrime, avendo, in aggiunta, avuto l´audacia di inserire una storia passionale all´interno di una apologia del cristianesimo. In René egli lascia in effetti intravvedere, sul fondo di una esperienza del tutto laica e profana dell´eros, l´effetto rovesciato e in negativo della teologia mistica cattolica che chiede all´amore di morire a se stesso per consentire l´unione con Dio. Incompatibile con il clima temperato della filosofia dei Lumi e un´idea del piacere basato sul calcolo, la passione romantica, immagine imperfetta e demoniaca del rapporto con Dio, porta in effetti i suoi adepti a vivere pericolosamente tra l´inferno e il cielo».
Il suo saggio di accompagnamento ad Amore e vecchiaia porta come titolo Una stagione all´inferno di Chateaubriand e ravvisa in questa riflessione sull´eros uno degli archetipi della letteratura decadente e moderna.
«Chateaubriand ha perfettamente avvertito le affinità fra l´eros passionale e gli interdetti sacri che l´esasperano e l´intensificano. Naturalmente sia lui che i suoi personaggi, giunti alla frontiera della perversione, si fermano, consentendogli di credere di non essere, quanto a lui, mai uscito dal quadro della fede. Ma i romantici e i decadenti venuti dopo di lui hanno invece attraversato la frontiera. Gli interdetti, gli ostacoli esterni ed interni si sono così moltiplicati, il ricordo della teologia mistica cattolica si è dissolto e tutta una patologia dell´eros (isteria, edipismo, omosessualità, spiritismo, negromanzia, sado-masochismo) ha invaso, da Baudelaire a Bataille, tanto la poesia che la narrativa. Non a caso Chateaubriand aveva finito per condannare il suo romanzo di gioventù, dichiarando di volerlo distruggere: René si era rivelato una autentica scatola di Pandora che nessuno sarebbe più riuscito a richiudere».
E cosa aggiunge Amore e Vecchiaia a questa riflessione?
«L´età, la decadenza fisica, l´approssimarsi della fine possono, fin quando non hanno spento l´eros, esasperare l´angoscia della morte e il desiderio di una felicità assoluta. In questo breve testo, abbozzo incompiuto di un romanzo sulla vecchiaia di René, la tensione esacerbata tra l´infinito a cui tende l´eros e la finitudine della esistenza umana contribuiscono a mantenere in vita l´essenza spirituale dell´io, la sua capacita´ di soffrire e di superarsi nella rinunzia».
Perché lei vede in Amore e vecchiaia l´«incunabolo» di Lolita? La scelta di Humbert Humbert non è esattamente l´opposto della rinuncia di Chateaubriand?
«La situazione è la stessa ma in Lolita la trasgressione è stata consumata e le più piccole tracce di sacro sono scomparse. Nel mondo picaresco e grottesco dell´America di Nabokov resta la sproporzione d´età che rende il vecchio pedofilo schiavo della sua preda».