(Mario Baudino, La Stampa 9/8/2007), 9 agosto 2007
Gioco. La rivista americana ”American Anthropologist” ha pubblicato il saggio di David Lancy, stimato docente all’Università dello Utah, che mette in discussione la necessità avvertita dai genitori moderni, delle classi medie e alte del mondo ricco, di giocare coi figli
Gioco. La rivista americana ”American Anthropologist” ha pubblicato il saggio di David Lancy, stimato docente all’Università dello Utah, che mette in discussione la necessità avvertita dai genitori moderni, delle classi medie e alte del mondo ricco, di giocare coi figli. Che si tratti di una pratica pedagogica recente è provato da un documento del 1914 del Dipartimento americano per l’infanzia, che ammoniva i genitori a non giocare con i figli, per non stimolare eccessivamente il loro debole sistema nervoso. Lancy sostiene che sia una consuetudine diffusa per lo più tra gli americani. Tre quarti della popolazione mondiale non condividono il gioco coi bambini. Unica eccezione gli Inuit, giustificabili perché trascorrono la maggior parte del tempo nelle solitudini dei ghiacci. Forse, sostiene Lancy, anche nei paesi ricchi non si gioca coi bambini per dedicare loro tempo, ma per vincere la solitudine del proprio igloo familiare. Tanto che da uno studio di due psicologi di Princeton è emerso che i genitori che provano piacere a giocare coi figli, ammettono che in fondo si tratta di un’attività più gradevole dei lavori di casa. Come dire che non sono i figli che hanno bisogno di giocare coi genitori, ma il contrario. Un’altra spiegazione ”antropologica” data da Lancy, è che i genitori dei paesi ricchi giocano coi figli per renderli pronti alla vita nella società dell’informazione. Infine l’autore critica certe politiche sociali del suo Paese mirate a incentivare il divertimento condiviso coi figli, per esempio un programma per le fasce più povere della popolazione, con assistenti sociali che visitano le abitazioni armati di un kit apposito: per Lancy si tratta di imperialismo, al limite del razzismo.