Elena Dusi, la Repubblica 10/8/2007, 10 agosto 2007
dal nostro inviato ELENA DUSI L´impronta nera che per prima ha macchiato il manto del polo Nord è figlia della rivoluzione industriale
dal nostro inviato ELENA DUSI L´impronta nera che per prima ha macchiato il manto del polo Nord è figlia della rivoluzione industriale. E oggi che i problemi dell´inquinamento sembrano sovrastarci, uno studio sul ghiaccio della Groenlandia ci ricorda che sono passati quasi due secoli da quando i nostri piedi intrisi di polvere hanno iniziato a posarsi ovunque sul pianeta. E che quelle impronte scure sono destinate a cancellarsi solo in maniera estremamente lenta. I climatologi del Desert Research Institute, a Reno, nel Nevada, erano partiti nel 2003 per cercare in Groenlandia i segnali del cambiamento del clima contemporaneo. MA hanno trovato tracce delle polveri di carbone in strati di ghiaccio molto più profondi di quanto non prevedessero. I venti, infatti, cominciarono a trasportare i residui della combustione del carbone fino alle estremità del pianeta nel 1850. Nati come scienziati climatologi, Joseph McConnell e i suoi colleghi si sono così trasformati in "archeologi del ghiaccio", iniziando a scavare fra i residui dell´inquinamento del passato. I loro risultati sono pubblicati oggi su Science. I dati degli scienziati americani possono essere letti in parallelo a un manuale di storia della rivoluzione industriale. Nel 1850 si notano i primi cambiamenti. La presenza di polveri derivate dalla combustione del carbone comincia ad aumentare rispetto ai valori di base (che erano determinati dall´incendiarsi di qualche foresta ogni tanto). Nelle due carote di ghiaccio prelevate a sud-ovest della Groenlandia, lunghe 150 metri e con un diametro di 10 centimetri, a profondità che coincidono con tempi anteriori al 1850, si rilevano meno di 2 nanogrammi di particelle inquinanti per ogni grammo di ghiaccio. Nella seconda metà dell´800 il grafico comincia a puntare verso l´alto. Nel 1908 viene raggiunto il record di inquinamento, con 20 nanogrammi di polveri di carbonio. Poi, gradualmente, la nuvola nera comincia a diluirsi. Il carbone lascia spazio al petrolio e dagli anni ´50 del ventesimo secolo il livello medio di residui nel ghiaccio si assesta intorno ai 4 nanogrammi. In compenso, negli anni più vicini a noi si aggravano le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra. Incolori forse, ma sempre capaci di far sentire il loro fiato caldo ai quattro angoli del mondo. «Gli uomini hanno messo i loro piedi fuligginosi in un sacco di posti - commenta Richard Alley, del dipartimento di geoscienze dell´università della Pennsylvania - e ora ci accorgiamo che le loro impronte sono più grandi, durature e gravide di conseguenze di quanto non avessimo previsto». Le conseguenze cui Alley fa riferimento riguardano il riscaldamento climatico. Le polveri di carbone, depositandosi sul ghiaccio, lo rendono infatti meno brillante e diminuiscono il suo potere di riflettere i raggi solari. McConnell ha calcolato che per colpa della nube nera di carbone nel primo decennio del ”900 il potere riflettente del ghiaccio artico era diminuito di 8 volte. Riscaldandosi oltre il normale, gli altopiani candidi della Groenlandia e gli iceberg dell´Artico si sciolgono più facilmente. I climatologi che si chiedono da anni come mai gli effetti del cambiamento climatico siano più acuti ai poli che non nel resto del pianeta troveranno nella ricerca di McConnell materiale utile da approfondire.