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 2007  agosto 10 Venerdì calendario

FORMENTON

FORMENTON Luca Milano 28 maggio 1953. Editore. Presidente e amministratore delegato de Il Saggiatore. Figlio di Mario (21 aprile 1928-29 marzo 1987) e di Cristina Mondadori (vedi scheda), quarta figlia di Arnoldo (2 novembre 1889-8 giugno 1971) • «[...] ama ricordare che la Mondadori e il Saggiatore li hanno creati i suoi familiari, Diario l’ha fatto lui e per questo ci è affezionato. Ha dovuto sopportare molte lamentele (eufemismo), ma si è sempre rifatto a una regola: ”In casa mia si diceva che l’editore il giornale lo deve leggere in edicola”. Spazio lo ha lasciato e non se ne pente. [...]» (Gigi Riva, ”L’espresso” 16/8/2007) • «Suo nonno era Arnoldo, padre di Cristina. Ma Luca Formenton [...] ha preferito seguire le orme di zio Alberto, il fondatore ribelle del Saggiatore, morto nel ”76. E ne ha acquistata la prestigiosa sigla, sottraendola nel ”93 alle turbinose vicissitudini del dopo Alberto. Oggi è presidente e amministratore delegato del gruppo, che contiene anche la casa editrice di Marco Tropea e Pratiche. Un ”editore protagonista”, direbbe Giancarlo Ferretti: uno dei pochi editori padroni in circolazione. [...] il suo motto preferito è una frase di Verdi: ”Torniamo all’antico, sarà un progresso”. [...] Dovendo ricordare un autore, uno solo, Luca non avrebbe dubbi: Allen Ginsberg. ”Era stato un mito per la mia generazione e appena sono diventato editore in proprio, non ho resistito alla tentazione. Lo stesso sentimento che ho provato per Jean Genet”. Infatti anche Genet è oggi saldamente nel catalogo Saggiatore: ”Volevo rifare l’edizione integrale delle sue opere, reintegrando le correzioni e i tagli che Gallimard operò con l’aiuto di Sartre”. Tornando a Ginsberg? ”Nel ”94 leggo sulla New York Review of Books che è uscita una sua nuova raccolta di poesie, Cosmopolitan Greetings. A Francoforte il suo agente Andrew Wylie mi dice: inoltro la richiesta, poi vedremo”. La risposta non tarda ad arrivare, così nel gennaio 1995 Luca parte per New York. C’è un prezioso libretto fuori commercio che testimonia gli scambi epistolari tra Formenton e Ginsberg: ”Feci le scale del palazzo in cui si trovava il suo vecchio ufficio, suonai alla porta e mi aprì lui in persona. Mi fece lo stesso effetto che avevo provato da ragazzo quando una sera sentii suonare a casa mia, mio padre mi disse di andare ad aprire e mi ritrovai sulla porta Ingrid Bergman…”. L’immagine del mostro sacro che Luca aveva portato con sé per anni di colpo svanì: ”Non aveva niente a che vedere con quell’idea. Allen Ginsberg era un anziano professore, molto preciso e ordinato, con idee chiarissime su come pubblicare la sua opera. Mi fece un po’ di domande, poi mi disse: andiamo a fare una passeggiata. Percorremmo una quindicina di isolati verso l’ufficio di Wylie, discutendo del più e del meno, ma poco prima di arrivare ebbi l’impressione che avesse già deciso che gli andavo bene”. Impressione esatta. Pochi mesi dopo, Ginsberg è in Italia per una sua mostra alla Biennale di Venezia: ”Con qualche patema gli presentai il traduttore, che avrebbe dovuto curare la nuova raccolta e aggiornare le vecchie, tradotte a suo tempo da Nanda Pivano. Era Luca Fontana. Sapevo che Ginsberg era molto esigente, molto preciso nella gestione del proprio patrimonio letterario: conservava tutte le carte, compresi i bigliettini, i fax... Il primo approccio con Fontana non fu dei migliori. A un certo punto Allen, di fronte alle parole eccessive di Fontana, disse un po’ irritato: ”Luca, abbassa la tua voce baritonale...’. Le cose si mettevano maluccio. Allora decisi di lasciarli nel mio studio e di andarmene. Dopo un po’ torno e non li trovo. Li trovo invece al ristorante la Brisa che cantano abbracciati una canzone di John Lennon”. Le cose si erano sistemate? ”Sì, Allen era contento del fatto che Fontana voleva tradurre i suoi versi in metrica. Ginsberg ci teneva molto a essere inserito come un classico nella tradizione americana, fuori dal movimento del ”68”. Nell’aprile del ”96, ai Magazzini generali di Milano, a libro appena uscito (Saluti cosmopoliti) viene organizzato un reading colossale con l’ex guru beat: ”Allen era di una precisione ossessiva, prima di partire mandava dei fax in cui c’era la lista dei suoi desideri, persino la dieta che doveva fare per il suo diabete. Per la serata aveva chiesto un leggio da direttore d’orchestra. Si scatenò in un’ira furibonda quando si accorse che il leggio era diverso, così dovemmo correre in un negozio di musica per rimediare”. In compenso fu una serata memorabile. Altri scatti d’ira? ”Una volta si arrabbiò con me perché non capiva come mai non riuscissi a trovare una medicina contro la depressione del suo fidanzato Peter. Gli dicevo: ”Allen, io non sono un medico’. Ma c’era ben poco da fare, non voleva saperne”. A proposito di diete, Luca Formenton ricorda una buffa cena a casa sua con Ginsberg e con Fabrizio Mondadori, figlio di Alberto: ”Gli preparai un polletto rispettando una sua richiesta e a noi riservai una raviolata pazzesca. Ma Allen era più gaudente di quel che potevo immaginare e si lanciò sui ravioli. Da notare che a New York mi portava a mangiare in un terribile localaccio polacco di East Village”. Ultimo, malinconico, ricordo un messaggio di Ginsberg consegnato alla segreteria telefonica di Luca: ”Era dopo Pasqua, tornai e sentii la sua voce che diceva: ”Mi hanno detto che ho un tumore, non so quanto durerò, volevo salutarti...’. Aveva chiamato i suoi amici per informarli”. Decisamente più allegra l’avventura con Dominique Lapierre. Ma con un tratto che lo accomuna a Ginsberg: ”Molto tempo prima di venire in Italia per una promozione, manda liste dettagliate con le sue richieste. Vuole sapere persino quanto dista l’albergo dalla sede della conferenza stampa e dove si va a pranzo e a cena”. Un autore dalla formidabile consapevolezza in fatto di marketing: ”Una volta a Parigi mi dice: ”Andiamo a fare un giro in macchina?. Saliamo sulla sua Citroën e a un certo punto, in mezzo al traffico, inchioda, scende e si precipita in una libreria. Dice al libraio: ”Guardi che questa libreria non sa fare le vetrine?, gli scombina tutto, riposiziona bene in vista i suoi libri e riparte”. Un amico di famiglia, da cui il papà di Luca, Mario Formenton – che fu tra i massimi dirigenti Mondadori – comperò una casa a Ramatuelle: ”Dominique ha sempre bisogno di soldi per portare avanti le sue attività umanitarie in India. Ma non per questo è un trappista: ha una Rolls Royce. Dice che gli serve per andare in giro quando è triste. un vulcano, capace di tutto, una specie di De Gaulle: lui decide e a te non resta che eseguire. Con un tipo come lui, il margine d’azione per l’editore è minimo. Una volta riuscì a farsi regalare l’ultimo vestito che Audrey Hepburn indossò in Colazione da Tiffany: poi lo vendette all’asta da Christie’s e ne ricavò un sacco di soldi per i suoi bambini di Calcutta”. Il rammarico di Luca è quello di non essere ancora riuscito a invitare in Italia un’altra celebrità della casa, Noam Chomsky. Mentre con Carlos Fuentes c’è una vecchia familiarità: ” stato ambasciatore per il Messico a Parigi e a Londra, e si vede. Un vero signore, un intellettuale-politico cosmopolita vecchio stampo. Ha amicizie ovunque. In Italia, per esempio, con D’Alema. Una volta ebbi l’impudenza di chiedergli: che cosa vi siete detti? Mi rispose scandendo bene: ”Questi sono affari nostri’. Ultimamente l’ho invitato nella mia villa sul Lago Maggiore, dove c’è anche un altro suo carissimo amico, il pittore Valerio Adami. Mi ha raccontato della sua amicizia a Parigi con la Callas: avrebbe dovuto incontrarla a casa di lei il giorno dopo la sua morte”. La rassegna di Luca Formenton si chiude con gli anni ”80 e con un ricordo di Vittorio Sereni: ”Andai a trovarlo a Bocca di Magra e tornammo insieme a Milano sulla sua 500: lui era un tipo che parlava pochissimo, io ero troppo intimorito per dire qualcosa. Mi ripetevo: ”Devi dire qualcosa, devi dire qualcosa...”, ma fu un viaggio completamente muto” [...]» (Paolo Di Stefano, ”Corriere della Sera” 19/8/2008).