Vari, 11 agosto 2007
SECONDO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)
LA REPUBBLICA 11/8/2007
HUGO DIXON
Il mercato valutario è stato appena sfiorato dal terremoto che sta facendo tremare quelli azionari e del credito, ma ci sono le condizioni perché venga presto il suo momento. Negli ultimi anni gli operatori valutari hanno avuto vita facile: bastava indebitarsi in divise a basso tasso d´interesse (particolarmente in yen e franchi svizzeri) e prestare i proventi in quelle di paesi con tassi d´interesse alti (Nuova Zelanda, Australia e Regno Unito). Ora la cuccagna potrebbe essere prossima alla fine se davvero fosse in corso la temuta contrazione della liquidità internazionale, o persino se i borsini la ritenessero possibile. Pochi operatori, infatti, saranno disposti a correre il rischio di un apprezzamento dello yen che cancellerebbe i guadagni consentiti dal divario tra i tassi d´interesse. Cosa accadrà adesso? Non sempre il confine tra realtà e speculazione è ben definito: ad esempio, il dollaro australiano è sostenuto dal miglioramento del 70% delle ragioni di scambio, ossia dei prezzi delle importazioni rispetto a quelle delle esportazioni, ma anche e principalmente dal rincaro delle materie prime. E´ una situazione confusa, ma si può avanzare qualche previsione, in primo luogo il deprezzamento della sterlina, ora sui massimi venticinquennali rispetto al dollaro, ma che potrebbe essere penalizzata dall´improbabilità dell´aumento del tasso d´interesse e dal pesante deficit commerciale. Sotto pressione potrebbero finire anche il peso messicano e la lira turca. Lo yen invece dovrebbe rafforzarsi perché la banca centrale non inietta più liquidità nel sistema e ha aumentato i tassi. Anche il franco svizzero, reso interessante dalla modesta inflazione e dal basso tasso d´interesse, potrebbe apprezzarsi sull´euro. Infine, il dollaro potrebbe riprendersi, almeno per un po´, nonostante l´immane deficit commerciale, perché in passato è stato molto penalizzato.
Ian Campbell e Edward Hadas
[Il megaintervento Bce]
Il massiccio intervento operato giovedì della Bce sui mercati monetari è stata un po´ una sorpresa, giacché nelle 48 ore precedenti Fed, Banca d´Inghilterra e Bce avevano rilasciato dichiarazioni di tutt´altro tenore. A determinare il ripensamento è stata la forte accelerazione dei tassi a breve, unitamente alla minore liquidità destinata ai commercial paper garantiti da attivi. Elementi che però di allarmante non avevano gran che, considerando che le voci di problemi di liquidità presso West LB sono rientrate, mentre la sospensione dei tre fondi di Paribas riguarda problemi di valutazione e rappresenta comunque poca cosa nel quadro generale della situazione. Di conseguenza, la mossa della Bce ha prodotto più interrogativi che risposte. E chiaro che l´obiettivo a breve è stato raggiunto, con i rendimenti overnight scesi al 4%, obiettivo della banca europea. Così come è chiaro che senza questo sostegno i fondi dei mercati monetari sarebbero stati costretti ad approvvigionarsi a livelli di segno pericolosamente negativo. Quello che preoccupa è l´entità dell´intervento. La decisione di offrire un sostegno illimitato traccia due possibili scenari, per certi versi inquietanti. Il primo è che la Bce fosse a conoscenza di elementi ignoti al resto del mercato, ad esempio un primario istituto in grandi difficoltà. Il secondo è che la Bce abbia risposto a una forte pressione politica per togliere le castagne dal fuoco per le banche europee. Aiuti di questo tipo sono sicuramente positivi sul breve, ma rischiano di creare grandi problemi nei periodi a venire.
Simon Nixon
(Traduzioni a cura di MTC)
LA STAMPA 11/8/2007
MAURIZIO MOLINARI
Gli americani hanno paura, molti perderanno la casa, crollerà la fiducia nelle banche, Bernanke rischia grosso e Bush non ha credibilità da spendere per sostenere l’economia»: severa l’analisi di Paul Samuelson, premio Nobel per l’Economia, sulla tempesta dei mutui che investe i mercati finanziari. E sulle conseguenze sceglie di essere assai cauto: «Non sappiamo se si ripeterà il crac del 1929».
Da dove viene l’attuale crisi finanziaria?
«Dall’eccesso di vendite immobiliari in America. Acquirenti e compratori si sono comportati troppo a lungo con assai poco raziocinio. Gli acquirenti comprando immobili che non potevano permettersi, scommendo sul fatto che proprio grazie alla crisi sarebbero presto diventate un buon affare. E i venditori facendo debiti in continuazione per costruire e vendere ai suddetti acquirenti».
Rischiamo un crac?
«C’è chi vede in quanto sta avvenendo la genesi di una bolla immobiliare capace di provocare un crollo dei mercati come avvenne nel 1929. Le bolle non sono nuove, ciò che è nuovo sono gli strumenti, a cominciare dai prodotti finanziari derivati. Queste novità teoricamente possono consentire alla società di condividere i rischi ed essere più efficienti ma in realtà creano la tentazione di prendere rischi sempre maggiori, più di quanto in effetti ci si accorga».
Quale il possibile impatto delle perdite di questi giorni?
«Non lo sappiamo. Molte perdite tuttavia sono reali».
d’accordo con gli interventi fatti dalla Federal Reserve?
«Colpisce che tanto la Federal Reserve che la Banca Centrale Europea siano intervenute per sostenere il credito sui mercati confermando che il principale timore resta l’inflazione. il loro dogma, una verità a tal punto vera che nessuno può tentare di metterla in dubbio».
Lei ci crede?
«Non credo che loro credano in quel che dicono. Hanno come principale punto di riferimento l’inflazione e se scendesse da 2,1 a 1,9 per cento ballerebbero felici nelle strade. Ma è ridicolo: fra 2,1 e 1,9 non c’è praticamente differenza. Ciò che non sappiamo è se la crisi dell’immobiliare diventerà un macro-movimento, assumendo dimensioni internazionali. per questo che in giro c’è molta gente impaurita».
Quali le opzioni a disponizione del presidente della Federal Reserve Ben Bernanke?
«Se la situazione peggiora non potrà continuare a dire che la sua preoccupazione è l’inflazione. Dovrà sostenere i mercati come fece Alan Greenspan dopo il crollo dell’ottobre 1987. Bernanke non ha una palla di cristallo e non sa cosa avverrà, ma le decisioni che prenderà sveleranno se è davvero all’altezza dell’illustre predecessore».
Come giudica l’approccio della Casa Bianca alla crisi, che vede il presidente Bush sottolineare la solidità dei fondamentali dell’economia?
« quello che il presidente deve dire, ma non so se Bush comprende ciò che afferma. Probabilmente non fa che ripetere frase per frase quanto gli suggerisce il ministro del Tesoro, Henry Paulson. A causa dell’alto grado di impopolarità che lo affligge Bush non è in grado di rassicurare, o scoraggiare, proprio nessuno. Assomiglia piuttosto a un clown che ricordo nei fumetti di una volta. A Washington non c’è un efficace team economico, la situazione non è neanche lontanamente paragonabile a quando al Tesoro c’era Robert Rubins, durante Clinton».
Il colosso dei mutui Countrywide trema, milioni di americani temono per la casa. Cosa implica l’attuale crisi finanziaria per un modello di vita fondato sui prestiti di danaro concessi con grande facilità?
«Quanto avviene nell’arco di un mese non cambia certo il modo di vivere di un popolo ma molta gente perderà la casa e qualche abile negoziatore sarà in grado di acquistarla, guadagnandoci in futuro. Il maggiore impatto sarà l’incrinarsi del rapporto di fiducia fra cittadini e banche che, soprattutto nei piccoli centri, conoscono tanto le famiglie che le imprese, incoraggiandole a indebitarsi. Sono state queste banche che hanno spinto ad acquistare i mutui delle società che ora vacillano. Hanno affidato ai clienti prodotti a rischio dei quali ignoravano quale fosse l’origine. Anzichè minimizzare i rischi per i clienti, li hanno aumentati».
IL FOGLIO, 11/8/2007
UGO BERTONE
di Ugo Bertone
Warren J. Spector aveva senz’altro tutti i numeri in regola per aspirare alla corona di numero uno di Bear Stearns, una delle grandi banche d’affari di Wall Street: ex enfant prodige del bridge; studente modello; impiegato di talento, capace di scalare, passo dopo passo, ogni gradino lungo la scala che portava ai piani alti del quartier generale di Madison Avenue del successo; protagonista di successo della New York più mondana, quella che si raduna attorno alla vita culturale tra Greenwich Village e Soho, dove ha trovato Margaret, sua moglie che alle spalle ha una particina in ”9 settimane e 1/2, al fianco di Mickey Rourke e Kim Basinger”. E’ stato lui, mister Spector, a portare valanghe di utili alla banca, grazie a cdo (collateralized debt options), swaps e altre operazioni sofisticate che poggiavano sui mutui per la casa, compresi i subprime, cioè i prestiti più rischiosi, concessi alla clientela più debole. Ma alla vigilia della mèta tutto è crollato: il castello di carte su cui poggiavano i fondi messi a punto da Spector e dal suo collaboratore più stretto, Ralph Cioffi; la carriera di Spector, finita nella cornice di un tavolo da gioco, a metà luglio, in un grande albergo di Nashville. La vita, certe volte è davvero un film: una folla di appassionati di bridge che segue dalle telecamere la partita ai campionati nazionali di Spector, cui lui non ha rinunciato (o non ha potuto rinunciare) nonostante la marea del debito che saliva fino ai recinti di Wall Street. Lui, attento, concentrato sulle dichiarazioni di gioco mentre sul suo capo si addensa la bufera: una spada di Damocle di 3,2 miliardi di dollari. A tanto ammontavano i quattrini che i creditori, all’improvviso, chiedevano di incassare seduta stante. Gente tosta che non è abituata ad aspettare. Come Steven Black, uno dei boss di Jp Morgan che a Spector, come riporta The Wall Street Journal telefona così: ”Tocca a te garantire i riscatti dei tuoi fondi. Mettici i quattrini che servono...”. La replica? ”Conrad non fare l’ingenuo. Sai benissimo che non siamo tenuti a farlo. E non lo faremo, perché la crisi passerà”. Ma non è passata. E Bear Stearns ha dovuto alzare bandiera bianca, sospendendo i pagamenti su due dei suoi fondi. I primi di una serie che minaccia di essere lunga, anche perché la crisi ha contagiato l’Europa, al punto da costringere sia la Fed che la Bce a pompare centinaia di miliardi di euro e dollari a sostegno del mercato.
Tutto questo, insomma, ha preso avvio sotto i cieli di Nashville, cuore dell’America cara a Robert Altman che tanto avrebbe amato una storia come quella di Spector che gioca la sua partita più amara ostentando, estremo bluff, una sicurezza che nemmeno lui poteva avere. Anche perché, dall’altro lato del tavolo sorrideva, affettuoso come un pescecane, il presidente James Cayne, 73 anni, altro appassionato di bridge con una voglia matta di scaricare ogni responsabilità per la crisi più grave della storia della banca sul grande Spector, vincitore al tavolo di Nashville ma cacciato su due piedi il cinque di agosto, dal boss che si è limitato, secondo le cronache, a dire: ”Credo di non poter lavorare più con te”. Un dramma piccolo piccoclo, se si pensa che Spector può meditare sulle sue disgrazie standosene sulla spiaggia di Martha’s Vineyard, rifugio della New York più chic. Non è certo fatta di drammi da quartieri alti la crisi dei ”subprime”, i mutui per poveracci che, grazie all’alta finanza, si sono tradotti in una montagna di utili per la speculazione di Wall Street. Prendiamo il caso dei coniugi Elizabeth e Armando Motto, condannati a notti insonni in quel di Clarksburg, periferia con qualche pretesa nei sobborghi di Washington Dc. Nel novembre del 2005 i coniugi Motto, coppia piccolo borghese con quattro figli, si decisero al gran passo: cambiar casa. La scelta cadde su una villetta con tre camere da letto appena costruita dall’immobiliare Beazer Home. Il prezzo? Solo 540.000 dollari. Ma niente paura, disse subito il venditore, si può fare un mutuo. Anzi, niente Banca, al mutuo ci pensiamo noi. E per facilitare le cose, poche formalità: scriviamo che, per le rate del prestito, non ci sono problemi perché avete una rendita che copre gli interessi. ”Per carità – scrive la nostra Elizabeth quando si accorge delle tante bugie messe giù dal venditore – io sono una persona onesta”. Già, ma come si fa a dir di no alla casa dei sogni? Intanto, vendiamo la vecchia casa... Ahimè, non è andata così. I signori Motto si trovano sul gobbo l’appartamento di Rockville, Maryland, che non sono riusciti a vendere. Più le rate, nel frattempo schizzate all’insù, del nuovo appartamento: in tutto un milione di dollari, più o meno. A fronte dei quali ci sono 145 mila dollari risparmiati a fatica in una decina d’anni. Inutile prendersela con quelli della Beazer Home: quelli hanno problemi più immediati cui far fronte. Il titolo perde colpi, la società costretta a rifugiarsi nel Chapter 11 per cercare protezione dai creditori. E gli ispettori della Sec sguinzagliati per vederci chiaro sui criteri per vendere mutui facili, a loro volta impacchettati in prodotti finanziari sempre più astrusi e complicati, finiti, come in una gigantesca catena di Sant’Antonio, nel portafoglio di una banca tedesca o di un fondo di investimento francese. ”La vera novità di questa crisi immobiliare rispetto al passato – dice al telefono Robert Shilling, commentatore di Forbes che da almeno un anno prevedeva lo scoppio della bolla – sta proprio nella sua dimensione globale, anche dal punto di vista geografico. All’inizio degli anni Novanta, quando scoppiò la crisi delle Casse di Risparmio piegate dal crack delle immobiliari, i debitori con un mutuo da rinegoziare e direttori di banca si conoscevano di persona, frequentavano la stessa o lo stesso bar. E, prima o poi, ci si metteva d’accordo. Oggi, quei debiti sono volati chissà dove”. E non è facile nemmeno rintracciarli. O trova sulla sua strada un promotore che deve trovare clienti, a qualsiasi prezzo. Tanto, quei contratti li rivenderà subito. ”Un mio cliente – dice David Kotok – mi fa sapere di aver siglato un mutuo ad aprile, prima rata da pagare a giugno. Ebbene, in quei due mesi il suo contratto è passato di mano quattro volte e ha coinvolto due assicurazioni. E si è trovato a ricevere tre volte, per tre importi diversi, le tasse comunali”. Occhio a Kotok, presidente di Cumberland Advisors. La sua è un’opinione che conta, non solo perché è tra gli esperti più consultati da Barron’s e da Cnbc, ma perché gode da anni della fiducia di più di uno dei dodici governatori che compongono il board della Federal Reserve. E la sua preoccupazione per il caos che regna sul mercato è la stessa della banca centrale. No, non sarà facile muoversi nella giungla dei mutui, dove contratti truffaldini di ogni genere si sono moltiplicati. E dove non mancano i truffatori, anche per via elettronica.
Un esempio? Provate a cliccare il sito www.verifyemployment.net. Per soli 55 dollari, la società è pronta a garantire, con documentazione scritta, l’esistenza di un posto di lavoro con lo stipendio desiderato. Un’identità da opporre, naturalmente, al funzionario della banca o della finanziaria che elargirà il mutuo. Per altri venticinque dollari, la società che sta in California è pronta a fornire un addetto che risponderà al telefono per fugare qualsiasi sospetto dell’impiegato scrupoloso. Ma il più delle volte se ne può fare a meno. Il mutuo del nostro truffatore in erba, infatti, è destinato a essere impacchettato in un cdo (collateralized debt obligation), cioè un sofisticato prodotto finanziario ad alto rendimento su cui gente come Spector, per anni, ha fatto grossi utili sistemandoli presso i fondi ai quattro angoli del pianeta. Nei posti più impensati e più imprevedibili. Niente esclude, infatti, che un po’ di questi mutui tarocchi dalla California abbiano preso la strada per Parigi, via il mercato di Chicago specializzato nei collateralized, per finire in uno dei tre fondi specializzati di cui Bnp Paribas ha sospeso l’attività, dopo una difesa imbarazzata che è costata una brutta gaffe al ”Sole 24 Ore” che giovedì 9 agosto titolava, la mattina stessa del black out, ”Bnp Paribas non teme il rischio subprime”. Ma guai a infierire: la crisi dei mutui Usa è destinata a riservare sorprese un po’ a tutti.
O almeno a quelli che non hanno dato retta alle vecchie volpi: a Warren Buffett, che si prepara a scendere in campo con 46 miliardi di dollari per comprare quando i prezzi saranno scesi a sufficienza, come ha già fatto nelle crisi precedenti; o a Wilbur Ross, detto l’oracolo del New Jersey, perché in cinquantanni di attività (ha cominciato come garagista) non ha mai sbagliato una previsione. ”Mi sa tanto che nel giro di due-tre mesi vedremo un boom” dichiarava il 20 aprile scorso al Financial Times. No, non è la fine del mondo, né il collasso del sistema questa crisi che rischia di interrompere il più lungo ciclo di espansione dell’economia americana del dopoguerra. Lo conferma l’aristocratico, colto e arguto presidente di Axa, monsieur Hervé de Castries. ”Vedo in giro tanta preoccupazione – dice – Anch’io non esito a paragonare quel che sta accadendo alla gelata del ”97-98 o ad altre crisi, più o meno drammatiche. Ma ho la sensazione che ci sia anche gente che sta facendo un sacco di quattrini”. Già, c’è chi, pure in mezzo a quest’improvvisa gelata, ha fiducia di fare un ottimo affare. Sono i signori Roy e Jenny Howard, due arzilli vecchietti che hanno deciso di vendere la fattoria e il terreno acquistato nel 1985 nel cuore dello Stato di New York. Il prezzo? Otto milioni di dollari. Non vi sembri troppo, perché quel terreno è sito nel comune di Woodstock, dove il 15 agosto del 1969 arrivarono i 450 mila giovani accolti dal proprietario di allora, il contadino Max Yasgur che accettò di prestare il suo ranch al festival, dopo il no del comune. E passò alla storia: ”Vado nella fattoria di Yasgur, vado a raggiungere la mia band – cantava Joni Mitchell – Vado ad accamparmi lì. E a cercare di liberare la mia anima”. C’è meno poesia ma più sostanza nel boom immobiliare che, in questi giorni di vacche magre, investe Sioux Falls, nel South Dakota, ex borgo selvaggio un tempo popolato di cowboys. Oggi un paradiso fiscale che, in attesa di Valentino Rossi, si accontenta di ospitare centri di servizi, cliniche e ospedali. Per questo prezzi salgono e le case vanno a ruba, anche quelle da un milione di dollari in sù. ”I dottori – spiega raggiante l’immobiliarista Barton Kacker – hanno tanti soldi da spendere”.
Certo, più di uno pagherà a caro prezzo l’euforia di questi anni, anche perché la Federal Reserve non sembra intenzionata a proteggere chi ha troppo osato. Ma stavolta bisogna fare i conti anche con le traiettorie imprevedibili di una strana carambola, in cui il credito facile a una famiglia indigente del Minnesota rischia di provocare una crisi di credibilità della Bundesbank. Roba degna dell’Italietta dei furbetti. Pensate a cosa potrebbe succedere dalle nostre parti se Alessandro Profumo o Corrado Passera, un certo venerdì, telefonassero in Consob per dire: ”Caro Cardia, so per certo che c’è una banca nei guai. No, non posso rivelarti la fonte”. Tutto questo è successo una decina di giorni fa: è stato Joseph Ackermann, amministratore di Deutsche Bank, a informare l’organo di controllo, la Bafin, della crisi di Ikb, banca dove un medio dirigente era riuscito a puntare otto miliardi di euro sui mutui americani. Che strano mondo, dove i banchieri di Wall Street, prima fra tutti Bear Stearns, vanno a bussare alla porta dell’unica vera potenza comunista del pianeta: la Cina rossa, primo forziere di dollari dell’economia globale. Lo ha fatto l’Amministrazione Bush offrendo, per bocca di Alphonso Jackson, ministro delle Aree urbane, l’acquisto di mutui subprime (quelli concessi alle famiglie più povere ) a prezzo scontato. E Pechino, per bocca del governatore della People Bank of China, Zhou Xiaochuan, ha detto di no. Meglio, semmai, investire tre miliardi di dollari in Blackstone, il private equity che si accinge a comprare la catena Hilton per 26 miliardi di dollari. Meglio fare affari con i genitori di Paris Hilton, insomma, piuttosto che cospirare per la caduta del sistema, il cliente numero uno delle imprese di Pechino e Shangai. Non è ancora chiaro dove si fermerà il contagio. Non è difficile capire perché le aziende più legate all’edilizia decidano, una dopo l’altra di rivedere al ribasso i programmi. Ma l’epidemia si è trasmessa, rapidissima, a tutto il sistema e minaccia di durare un bel po’ con il risultato di incidere, si vedrà fino a che punto, sulla fiducia dei consumatori. O, più ancora, sulla fiducia di chi presta denaro. Cambierà , almeno in parte, la mappa della ricchezza: Ma i ricchi hanno a disposizione l’ombrello del chapter 11, dietro cui rifugiarsi in caso di default. Oppure, ed è il caso di Bear Stearns, possono far emigrare i fondi alle isole Cayman, evitando di pagare il conto. Tutt’altro discorso per i poveri o per la classe media. Se si riveleranno vere le stime di Moody’s Economy.com almeno due milioni e mezzo di proprietari di casa, tra quest’anno e il 2008 ( anno elettorale) non saranno in condizione di far fronte ai mutui, spesso a rate crescenti; uno su tre, più o meno ottocentomila persone, saranno in grado di rinegoziare le condizioni con banche e finanziarie. Ma per gli altri, almeno 1,7 milioni, la prospettiva è di alzare bandiera bianca. ”Nel corso degli ultimi dieci anni – spiega William Wheaton professore di Economia e di real estate al Mit – almeno cinque milioni di famiglie che vivevano in affitto sono diventati proprietari. Ma per molti di loro i prestiti si sono rivelati insostenibili”. Almeno due terzi di quei neo-proprietari sono a rischio di tornare in affitto, aggiunge Wheaton.
Non è profezia da prendere alla leggera. Nei primi sei mesi dell’anno i protesti legati a mutui hanno interessato 573.397 proprietà, scrive Usa Today, voce dell’America più popolare. E la California, lo stato più colpito, con più di centomila default. Una grossa grana per Arnold Schwarzenegger: nei primi sei mesi la gelata delle vendite immobiliari ha ridotto del sette per cento le sue entrate fiscali, un record negativo condiviso con la Florida di Jeb Bush. Numeri del genere, nel vecchio continente, potrebbero far tremare i governi o anche di più. Ma l’America è davvero un altro mondo. ”Che accadrà? Semplice – conclude Wheaton – aumenteranno gli affitti. Così, tempo un paio d’anni, tornerà più conveniente comprare casa. Mi aspetto la ripresa nel 2009, massimo nel 2010”. Anche questa è l’America, terra dove le ricchezze talvolta svaniscono, talaltra fioriscono. Dove a Thousand Oaks, piccolo paradiso della California sede di cinque delle 500 società più importanti d’America e di un trofeo miliardario di golf che ospita Tiger Woods, fa notizia la disdetta, la pioggia di disdette, di auto di lusso dopo lo scoppio della crisi. Ma non fate confusione e non fatevi illusioni: per ora, in crisi è finito il mattone di carta, i debiti accumulati dalla speculazione; ma il mattone vero, quello non è affatto in svendita. Anzi, in mezza Europa, Londra in testa, si profila l’ennesima stagione di aumenti. Tra cinque anni, nella Great London, un appartamento qualsiasi costerà in media 478 mila sterline, il 48 per cento in più di oggi. Ovvero undici anni di stipendio. Meglio, come consiglia Nigel Bolton, gestore dei fondi immobiliari delle Vedove Scozzesi, uno dei più bravi a giudicare dai risultati, ”se avete quattrini comprate una casa a Berlino: il successo è assicurato, come è successo a Dublino dove, in dieci anni, i prezzi sono cresciuti di quattro volte”. Consiglio per consiglio, in settimana il miliardario Isaac Tshuva, proprietario della Delek Real Estate (Israele) ha deciso: basta America, basta Israele, nei prossimi tre anni si farà shopping solo in Europa. Londra, ma anche Zurigo o l’Europa del nord. Alla larga dalla Spagna, dicono i bene informati. Qui la corsa del mattone ha davvero superato ogni attesa. E cresce il numero degli appartamenti sfitti, almeno 300 mila a Barcellona e altrettanti a Madrid oltre che dei mutui. Ma, a onor del vero, le società immobiliari spagnole sono quelle che hanno perduto di meno in Borsa tra i grandi paesi dell’occidente. Per chi vuol guardare più in là, l’elenco è quasi infinito. Solo a sfogliare i giornali dell’ultima settimana, si scopre su Bloomberg una torre da 260 metri in cantiere a Istanbul, dove sono in costruzione dodici mega centri commerciali. A Mosca, intanto, prende corpo, ci informa ”Moscow Times” una nuova città dai numeri incredibili: sette grattacieli più alti di qualsiasi altra costruzione in Europa. Più la Russia Tower, data della consegna il 2012: un gigante alto 612 metri, quasi 200 in più dei 443 metri dell’Empire State Building. E tutt’intorno, investimenti per dieci miliardi di euro in alberghi, cinema, centri commerciali, uffici. Tutto sotto la regia di tycoon vecchi e nuovi: gente alla Oleg Deripaska, il re dell’alluminio che ha annunciato di possedere il cinque per cento di GM, ma che non ha il permesso di entrare negli Stati Uniti. E’ tempo di crisi, insomma, ma non per tutti. Anche perché pure il crash più fragoroso ha i suoi vincitori. Tra questi, un posto d’onore spetta a Sam Zell, classe 1941, figlio di Bernard Zielonka, un ebreo polacco che lascia Varsavia nell’agosto del 1939, giusto poche settimane prima l’arrivo delle truppe tedesche. Sam nacque due anni dopo, nella piccola Polonia ebraica radunata sulle rive del lago Michigan a Chicago. Zell è un grande immobiliarista, con un patrimonio alle spalle di una cinquantina di miliardi di dollari che fanno di lui il ricco n.52 nella classifica di Forbes. Grande anche per le dimensioni americane. Nessuno negli States possiede più appartamenti di Equity Residential, la sua società immobiliare. E, per giunta, a lui fa capo la Manufactured Home Communities, cioè una grande società di case montate sulle ruote, da trasportare su e giù dove chiama la scommessa della prateria. Fino a pochi mesi fa Zell, che dichiara di accumulare ogni anno più di mille ore di volo sul suo jet per scovare immobili da comprare negli Stati Uniti, era anche il numero uno degli uffici. Ma, con un colpo da maestro, a marzo, ha ceduto il controllo di Equity Office Properties Trust. Il prezzo? Solo 39 miliardi di dollari pagati dalla solita Blackstone che a sua volta ha fatto cassa rivendendo, a prezzi crescenti, parte del ”bottino”. Ma Zell non si lamenta di sicuro.
Parte di quei soldi li ha già destinati all’acquisto di Tribune Corporation, la catena di giornali, radio e tv che pubblica il Los Angeles Times e il Chicago Tribune. Forse l’affare si farà. Ma non è detto. Perché Zell, nel caso si trovi un’offerta più alta della sua per il Los Angeles Times (che fa gola a David Geffen, socio di Steven Spielberg, tifoso di Barack Obama) è pronto a tirarsi indietro. In tal caso, gli spetterà una commissione di 25 milioni di dollari.
Magari li girerà in beneficenza, ma non ci rinuncerà. E sull’editoria ha le idee ben chiare. ”Ho chiamato un reporter del Los Angeles Times che aveva vinto il Pulitzer per congratularmi con lui. E lui mi ha detto grazie, ma lo sa signor Zell quanto si spende per realizzare un articolo del genere?”. La risposta è da manuale: ”Lo so, ma finché genera incassi, quindi profitti, va tutto bene. Sia ben chiaro: i giornali devono guadagnarsi l’attenzione del pubblico e, di riflesso, generare quattrini. Perché non sono opere pie destinate a salvare il mondo. Ma imprese che, tra l’altro, operano in un mercato molto difficile”. Altro che furbetti. Zell non dimentica il mattone, ma vuol far vedere all’amico rivale Mortimer Zuckerman, il proprietario di Boston Properties, che può far meglio di lui come editore. Zuckerman, pellaccia alla Mordechai Richler cresciuto nelle periferie di Montreal, contende il primato nella Grande Mela a Rupert Murdoch, con il suo New York Daily, contro il Post. ”Rupert – dice – è una brutta bestia: è capace di perdere milioni di dollari pur di metter fuori gioco un concorrente”. Lui non se la prende a male: giocar duro piace anche a Mortimer che fa sapere che ”sul mercato del mattone arriveremo più avanti: i prezzi devono scendere ancora”. Qualcuno con il cerino in mano si deve ancora scottare.
Poi entrerà in campo Sam di Chicago o Mortimer da Montreal. O lo stesso Wilbur del New Jersey , che da buon oracolo, una previsione davvero fosca la fa: ”Con questi trend la classe media rischia di scomparire”. Per ora, causa la crescita verticale dei mutui, la classe media rischia più di andare in affitto. Che non sarà l’inferno, ma nemmeno il paradiso.
CORRIERE DELLA SERA 12/8/2007
MILANO – Una radiografia completa del settore finanziario italiano. Con l’obiettivo di scoprire se nei portafogli di banche, assicurazioni e società di gestione ci siano titoli di debito (in particolare i cdo, obbligazioni collaterali di debito che contengono raggruppamenti di mutui cartolarizzati, bond, prodotti derivati e così via) nei quali sono stati «impacchettati» quei mutui subprime
americani che sono all’origine della bufera che ha scosso i mercati internazionali negli ultimi giorni. E’ a questo che stanno lavorando le autorità monetarie e di controllo, dalla Banca d’Italia alla Consob all’Isvap, in costante contatto fra di loro.
MONITORAGGIO PERMANENTE – «Non ci sono motivi di allarme riguardo alle specifiche condizioni dei mercati e degli intermediari in Italia», ha fatto sapere venerdì via Nazionale. Ma dietro alle rassicurazioni formali c’è un’intensa attività di ricerca e monitoraggio. La Consob in particolare, così come gli organismi di tutela del mercato di altri Paesi, sta passando al setaccio i report di tutte le società finanziarie quotate per verificare la reale situazione. O meglio, l’eventuale esposizione in qualche modo collegata al segmento dei subprime o di altri mutui Usa a elevato rischio d’insolvenza. La «mappa» completa potrebbe arrivare già nel giro di un paio di settimane, in modo da poter fugare i timori degli investitori.
IL CASO WESTLB – Quello che si vuole evitare è lo stillicidio di notizie che ogni giorno alimentano la paura sui mercati. Proprio ieri, per esempio, la banca d’affari tedesca WestLb ha annunciato di avere crediti a rischio per 1,25 miliardi di euro. Un paio di giorni prima si era fatta sentire la francese Bnp Paribas, che ha congelato le attività di tre suoi fondi esposti sul fronte dei subprime e ormai prosciugati di liquidità. E prima ancora era andato in scena il default di American Home Mortgages, uno dei grandi gestori di mutui «di qualità non primaria», che è stata costretta a ricorrere al Capitolo 11 della legge Usa sulla bancarotta per mettersi al riparo dai creditori.
LA LENTE DELLA SEC – Giovedì scorso, la stessa Sec americana ha ammesso di aver messo sotto la sua lente d’ingrandimento il settore finanziario Usa, a cominciare da big di Wall Street come Merrill Lynch e Goldman Sachs. Solo nell’ultimo anno, del resto, negli Usa sono saltati una cinquantina di società e fondi legati al mercato dei mutui subprime: una galassia di piccoli gestori, ma nella quale era già presente un peso massimo come New Century. E anche un altro peso massimo, Bear Stearns, ha già pagato un conto salato sull’altare dei mutui, con il crollo di un paio di hedge fund sotto la sua gestione e un prosciugamento della liquidità che ha costretto la banca d’investimenti a cercare capitali freschi (attraverso una nuova enmissione obbligazionaria) pagando interessi di 2 punti e mezzo sopra la media del mercato.
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LA STAMPA 12/8/2007
FRANCESCO MANACORDA
MILANO
I danni della crisi dei mutui «subprime» americani cominciano a essere quantificati anche in Europa. Ieri è stata la banca tedesca WestLb - il terzo istituto pubblico del paese - sulla quale da giorni si rincorrevano voci di problemi, a esporre pubblicamente la sua situazione: 1,25 miliardi di euro della banca sono stati investiti in strumenti finanziari collegati al mercato dei «subprime». Ma nonostante l’entità della cifra investita in questo settore, un portavoce della WestLb ha detto che «siamo relativamente tranquilli rispetto alla valutazione a lungo termine dei nostri strumenti finanziari per la loro alta qualità».
L’87% delle obbligazioni legate ai «subprime» in mano alla banca ha infatti un rating pari o superiore alla AA, un gradino sotto la valutazione di massima affidabilità data dall’etichetta AAA. Affidarsi al rating per garantire la bontà dei propri investimenti rischia però di essere illusorio: proprio in questi giorni, mentre negli Usa infuria la tempesta sui crediti di cattiva qualità, anche l’operato delle agenzie di rating come Moody’s o Standard & Poor’s - quelle appunto che assegnano i voti alle emissioni obbligazionarie, certificandone la qualità per tutti i potenziali acquirenti - è finito nel mirino. Come è ovvio, il fatto che 1,25 miliardi siano investiti in strumenti legati ai «subprime» non significa affatto che siano automaticamente persi, ma è quasi certo che il 30 agosto - quando annuncerà i suoi risultati semestrali - WestLb sarà costretta ad annunciare accantonamenti straordinari per coprire eventuali rischi su quel fronte.
Le cifre che arrivano dalla banca tedesca saranno probabilmente seguite nei prossimi giorni da altre dichiarazioni dello stesso genere da parte di grandi banche e società d’investimento americane ed europee. Anche in Italia c’è chi sta facendo i conti per capire esattamente - operazione non facile, vista la complessità di alcuni strumenti finanziari - quanto e come il rischio «subprime» possa essere diffuso nei propri investimenti o nei portafogli dei sottoscrittori di fondi. Fino ad ora, comunque, dalle grandi banche italiane è arrivato un messaggio assai rassicurante, secondo cui l’esposizione al mercato dei «subprime» è trascurabile o addirittura nulla. E anche la Banca d’Italia è convinta che per quel che riguarda il mercato e gli istituti italiani «non ci sono motivi di allarme». Dunque, le vendite in piazza Affari che negli ultimi giorni si sono abbattute specialmente sui titoli bancari (nella settimana Unicredit ha perso il 3,49% e Capitalia, legata al titolo milanese dal rapporto di concambio fissato per la fusione, ha ceduto il 3,04%) sarebbero dettate più da timori irrazionali che da elementi di fatto. Dopo la chiusura in perdita assai moderata di Wall Street, venerdì notte, tutti gli occhi sono puntati adesso sulla mattinata di domani, quando la Borsa di Tokyo darà il primo segnale della tendenza dei mercati. Negli Stati Uniti il blocco al calo dei titoli di venerdì è stato innescato dalla previsione che il governo interverrà in qualche modo per evitare che la crisi dei mutui si avviti su se stessa. Banche centrali e altre istituzioni finanziarie restano comunque in stretto coordinamento tra di loro e pronte a intervenire, come hanno fatto questa settimana, con una mossa che ha pochi precedenti in quanto a entità: solo in Europa la Bce ha immesso oltre 150 miliardi di denaro fresco in due giorni per evitare il rischio di una crisi di liquidità innescata proprio dalla sfiducia delle banche sul fatto che altri istituiti siano in grado di ripagare i prestiti che ottengono.
Resta il fatto che il movimento complessivo sulle Borse internazionali fa tremare molti. Solo sulle piazze europee sono stati «bruciati» nelle ultime due sedute della settimana 428 miliardi di euro di capitalizzazione: per intendersi si tratta di più della metà della capitalizzazione complessiva di piazza Affari. Secondo l’Adusbef, in Italia, nell’ultimo mese sarebbero imputabili alla crisi dei «subprime» perdite per 130 miliardi di euro, 74 legati al calo della capitalizzazione di Borsa e altri 56 miliardi relativi «alle perdite su obbligazioni (eccetto i titoli di Stato che si sono rivalutati), fondi comuni e fondi pensione». Un calcolo suggestivo anche se è fin troppo facile obiettare che è impossibile attribuire con certezza alla crisi dei mutui americani qualsiasi movimento al ribasso dei mercati finanziari.
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LA STAMPA 12/8/2007
VANNI CORNERO
Maghi della finanza in trincea per battere la crisi mondiale dei mercati? No, in spiaggia, ma in compagnia del fido Blackberry. In una delle settimane più nere delle borse, almeno da quattro anni a questa parte, a fare la differenza è stato proprio questo portatile elettronico, un po’ telefono cellulare e un po’ computer da tasca, con servizio di e-mail e tutto il resto. Ad eleggere Blackberry a nuovo status simbol del supermanager è stato il «Financial Times», che al tascabile salvavacanze ha dedicato un robusto servizio. La foto che accompagna l’articolo dice tutto: un paio di occhiali da sole appoggiati su sandali infradito e vicino il portentoso apparecchietto sul cui schermo compare il planisfero. Insomma il controllo del mondo stando sotto l’ombrellone.
Ed è proprio così per Martin Egan, capo dei mercati primari di Bnp Paris, sdraiato su una spiaggia di Dubai: «E’una giornata cocente - riferisce il top manager al Financial Times - ma la situazione è altrettanto rovente negli uffici di Parigi. Qui e là siamo tutti in alto stato di allerta e in vacanza con me ci sono molti finanzieri, costantemente in contatto con i loro uffici di riferimento. E per farlo basta accendere il Blackberry. La situazione è molto difficile, anche perchè ad agosto le banche funzionano con la metà o addirittura un terzo del personale. Per questo chi fa il mio lavoro deve rimanere vigile, ma oggi può farlo prendendo il sole e bevendo un cocktail alla frutta alle Maldive».
Anche al culmine della crisi, quando una tempesta di vendite sconquassava i listini, i banchieri in vacanza sono rimasti connessi direttamente dalla spiaggia con i colleghi che presidiavano gli uffici nella City londinese e a New York. Un flusso costante di e-mail ha permesso loro di gestire la situazione e rassicurare i clienti. «Mi fido molto del mio team - ha detto Geraud Charpin, capo delle strategie di credito europee di Ubs - ma in momenti del genere non posso non seguire quel che sta succedendo». Lui è in vacanza in Francia, ad Aix en Provence, però è come avesse una finestra aperta sul suo ufficio ogni volta che vuole. Basta premere un pulsante.
Non che anche così sia una passeggiata, ma lo stress in vacanza si sopporta meglio. Michael Jacobs, la cui compagnia tratta futures sui tassi d’interesse a breve termine, non esita a dire che, per lui, giovedì scorso è stata una giornata terribile, la più caotica dell’anno: «Sono praticamente diventato matto - spiega sulle pagine del famoso quotidiano economico - e penso che molti la prossima settimana vogliano liquidare le loro posizioni, ma io ho in calendario le mie ferie e non ho intenzione di rinunciarvi».
Uno stratega del credito di Deutsche Bank si chiama Jim Reid e tra le sue passioni c’è il gioco del cricket, ragion per cui per le sue vacanze ha scelto l’Inghilterra. «Senza il Blackberry sino a qualche anno fa in un caso del genere avrei dovuto tornarmene a casa. Ma con questa tecnologia si può essere coinvolti nella vita d’ufficio anche standone fisicamente molto lontano. Io ho risposto alle mail della banca mentre prendevo un tè al club del cricket e l’unico momento in cui i miei clienti non possono mettersi in contatto con me è quando tocca a me battere».
CORRIERE DELLA SERA
LUNEDì 13 AGOSTO 2007
FEDERICO FUBINI
MILANO – Circa 600 milioni di euro di crediti a rischio per l’istituto tedesco Postbank. E altri 450 milioni, secondo l’agenzia Bloomberg, per le sei maggiori banche cinesi, dalla Industrial and Commercial Bank of China fino alla Citic. Anche ieri dal buco nero dei prodotti finanziari legati in qualche modo ai mutui subprime
americani, le cui dimensioni restano ancora ignote, sono emerse nuove particelle infette, sparse fra la vecchia Europa e la Cina del boom. Sono cifre di scarso rilievo, ma contribuiscono ad alzare la tensione alla vigilia della riapertura odierna dei mercati dopo la bufera della scorsa settimana. Le prime indicazioni verranno dalle piazze asiatiche, per proseguire poi in Europa e Usa. E sia la Bce sia la Fed si tengono pronte a ripetere il copione di giovedì e venerdì, quando hanno immesso nel sistema finanziario rispettivamente 156 miliardi di euro e 62 miliardi di dollari per evitare una crisi di liquidità.
ATTENZIONE AI TASSI – Una sequenza di interventi (alla quale, in misura minore hanno partecipato anche gli istituti centrali di Giappone e Australia) che potrebbe proseguire se non miglioreranno le condizioni di accesso al credito. Giovedì scorso, per esempio, la Bce ha scesa in campo quando il livello dei tassi, a cui banche e aziende dovevano far fronte per reperire le risorse necessarie alla loro attività, era salito al 4,70%. Per questo l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet ha immesso liquidità a un tasso del 4,08%. E oggi, quando dovranno essere rimborsati i prestiti concessi venerdì, si vedrà se sarà necessaria una nuova iniezione di denaro.
Ma fra i banchieri centrali si sta già discutendo anche dell’atteggiamento sul fronte dei tassi d’interesse di base. I mercati scommettono sul rinvio del rialzo (dal 4% al 4,25%) preannunciato dalla Bce per settembre, ma all’istituto di Francoforte sembra prevalere l’idea di un rincaro nei tempi prefissati. I fondamentali dell’economia di Eurolandia sono ancora buoni e l’inflazione fa più paura della crisi derivata dai subprime, che per ora viene giudicata gestibile. Molto dipende però dai risultati della «mappatura» dell’esposizione di banche e società finanziarie che sia la Sec americana sia le authority europee stanno conducendo.
RADIOGRAFIA DEI RISCHI – Una radiografia completa dei rischi dovrebbe essere pronta per fine mese o inizio settembre. Ed è anche in base a questo, oltre che alla ritrovata o meno stabilità dei mercati, che la Bce deciderà cosa fare. Lo stesso interrogativo se lo stanno ponendo i governatori della Fed. E per ora un ribasso dei tassi (il mercato dei futures già sconta due tagli dello 0,25% ciascuno fra settembre e fine anno) non appare affatto scontato. Se la crisi dei subprime
non si rivelerà molto più ampia, al centro delle preoccupazioni di Ben Bernanke continuerà a rimanere l’inflazione piuttosto che le perdite che potranno subire quei «miliardari che gestiscono gli hedge fund», come li definisce il New York Times,
che per avidità hanno scommesso su titoli ad alto rischio.
CORRIERE DELLA SERA
LUNEDì 13 AGOSTO 2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – «Da una parte l’enorme deficit fiscale, dall’altra la crescita esplosiva dei mercati finanziari: così gli Stati Uniti rischiano di essere la causa della prossima crisi globale». Non sono parole di oggi quelle di Kenneth Rogoff. Il suo monito, per la verità condiviso da molti economisti, risale molto indietro nel tempo. E, soprattutto nell’ultimo anno, lui lo ha ripetuto a ogni convegno, ogni dibattito, ogni intervento pubblico, suscitando spesso un’alzata di spalle da parte di quei colleghi per i quali la «bolla immobiliare» Usa non sarebbe mai scoppiata. Invece sta succedendo. «E ora, per evitare che l’attuale crisi si trasformi in un terremoto, molto dipende da quanta flessibilità sapranno mostrare le banche centrali – spiega ”. Hanno un compito difficile: a buttare massicce iniezioni di liquidità sui mercati si rischia di perdere molti soldi, tantopiù che si sta giocando contro una massa di prodotti finanziari collaterali che potrebbero rivelarsi molto più marci di quanto si pensi. Ricordiamoci che nell’ottobre dell’87, quando dovette affrontare il crollo di Wall Street, anche Greenspan fece perdere miliardi di dollari alla Federal Reserve. Il suo intervento fu però determinante per impedire una recessione mondiale».
Rogoff, ex capo delle ricerche economiche dell’Fmi, ex esponente del board della Federal Reserve, ora docente alla Harvard University, è uno degli economisti più ascoltati al mondo. Dal Brasile, dove si trova in questi giorni per lavoro, segue con attenzione quanto sta accadendo sui mercati finanziari. «Quale impatto avrà sull’economia? – si chiede – Tutto quel che posso dire è che il problema del mercato immobiliare americano è più grave di quanto sembri in questo momento, e va ben oltre il caso dei mutui subprime. Prima di arrivare a una valutazione realistica i prezzi degli immobili dovranno perdere ancora un po’ di punti percentuali.
Lo faranno nel corso dei prossimi anni, è inevitabile ». Ma da gran giocatore di scacchi qual è (perdipiù con sulle spalle una carriera professionale di livello internazionale) Rogoff ammette d’essere particolarmente intrigato dal dilemma che devono affrontare i banchieri centrali, in primo luogo Jean-Claude Trichet della Bce e Ben Bernanke della Fed. Da una parte – ragiona Rogoff – devono sostenere i mercati finanziari per impedire che, mancando la liquidità e le disponibilità di credito di cui le aziende hanno bisogno, l’intera economia si fermi. Dall’altra devono invece evitare di rendere troppo facile l’accesso al denaro per non alimentare l’inflazione. In termini estremi: alzare i tassi oppure ridurli, con il rischio però di incoraggiare una nuova bolla speculativa senza aver annullato quella precedente? «La Bce mi sembra quella che ha di fronte la scelta più difficile – ammette Rogoff ”. Solo pochi giorni fa ha infatti manifestato la sua decisione di rialzare il costo del denaro e ora invece non solo sta iniettando liquidità sul mercato ma, se la situazione si rivelerà più grave di quanto appare oggi, dovrà rassegnarsi a un taglio dei tassi».
E Bernanke? E’ scontato un ribasso di un quarto di punto a settembre e di un altro quarto in inverno? Rogoff sintetizza in una battuta: «Fra gli interrogativi mettiamo anche questo: l’ultima cosa che desidera Bernanke è quella di far credere ai mercati finanziari che tutte le volte che hanno un problema basta che lo chiamino al telefono e lui correrà in loro
soccorso».
LA REPUBBLICA
LUNEDì 13 AGOSTO 2007
GIORGIO LONARDI
MILANO - Comincia oggi a Tokyo il «giorno più lungo» dei mercati mondiali dopo i ribassi di giovedì e venerdì seguiti alla crisi dei mutui subprime. E Fed e Bce sembrano pronte a intervenire ancora, immettendo nuova liquidità sui mercati per scongiurare un pericoloso contagio alla crisi: fonti finanziarie, infatti, parlano di contatti tra le due autorità monetarie europea e americana su difesa dei mercati e tassi.
Con ogni probabilità sarà il Kabutocho a dare il senso della giornata e poi via via seguiranno le altre Borse. La tensione è alta: stamane molti operatori occidentali si sveglieranno già alle prime luci dell´alba per annusare l´aria e capire il mood dei mercati del Far East. In Europa, infatti, il clima non è allegro. L´ultima novità negativa riguarda la Deutsche Postbank, che sarebbe esposta per 600 milioni di euro in 2 strumenti d´investimento della Ikb, l´istituto tedesco finora più coinvolto nella crisi dei mutui subprime, che ha dichiarato un´esposizione di circa 4,7 miliardi di dollari. Stessa musica in Cina, dove sei banche quotate sarebbero coinvolte per 475 milioni di dollari.
Come si comporteranno oggi i mercati? Dopo il panico che solo in Europa ha «bruciato» in due giorni 428 miliardi di capitalizzazione, adesso ci si chiede se la tempesta è finita. E se la massiccia iniezione di liquidità effettuata dalle banche centrali (quasi 300 miliardi di dollari) ha ristabilito la fiducia. Oppure se ci si deve attendere un lunedì nero caratterizzato da ondate di vendite. Un panic-selling che già la scorsa settimana aveva scatenato la corsa ai beni rifugio. Lo conferma l´andamento dell´oro che ha guadagnato 8,8 dollari l´oncia, con i future consegna a settembre schizzati sopra i 680 dollari. In rialzo anche l´argento, che ha visto lo stesso tipo di contratto mettere a segno un aumento dell´1,3%.
Il secondo interrogativo, strettamente correlato al primo, riguarda proprio il comportamento delle banche centrali, a cominciare da quella americana. «Siamo nel mezzo della tempesta – spiega Chip Hanlon presidente di Delta Global Advisor – l´unica domanda è se la Federal Reserve lascerà che il mercato si aggiusti autonomamente o se giungerà in suo soccorso». Alcuni investitori, infatti, scommettono su un taglio dei tassi d´interesse da parte della stessa Fed. Un´ipotesi tutta da verificare perché Bernanke finora sembra preoccupato soprattutto dallo spegnimento dei focolai d´inflazione. In ogni caso prima che la Fed prenda una decisione bisognerà aspettare mercoledì il dato sull´andamento dei prezzi al consumo. Mentre fra giovedì e lunedì saranno rilasciati gli indicatori sulla fiducia dei consumatori, sulle vendite al dettaglio e sulle nuove costruzioni.
Quanto all´Europa la questione che si pone il presidente della Bce Jean-Claude Trichet è diversa da quella di Bernanke. Si tratta di capire, infatti, se continuerà la stretta progressiva sull´economia del Vecchio continente per scongiurare le spinte inflattive oppure se Trichet, di fronte allo sconquasso dei mercati, non decida di bloccare, o quantomeno di rallentare, la crescita dei tassi. Lo scenario più attendibile precedente al tifone subprime prevedeva infatti che il 6 settembre alla prossima riunione della Bce ci sarebbe stato un rialzo dei tassi dello 0,25%, cui ne sarebbe seguito entro fine anno un altro di analoghe dimensioni. Adesso, però, stanno crescendo le aspettative circa un solo aumento di 25 punti base nel giro dei prossimi sei mesi, non necessariamente già in settembre.
LA REPUBBLICA LUNEDì 13 AGOSTO
ANDREA TARQUINI
dal nostro corrispondente
BERLINO - La grande crisi finanziaria internazionale fa tremare anche la prima economia europea, la Germania. Alla vigilia della riapertura dei mercati crescono timori e diffidenze ai piani alti delle banche e inquietudine degli ambienti politici, specie governativi, per l´allargarsi del contagio, che sta coinvolgendo anche un colosso come la Deutsche Postbank. Economisti ed establishment invitano a non drammatizzare, ma temono che la crisi di liquidità spinga a una stretta creditizia negativa per la ripresa tedesca. E sperano che la Banca centrale europea agisca. Con nuove iniezioni di denaro sui mercati, date per scontate qui nei prossimi giorni, ma se possibile anche con una politica dei tassi più accomodante.
«Sui mercati in Germania c´è ancora molto denaro per cui cercare investimenti appropriati», ha detto il capo economista di Deutsche Bank Norbert Walter, invitando a «evitare allarmismi esagerati». E il leader del Consiglio dei cinque saggi (il più influente board di economisti del paese), Bert Ruerup, ha affermato che «la crisi resterà confinata sui mercati finanziari, almeno finché la Bce si comporterà in modo saggio e alimenterà a sufficienza il mercato con liquidità». Ma non tutte le voci sono così pacate.
«Dove non c´è fiducia non ci sono crediti», ha avvertito Ulrick Kater, capo economista di DekaBank. Secondo Thorsten Polleit, suo omologo a Barclays capital Germania, «si farà più esiguo il flusso di crediti che ha acceso il fuoco della congiuntura, e se questa tendenza continuerà farà sentire un effetto frenante sulla congiuntura in Germania, un effetto che si mostrerà negli investimenti e nel consumo».
I pessimisti temono anche contraccolpi diretti della crisi americana, visto che gli Usa contendono a Cina e Francia il ruolo di primo sbocco dell´export tedesco di beni di consumo, macchinari, tecnologia, software e investimenti. E secondo l´esperto di questioni delle piccole e medie aziende della Cdu (il partito della Cancelliera Angela Merkel), Michael Fuchs, il pericolo è che la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau - KfW, società di aiuto pubblico agli istituti e alle imprese in difficoltà - sia più coinvolta nella crisi di quanto non si pensi, e possa quindi erogare meno soccorsi di quanto ha fatto finora, con una media di 590 milioni di euro l´anno. La KfW tra l´altro controlla il 38 per cento della IKB, l´istituto di credito delle piccole e medie imprese colpito nei giorni scorsi dalla crisi internazionale, e ha già dovuto compensarne le alte perdite. Der Spiegel parla persino di 7,8 miliardi di euro investiti in operazioni a rischio negli usa. «La KfW non dovrebbe partecipare a operazioni speculative», critica il democristiano Fuchs.
Preoccupazioni si colgono anche nel clima generale tra le banche tedesche. A Francoforte e a Monaco si respira un clima di sospetti reciproci: ogni istituto sospetta l´altro, anche l´abituale partner, di nascondere affari a rischio. Le banche quindi non sembrano più orientate a prestarsi facilmente denaro a vicenda come hanno fatto fino a ieri. Borsa stretta, in attesa di nuove notizie su altri istituti nazionali coinvolti nella crisi. La WestLB, la banca semipubblica del Nordreno-Westfalia (lo Stato più popoloso della federazione) ha ammesso di aver investito 1,25 miliardi di euro in fondi "subprime" americani. La Postbank, cioè la banca della Posta, fortissima nel mercato dei piccoli risparmiatori, si accinge a rivelare le cifre dei suoi investimenti a rischio. Si parla di almeno 600 milioni di euro (780 milioni di dollari) collegati a investimenti di Ikb.
LA STAMPA LUNEDì 13/8/2007
GIANLUCA PAOLUCCI
Anche le banche cinesi si scoprono esposte nel settore dei mutui subprime Usa, accrescendo il temuto «effetto contagio» sui mercati mondiali che nei giorni scorsi ha tenuto sotto pressione le Borse. E la Germania, uno dei Paesi che ha risentito per primo della crisi Usa e le cui istituzioni finanziarie sono tra le più esposte verso questo tipo di prodotti, scopre nuove falle nel suo sistema creditizio. Una prova della tenuta del sistema e delle ripercussioni della tempesta dei mutui si avrà già questa mattina alla riapertura dei mercati dopo la pausa del fine settimana. Dopo i 300 miliardi di liquidità immessi sui mercati dalle banche centrali di tutto il mondo, il mercato scommette adesso su un possibile taglio dei tassi Usa nel breve periodo, mentre la Bce potrebbe decidere di annullare l’atteso rialzo d’autunno.
Il contagio in Cina
Secondo quanto riferito dall’agenzia Bloomberg, sei tra le maggiori banche cinesi sarebbero esposte nel segmento dei mutui di scarsa qualità per oltre 475 milioni di euro. La più esposta sarebbe la China Construction Bank, scoperta per 576 milioni di yuan. L’elenco comprende anche la Industrial & Commercial bank of China per 120 milioni di yuan, la Bank of communication per 120 milioni, China Citic per 190 milioni e la China Merchants Bank per 103 milioni. Yi Xinanrong, membro della Chinese Academy of social sciences, interpellato dalla stessa Bloomberg, spiega come l’effetto «subprime» potrebbe farsi sentire in maniera pesante anche in Cina. Al di là degli effetti indotti dalla crisi statunitense, l’esperto di finanza e banche dell’Academy spiega infatti che «la qualità di mutui e prestiti per la casa in Cina è molto peggiore rispetto agli Usa». Inoltre, continua l’esperto cinese, negli Stati Uniti «c’è stato un controllo del sistema del credito, mentre in Cina tutti possono chiedere soldi per comprare una casa», con controlli sulla solvibilità che hanno maglie molto più larghe rispetto a quelli, già deboli, degli Stati Uniti.
Allarme per i subprime anche in Corea del Sud, dove sabato si è tenuta una riunione d’urgenza tra il viceministro dell’Economia, i rappresentati della Bank of Korea e commissione del servizio di supervisione finanziaria, l’autorità di controllo dei mercati finanziari.
Nel Vecchio continente
Dalla Germania, l’ultima novità è quella della Deutsche Postbank, esposta nei confronti della banca tedesca Ikb, finita nei giorni scorsi nella bufera mutui, per 600 milioni di euro. Tra questi, circa 200 sarebbero in strumenti direttamente collegati ai «subprime». Per una serie di banche europee - Commerzbank, Deutsche Bank, Bnp e Fortis - il timore è legato alla loro esposizione nei confronti di Homebanc, l’ultima in ordine di tempo tra le società Usa ad aver richiesto la protezione dai creditori per le perdite legate ai mutui casa. Tra gli azionisti di Homebanc figura, con una quota superiore al 5%, anche la svizzera Ubs. L’attesa è però per l’apertura dei mercati: nelle ultime 48 ore della scorsa settimana borsistica, hanno sofferto dell’effetto panico, bruciando solo in Europa la bellezza di 428 miliardi di euro. A trarne vantaggio sono stati i cosidetti beni-rifugio, con i prezzi dell’oro e dell’argento schizzati in alto. Per il metallo giallo, quasi nove dollari l’oncia in più, con i futures saliti fino a 680 dollari l’oncia.
LA STAMPA LUNEDì 13/8/2007
FRANCESCO MANACORDA
Hanno investito nella Rolls Royce degli «hedge funds», nel Concorde della finanza, nel Tgv dei rendimenti. Insomma hanno messo i loro soldi - in tutto la bellezza di 8 miliardi di dollari - nel segreto quanto celebre Alpha Global Fund della Goldman Sachs. Ma adesso i blasonati investitori - grandi gruppi finanziari, assicurazioni, i fondi pensione di qualche stato americano - si trovano in mano quote che secondo l’agenzia Usa Bloomberg valgono il 26% in meno rispetto all’inizio dell’anno. Eppure nello stesso periodo l’indice S&P dei 500 principali titoli Usa è salito del 16%.
Storia esemplare di un mercato finanziario senza più bussola, quello dell’Alpha Global Fund, il più famoso e finora redditizio tra i cosiddetti «fondi quantitativi». Sono i fondi che hanno come obiettivo quello di offrire rendimenti scollegati - e ovviamente assai superiori - a quelli delle Borse. Ma la crisi dei «subprime» e le scosse telluriche che si diffondono attraverso i mercati mondiali sembrano aver mandato a rotoli nel giro di pochi mesi i complicatissimi modelli matematici con i quali il duo d’oro - o ex tale - di Goldman Sachs composto da Mark Carhart e Raymond Iwanowski ha ottenuto finora risultati da Re Mida.
Carhart, ha solo ventinove anni, quando nel 1995 lascia il posto di assistente alla University of Southern California e si associa con il compagno di studi Iwanowski: assieme lanciano il primo modello quantitativo nel quale una mole immensa di dati macinata da appositi programmi consente di scovare le azioni davvero sottovalutate, da comprare a piene mani, e quelle sopravvalutate da vendere invece al più presto. In quell’anno l’Alpha Global Fund raccoglie 10 milioni di dollari. Ma nel ”96, quando i suoi pochi clienti si accorgono che in dodici mesi hanno guadagnato il 140% le sottoscrizioni fioccano. Nel 2005 l’Alpha Global non è un hedge fund, è «l’hedge fund» per eccellenza che applica il «quant», il metodo quantitativo non solo alle azioni, ma anche alle valute e alle obbligazioni. A questo punto ha a disposizione 10 miliardi di dollari e li fa fruttare come non mai: il rendimento di quell’anno è il 51% lordo, che sarà poi limato da ricchissime commissioni alla Goldman.
Nel 2006, però, il vento comincia a girare. L’Alpha Global perde circa il 6% nell’anno, sempre a dar retta alle informazioni degli «insider», visto che Goldman Sachs, non comunica le performance dei suoi fondi chiusi. «E’ noto che il fondo è volatile - si limita a dire nel dicembre 2006 un portavoce - ed ha già avuto periodi di volatilità in passato, Dalla sua partenza ha comunque ottenuto rendimenti positivi per gli investitori». Dalla volatilità si passa però a veri e propri precipizi. Sempre in base a informazioni non ufficiali l’ultima settimana di luglio il Global Alpha perde l’8% e la prima di agosto non va molto meglio. Giovedì scorso Goldman è così costretta a infrangere il suo proverbiale riserbo per smentire le voci che impazzano nelle sale operative di Wall Street: non intende mettere in liquidazione - contrariamente ai rumors - il fondo nè tantomeno vendere le quote che esso ha in molte aziende, dalla Continental, alla Fiat, alla joint-venture europea Eads. Oggi, alla riapertura dei mercati i computer di Carhart&Iwanoswki macineranno nuovi dati e i due stregoni di Wall Street faranno di tutto per risollevare il valore del fondo. Ma dovranno fare presto, prestissimo: entro il 15 agosto gli investitori che vogliono uscire dal Global Alpha e incassare i loro soldi per il 30 settembre devono comunicarlo a Goldman. Se le cose continueranno così la fila alla cassa potrebbe essere lunga.
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