Varie, 10 agosto 2007
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Feist Leslie
• Amherst (Canada) 13 febbraio 1976. Cantante • «[...] impegnata politicamente [...] Tutti scommettono che sarà la nuova Joni Mitchell, sua connazionale. In ogni caso [...] è l’ennesima conferma che il Canada sta producendo da più di un quinquennio la musica più interessante che sia dato sentire in giro, surclassando di parecchio i cugini british e yankee. Quando non era nemmeno ventenne e suonava nel suo primo gruppo, Placebo, Feist dovette ritirarsi dai concerti per sei mesi. La band era hard-core punk: brani di tre minuti massimo, suonati con violenza e impeto, volumi altissimi. Lei urlava forzando le sue corde vocali di teenager (aveva cominciato a 15 anni), al punto da ricevere un aut-aut dal suo medico: se non si curava avrebbe perso del tutto la voce. Ora che ha passato i 30, Feist è cresciuta. [...] la voce non l’ha persa affatto. [...] anzi, ha messo giudizio e si è curata. E un po’ sorprende che la chanteuse raffinata (non patinata) [...] sia la stessa che dieci anni prima brandiva il microfono come se fosse un’arma di distruzione di massa. ”La voce l’avevo forzata troppo [...] e una volta ripresa, ho dovuto tenermi sotto controllo”. Feist è minuta e vivace, i capelli lunghi lisci che si addicono a una discepola di Patti Smith e Joni Mitchell [...] è nota ai connoisseurs per aver militato al fianco della ”terrorista” electro-punk Peaches (un’altra connazionale) e tra le fila del collettivo dei Broken Social Scene, due nomi tra i tanti della Canadian Invasion. Un musicista alternativo d’oltreoceano che si rispetti non può non avere un po’ di vecchia Europa nella biografia. E infatti la Feist ha vissuto per quattro anni a Parigi, dove risiede anche il suo amico e collaboratore Gonzales (vero nome Jason Beck), talentuoso ed eccentrico rapper-pianista, produttore dei suoi [...] album, concedendosi una breve parentesi berlinese (dove vive Peaches). [...] dopo mille peregrinazioni, è tornata in Canada. Il suo primo album da solista risale al 1999. Il secondo, Let it Die, un’intrigante collezione di brani in bilico fra folk-rock, bossanova e un pizzico di elettronica, ha venduto quasi mezzo milione di copie nel 2004. Il singolo di quel disco, Mushaboom, le è valso l’approccio della McDonald’s che voleva usarlo per la propria campagna. Si favoleggia che le abbiano offerto forzieri d’oro. ”Non so nemmeno quanto, a dir la verità: non gli ho lasciato il tempo di fare l’offerta, ho detto no e basta”. Dopo Let It Die, la Polydor (gruppo Universal), accortasi di avere un gioiello tra le mani, ha finalmente deciso di investire su di lei seriamente. [...]» (Leonardo Clausi, ”L’espresso” 16/8/2007).