Sergio Bocconi, Corriere della Sera 10/8/2007, 10 agosto 2007
MILANO
La scena è un po’ in stile "Goldfinger": misure di sicurezza fantascientifiche, piccole montagne alte mezzo metro di lingotti d’oro che si distendono non proprio a vista d’occhio, ma quasi. Non si ripete spesso: però tutti i Governatori di Bankitalia non hanno mancato la consueta visita ai caveau di Via Nazionale dove è conservata una parte delle riserve auree del Paese. Tutto ha luogo ovviamente nella più assoluta riservatezza. Siamo a Roma, non certo in America. Alla Federal Reserve è tutto un altro spettacolo: la visita alla maxicassaforte localizzata vicina a Wall Street direttamente nello strato roccioso che sostiene Manhattan, 15 metri sotto il livello dell’Oceano, si prenota gratuitamente online. E chi si avventura oltre il passaggio largo tre metri, tagliato in un cilindro di 90 tonnellate d’acciaio, può ammirare anche lingotti made in Italy: la nostra è fra le Banche centrali che hanno affidato alla Fed la custodia di una parte della propria ricchezza.
Il «salvadanaio» di Palazzo Koch è forse meno spettacolare. Ogni volta però che un Governatore sfila fra i lingotti, di misure e pesi diversi ma spesso nella forma standard che in once equivale a circa cinque chili, fa un viaggio nella storia. Sì perché l’oro della Patria è arrivato a Roma da provenienze e percorsi tanto differenti: ce ne sono marchiati con la falce e martello dell’Unione Sovietica, ci sono le «mattonelle» con l’aquila americana e anche qualche pezzo con quella nazista. Sono stati depositati lì il 7 giugno 1946 i gioielli di Casa Savoia e un lingotto sequestrato al venerabile, Licio Gelli. Insomma, ogni volta che le porte d’acciaio vengono aperte con le tre diverse chiavi affidate a tre custodi, con l’oro scorre la storia brillante e opaca del nostro Paese, con le sue relazioni interne e internazionali e qualche volta anche con i suoi misteri.
Viaggi silenziosi. In Italia le riserve auree non sono mercato e spettacolo. Anzi. Si può ben dire che mettere e conservare il «fieno in cascina» sia sempre stata una missione, una fede, della Banca d’Italia. Che ha conservato la posizione nella classifica mondiale non senza doverla difendere più volte dagli appetiti della politica. Del resto l’oro è formalmente di proprietà di Via Nazionale, e per questo nel ’98 ha dovuto acquistare le riserve dell’Ufficio italiano cambi per rispondere ai requisiti di Maastricht, e senza il consenso del Governatore e della Bce un provvedimento di legge non può imporre la cessione di riserve, visto che violerebbe l’articolo 108 del Trattato.
Buona parte del fieno attualmente nei caveau è stato raccolto negli anni del boom, Cinquanta e Sessanta. La Banca d’Italia, ripartita nel Dopoguerra con riserve praticamente a livello di guardia, ha potuto sfruttare i tesoretti che provenivano dagli avanzi della bilancia dei pagamenti. L’industria italiana tirava ed esportava, e in cassa arrivavano i dollari. Gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944 stabilivano la convertibilità oro-dollaro a un prezzo fisso di 35 dollari e diversi banche centrali, fra le quali si sono distinte quelle di Roma e Parigi, hanno visto bene di mettere oro in salvadanaio.
Via Nazionale ha così iniziato a perseguire una politica mai abbandonata che si può riassumere così: l’oro è la riserva di ultima istanza. Le valute sono nazionali, i lingotti (pur con tutti marchi che li possono contraddistinguere e segnalare) no.
La prima fase aurea è durata fino all’agosto 1971, e cioè a quando Richard Nixon ha decretato la fine del gold standard lasciando fluttuare liberamente il dollaro. Però in Italia è successo qualcosa pochi anni dopo che ha ancorato forse ancora di più la moneta alle riserve in lingotti: nel 1976 il nostro Paese ha evitato la bancarotta grazie a un prestito della tedesca Bundesbank solo offrendo una garanzia aurea. Nel linguaggio schietto di Giulio Andreotti ha dovuto «portare in pegno l’oro». Uno choc difficile da dimenticare. E che infatti è rimasto indelebile nella memoria dei nostri Governatori.
Ma la politica del fieno in cascina, se dovesse essere sottoposta a referendum come in Svizzera, sarebbe difesa a «furor di popolo»: se Bankitalia è quinta nella classifica mondiale per riserve auree con 2.452 tonnellate che valgono 38 miliardi di euro, l’oro in monete, gioielli e lingotti da uno a 12 chili chiuso nelle cassette di sicurezza si stima rappresenti un tesoro da 400 tonnellate. Si tratta di valutazioni senz’altro per difetto, non solo perché la privacy difende i piccoli forzieri degli italiani, bensì perché fino al 2000 da noi i lingotti si compravano e depositavano in Svizzera: l’oro puro, con titolo 999 contro il 750 di quello acquistabile in gioielleria, era monopolio pubblico. Ai privati era proibito. In tanti perciò si sono affidati agli gnomi di Lugano, che probabilmente sono rimasti in molti casi il rifugio sicuro. Il fixing di Londra, il rito con il quale dal settembre 1919 due volte al giorno viene fissato il prezzo del metallo giallo, resta così per tanti più importante della chiusura di Piazza Affari.