Gianni Ranieri, La Stampa 10/8/2007, 10 agosto 2007
CHIETI
1. Il giorno del trionfo. E’ il 26 ottobre 1951, al Madison Square Garden di New York Rocky Marciano mette al tappeto Joe Louis all’ottava ripresa. Un anno più tardi Marciano divenne campione del mondo a Filadelfia, battendo per ko Jersey Joe Walcott 2. Il pugile a Ripa Teatina dopo la fine della carriera: circondato dai compaesani va in visita al «laboratorio della porchetta». 3. La mamma di Rocky mostra le foto del pugile a una cugina di Ripa Teatina e a un giovane cuginetto. 4. Una delle opere esposte a Ripa nella mostra «Da Rocco Marchegiano a Rocky Marciano».
E’ un appuntamento di fatti straordinari questa abruzzese Ripa Teatina, ameno cucuzzolo dal quale si ammira il mare di Pescara. Nel 1520, sotto la dominazione spagnola, ottiene il «Privilegio dei pugni», il diritto dei residenti, dopo versamento di tassa adeguata, a risolvere rogne di genere civile o penale a suon di botte da dare e prendere sulla pubblica piazza. Il meno ammaccato avrebbe avuto comunque ragione. Un bel po’ di anni dopo, il 23 settembre del 1952, un riformatore professionista di connotati altrui, di nome Rocky Marciano, diventa campione mondiale dei pesi massimi, piallando alla 13ª ripresa Jersey Joe Walcott dopo essere stato messo al tappeto nel corso della prima. Il suo vero nome è Rocco Marchegiano. Suo padre, Querino, aveva lasciato la natia Ripa Teatina nel marzo del 1912 con l’intenzione di mettersi in tasca almeno un pezzetto di sogno americano.
Choc romantico
La cittadina la cui terra, tra bellezze panoramiche e squisitezze di abitanti ospitali e gentili, non è avara di destri al plesso solare e ganci alla mascella (ha offerto alla boxe anche Rocky Mattioli, mondiale dei superwelter) ha ideato e realizzato una mostra affascinante, visitabile a Ripa sino al 2 settembre prossimo. La mostra s’intitola «Da Rocco Marchegiano a Rocky Marciano» ed è un percorso di immagini folgoranti, drammatiche, una ricollocazione nella memoria di momenti d’una intensità che ti afferra lo stomaco, un susseguirsi di shock visivi che ti rispediscono ai tempi del pugilato romantico, ammesso che il romanticismo abbia mai abitato tra le corde di un ring.
Che attenta e scrupolosa scenografia, dall’inizio color grigio antico che narra l’arrivo di Querino Marchegiano a New York, al suggestionante bianco e nero dei combattimenti abbagliato dalle luci del ring: la malinconia tumefatta degli sconfitti, il sorriso al sangue dei vincitori. E, alla fine, la ricostruzione, minuziosa, fedele, d’una palestra d’antan. Allora, provi a fare una cosa, chiudi gli occhi. Li senti? Li senti come dilagano e rimbombano i colpi sulla pelle del sacco? come se Ripa Teatina vivesse una perenne vigilia d’un combattimento mondiale, Rocky è in ogni via, s’affaccia da ogni vetrina.
Andò così. Il vecchio fabbricante di picchiatori Charlie Goldman si recò a trovare Angelo Dundee, la futura mente di Cassius Clay, e gli disse: «Ci sarebbe in giro un italo-americano di Brockton, Massachusetts, che s’è stufato di scavare buche per l’azienda del gas e vuol fare il peso massimo. Però non è un massimo».
«E che cos’è?» chiese Dundee, che è sempre stato un uomo curioso.
«Un nano - disse Goldman - E’ basso un metro e 78, ha le braccia corte, le spalle curve e due piedi sinistri».
«Due che?», disse Dundee.
«Due piedi sinistri. Tutt’e due i piedi hanno le punte che voltano a destra».
Dundee si guardò intorno, passò in rassegna le fotografie e i manifesti che tappezzavano le pareti del suo ufficio, Gene Tunney, Jack Dempsey, Max Schmeling, Joe Louis. Ripiazzò lo sguardo su Charlie Goldman e disse: «Interessante».
«Altro che interessante». Godman sparò un destro all’aria: «Si chiama Rocky, Rocky Marchegiano e ha un pugno che può essere usato, a piacere, per abbattere un grattacielo o affondare la corazzata Lincoln. Un pugno titanico».
«Addirittura», esclamò Dundee.
Goldman strizzo l’occhio: «The Suzi Kiss. Così Rocky chiama il suo destro. Il bacio di Suzi».
In realtà al posto di Kiss c’era un Quick, Suzi Quick. La veloce Suzi. Ma restando misteriosa l’origine di Suzi, risultò molto più simpatico ingentilire un pugno micidiale assimilandolo a un bacio di donna. Il cognome Marchegiano venne convertito, per scioltezza linguistica, in Marciano. Rocky fu affidato a un ottimo manager, All Weill. Non diventò un Nureyev del ring, ma imparò l’indispensabile per portare a termine 49 combattimenti da dominatore: 43 ko e 6 vittorie ai punti. E per combattere sette volte con il titolo mondiale in palio: 6 ko e un successo ai punti (il primo match contro Ezzard Charles).
La mattina del 24 settembre del 1952 la mamma di Rocky, Pasqualina Picciuto emigrata da Benevento nel 1916, accostò all’immagine del figlio neonato disteso su un cuscino di raso celeste, la foto incorniciata d’un pugile in posa che la sera prima aveva conquistato la corona di campione del mondo.
Quelle due foto erano ancora lì, il campione che guarda se stesso bambino, il 27 aprile del 1956, il giorno dell’addio alla boxe dopo aver annientato Archie Moore. Erano ancora lì, il 31 agosto del 1969, il giorno prima del suo quarantaseiesimo compleanno (era nato a Brockton, nel Massachusetts, il primo settembre del 1923, primo di 5 fratelli), quando Rocky Marciano mise fine alla propria storia nello schianto del Cessna 127 che, da Fort Lauderdale, doveva portarlo a Des Moines per una festa di vecchi e giovani fans.
Al Madison Square Garden
L’immagine che prende tutta un’ampia parete della mostra rappresenta la sponda d’un ring. Al centro un arbitro impegnato a contare. Alle spalle dell’arbitro, una muraglia di volti. Facce impaurite, allibite, incredule. Una donna con gli occhi spalancati tiene la mano sulla bocca. Un uomo ha la smorfia di chi sta assistendo a un’operazione chirurgica, un altro sembra stia osservando lo sbarco dei marziani sulle tribune del Madison Square Garden. Fuori dalla grande fotografia, a terra, sul pavimento, ritagliato e incollato a un pannello, sta in ginocchio, con la testa penzoloni e i guanti che toccano le piastrelle, un diroccato Ezzard Charles, lo sparviero di Cincinnati, spedito ko dai baci di Suzi all’ottava ripresa nel match del 17 settembre 1954.
Nell’appassionato, lungo omaggio di Ripa Teatina a Rocky Marciano c’è perfino la voce di Mike Bongiorno che le notte del 26 ottobre 1951 raccontò per la Rai il trionfo di Rocky su Joe Louis. A Marciano Louis faceva tenerezza, voleva bene a quel mito distrutto. «Non essere triste per me - gli disse l’ormai ex bombardiere nero - la mia tristezza basta e avanza».
Era tenero, quando non picchiava e non si allenava, Rocky Marciano. Gli piacevano i soldi e le donne e più erano giovani e più gli veniva l’acquolina in bocca. Piaceva alla mafia, ma la mafia gli dava fastidio, lo distoglieva dai suoi pensieri pugilistici. In allenamento l’affliggevano dolorose inquietudini, era uno scoglio duro e tagliente. La madre andò a trovarlo alla vigilia del match con La Starza. Le disse secco: «Ho soltanto dieci minuti». «Dieci minuti sono pochi per una mamma, Rocco. Non ho più avuto tue notizie, trascuri tua moglie e la bambina». Ma lui non l’ascoltava, era già sul ring davanti al rivale. Spandeva felicità al suo arrivo a Ripa Teatina, quando decise di vedere il luogo delle sue radici, nel 1964. Celeberrimo, fu sommerso d’amore ricambiato. E con amore e dedizione la Pro Loco di Ripa e due giovani abruzzesi con il sorriso aperto e i pugni stretti, Francesca Mancini, ideatrice della mostra, e l’assessore Gianluca Palladinetti che ne ha curato con Toni D’Alessandro l’allestimento, hanno ricostruito il viaggio dal nulla alla gloria di Rocco Marchegiano dandogli il ritmo d’un punchball preso a pugni da un campione del mondo.