Sara Strippoli, la Repubblica 10/8/2007, 10 agosto 2007
TORINO
Don Felice, questo il nome di fantasia che si è scelto per dire che la sua vita è serena, è il parroco omosessuale di un piccolo paese di tremila abitanti del nord-Italia.
Don Felice, come vive il suo rapporto con la sessualità?
«Senza alcun trauma. Per un lungo periodo, quando avevo 22 anni, ho avuto una relazione con un ragazzo coetaneo in seminario. stata un´esperienza molto bella, che credo abbia contribuito alla mia maturazione sul piano affettivo. Innamorarsi significa anche crescere. In molti sacerdoti l´affettività è del tutto assente. Restano infantili e questo può poi provocare comportamenti più difficili da gestire».
Adesso ha una relazione stabile?
«No. Ho cinquant´anni e rapporti occasionali. Vado qualche giorno in vacanza con alcuni amici, ho delle occasioni».
I suoi parrocchiani sanno?
«Qualcuno sa. Ma credo di svolgere bene il mio ruolo di sacerdote ed è ritenuto sufficiente. Viene prima la persona. Poi la sua identità sessuale, o se la vive o meno. Ho incontrato molta intelligenza e tolleranza».
I suoi superiori sanno?
«Credo proprio di no».
Non teme di essere costretto, un giorno, ad uscire dalla Chiesa?
«Non ho paura di questo. Inevitabile che io mi sia interrogato sulla possibilità di abbandonare, di vivere una vita affettiva con più possibilità. Ma sono convinto di essere al posto giusto e non l´ho mai fatto».
Conosce e frequenta altri preti gay?
«Sì, il parroco del paesino vicino al mio è omosessuale. Più di me ha difficoltà a parlarne, è anche più giovane, ma ci lega un rapporto sincero di comprensione».
Lei pagherebbe per fare sesso?
«Spero di no, perché mi sembra molto triste. Ma davvero adesso non mi sento di escluderlo. D´altronde sono i due mestieri più antichi del mondo, quello del prete e quell´altro».