Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 10 Venerdì calendario

PECHINO

La storia drammatica di un aborto imposto a una giovane donna al nono mese di gravidanza può aprire la strada alla riforma della legge sul figlio unico, uno dei pilastri della Cina moderna postmaoista. Si tratta di un caso pilota che sembrava destinato all’archiviazione, invece è finito sulla scrivania dei giudici di un tribunale di livello superiore ai quali spetta ora il compito di valutare se l’odioso atto di violenza compiuto da alcuni funzionari locali della Commissione per la pianificazione familiare sia un omicidio da punire o «una procedura amministrativa » in qualche modo associata alle norme che disciplinano il controllo delle nascite. La questione è complessa: l’aborto è stato eseguito «legittimamente» perché se non hai ottenuto il «nulla osta» della Clinica per la pianificazione la gravidanza è vietata? In altra parole, è la legge sul figlio unico che impone l’aborto? La «licenza » al parto è sempre obbligatoria? Chi ha il potere di vigilare sulla corretta applicazione della disciplina?
Tante domande. Per la prima volta la Cina riflette pubblicamente sulla sua politica demografica. Non per invertire la rotta. Piuttosto, per ritoccarla e per eliminarne le fonti formali e legali degli abusi più vergognosi. Che, specie, lontano dalle città sono davvero numerosi. Lo rivela il Caijing che sta per essere distribuito. uno dei rari giornali che riesce a sottrarsi alle maglie della censura. Al Caijing l’avvocato Sun Maohang, difensore della signora, ha confermato: « la prima causa sulla programmazione delle nascite che viene ammessa dal sistema giudiziario cinese».
Ecco che cosa è accaduto. Nel 2000 Jin Yani viveva col suo compagno, un contadino nella provincia Hebei, attorno a Pechino. Lei venti anni appena compiuti. Lui, Yang, 32. In Cina se non hai 20 anni non ti puoi sposare e non puoi avere figli. Jin Yani pochi mesi prima del compleanno aveva scoperto di essere incinta. I due si erano così decisi a celebrare, il 5 maggio, le nozze, condizione indispensabile per richiedere l’autorizzazione al parto. A cerimonia avvenuta, Yang si mise in fila negli uffici della Commissione: gli fu assicurato che la licenza sarebbe arrivata.
La data del parto si stava avvicinando, però quel documento restava chiuso nei cassetti della Commissione per la pianificazione della Provincia Hebei. Improvvisamente, un giorno, alla porta di casa bussarono una decina di individui spediti dalla stessa Commissione, dipendenti della Commissione. Era il 7 settembre. «Lei deve abortire, ha infranto la legge, è rimasta incinta a 19 anni». «Ma la legge dice che si può avere un figlio a 20 anni e io ne 20». «Non è così». Ci fu una discussione animata finché il gruppo prelevò la giovane donna, la portò di peso all’ospedale della contea e qui un medico praticò una iniezione. Il bambino in grembo morì.
Yin rimase per sempre segnata, impossibilitata ad avere altri figli. Però, d’accordo con il marito, giurò di non darsi per vinta, non accettava quel delitto. I coniugi rimuginarono e pensarono per parecchio tempo fino a che lo scorso anno avviarono la loro battaglia giuridica. Non solo Yin chiedeva una compensazione economica per il danno psicologico (un milione di yuan, centomila euro) ma metteva in discussione l’impianto della politica del figlio unico: i limiti di età per il matrimonio, le sanzioni per la violazione della legge, il rilascio della «licenza» di parto. Un atto giudiziario mai visto in Cina. Era un gesto disperato? Inutile? Il caso, in partenza, fu assegnato a una corte della contea e finì come era prevedibile: l’aborto, affermarono i giudici, non ha rappresentato una violazione della legge sulla pianificazione. Di conseguenza il ricorso della coppia non era ammissibile.
Pareva che la vicenda si esaurisse lì. Invece, il 22 giugno di quest’anno Jin e Yang hanno ripreso la loro lunga marcia presentando l’appello a un nuovo collegio. I giudici l’hanno accettato considerandolo fondato. Ora dovranno pronunciarsi nel merito con una sentenza scritta e motivata. Ma il primo passo è stato compiuto. Ha dichiarato l’avvocato Sun al Cajing:
«Questa causa determinerà una nuova strategia di pianificazione familiare e una maggiore considerazione dei diritti della donna e della coppia». Certamente, ha il merito di contribuire a scoperchiare la piaga degli abusi compiuti in nome di una zelante e proterva applicazione della legge sul figlio unico.
PRANZO A SCUOLA
Un bambino mangia, tutto solo, in una scuola di Pechino. Dal 1979, le coppie cinesi possono avere soltanto un figlio. Difficile sfuggire al controllo: le donne possono essere costrette a abortire
Questa causa è in favore dei diritti della donna e della coppia