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 2007  agosto 10 Venerdì calendario

PRIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)

LA STAMPA 10/8/2007
MARCO CASTELNUOVO
TORINO
Il fantasma dei mutui «subprime», prestiti ad alto rischio, ha aleggiato sulle borse mondiali. Solo in Europa, in una giornata ad altissima tensione contrassegnata dalle vendite, ieri sono stati bruciati 160 miliardi di capitalizzazione.
La scintilla
La corsa alle vendite si è scatenata con la notizia che la francese Bnp Paribas ha congelato tre fondi esposti sui prestiti subprime, proprio a causa dell’«evaporazione dell’offerta di liquidità». Immediatamente è scattato l’allarme, e la rete di protezione, della Banca Centrale Europea. Eurotower, nel bollettino mensile diffuso ieri, ha indicato per il mercato europeo dei prestiti «alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primari che potrebbero dar adito a timori per la stabilità finanziaria nel caso di una svolta avversa nel ciclo del credito». In parole povere i banchieri centrali temono che la crisi dei mutui non onorati scoppiata negli Usa possa investire anche l’Europa.
La rete di protezione
La Bce ha inoltre immesso liquidità sui mercati per 94,84 miliardi di euro allo scopo di fronteggiare la crisi. la più ampia misura di emergenza mai varata dagli attacchi alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 quando, in due tranche, la Bce immise un totale di 109 miliardi di euro. Una mossa a sorpresa seguita a ruota dalla Fed che è intervenuta con 24 miliardi di dollari, pari a 17 miliardi di euro circa. E anche la Banca centrale canadese ha fatto altrettanto. Per tranquillizzare i mercati è intervenuto anche il presidente Usa George Bush: «La nostra economia è forte - ha detto Bush -. c’è sufficiente liquidità nel sistema, abbastanza per consentire correzioni di mercato». Il presidente ha inoltre espresso «enorme solidarietà» per le persone che hanno perso la propria casa per non essere riuscite a ripagare il mutuo acceso, ma ha chiarito che «non saranno concesse sovvenzioni ai proprietari immobiliari, sarà però garantita maggiore flessibilità alle istituzioni finanziarie per aiutare le persone a ripagare il debito».
160 miliardi in fumo
La rete di Bce, Fed e le parole del Presidente Bush, è scattata subito. Ma l’interpretazione data dagli investitori è stata un invito a vendere, soprattutto i titoli del comparto bancario ed assicurativo. E così è stato, con vendite concentrate in Europa: le Borse hanno chiuso la seduta di ieri con pesantissimi cali: a Parigi il Cac 40 ha lasciato sul terreno il 2,79%, a Francoforte il Dax il 2%, a Londra il Ftse 100 l’1,9%, giù anche Milano con un -1,38% del MibTel. Non va meglio oltreoceano: negli scambi a Wall Street l’indice Dow Jones ha ceduto il 2,83%%, il Nasdaq il 2,16%, lo S&P500 il 2,96%.
Giù tutti i bancari
I bancari sono stati maggiormente esposti alla cessione con Dexia (-5,42%), Bnp (-4,6%) e Natixis (-5,57%). A Francoforte arretrano Commerzbank (-4,5%), nonostante il raddoppio degli utili nel secondo trimestre e Deutsche Bank (-3,5%). A Milano perdono Unicredit (-2,88%), Intesa San Paolo (-1,94%), e Capitalia (-2,7%).
Inflazione
Nel bollettino di ieri, la Bce ribadisce che occorre «vigilare con molta attenzione per evitare che si concretizzino rischi per la stabilità dei prezzi nel medio periodo». La formula rispecchia quella già usata al termine dell’ultimo direttivo, quando si è deciso di lasciare i tassi invariati al 4%, aprendo la porta a un rialzo di un quarto di punto a settembre. Sull’inflazione, Eurotower ripete che i prezzi «rimangono soggetti a rischi al rialzo», riconducibili «alle quotazioni petrolifere e, in particolare, a fattori interni», quali la dinamica dei salari e l’eccessiva liquidità. Sulla crescita economica «le prospettive di espansione nel medio periodo rimangono favorevoli» e si prospetta dunque una «crescita sostenuta».

CORRIERE DELLA SERA, 10/8/2007
ANDREA GRECO
MILANO - Come dopo l´11 settembre 2001. Se restavano dubbi che la crisi dei mutui di seconda scelta americani stesse squassando i mercati mondiali, i dubbi sono svaniti. La Banca centrale europea e la Fed di Washington hanno investito oltre 100 miliardi sui listini, una massa monetaria volta a garantire che l´offerta non schiacciasse la domanda, da anni copiosa ma ieri ridotta a un rivolo. servito solo in parte, perché le Borse colmassero i feroci ribassi del mattino. Ma quelle europee hanno perso 160 miliardi, con indici in calo di circa il 2% con le relative eccezioni di Madrid (’1,1%) e Milano (’1,45% l´S&p Mib). New York è partita male per finire peggio: ”2,83%% il Dow Jones, ”2,16% il Nasdaq.
Comportamenti isterici se ne vedevano da settimane, dal fallimento di alcuni speculatori esposti nella cartolarizzazione di mutui casa americani concessi, largheggiando, ai pagatori più deboli e privi di garanzie ipotecarie. Ma finora erano per lo più fondi di nicchia e Oltreoceano. Ieri mattina lo sbarco in Europa della crisi, quando si è capito che anche un´insospettabile colosso europeo come Bnp Paribas poteva finire nei guai per i mutui detti subprime. L´istituto parigino – un leader continentale, che l´anno scorso sborsò senza fiatare una decina di miliardi per spazzar via i furbetti dalla Bnl – emanava una nota sibillina: « sospeso temporaneamente il calcolo del valore liquidativo e le movimentazioni dei tre fondi Parvest dynamic, Bnp Paribas Abs Euribor e Bnp Paribas Abs Eonia», investiti direttamente nei subprime Usa. Su cui grava un´illiquidità «quasi totale», motivo per cui non si possono valorizzare correttamente le quote. Dietro felpate parole il mercato ha intravisto perdite imminenti e l´abisso del contagio schiudersi. Gli ordini di vendite sul titolo sono partiti (alla fine Bnp perde il 4,6%) e si sono estesi a tutti i bancari: Dexia, Commerzbank, Barclays, Socgen, Ing e tante altre hanno segnato cali attorno al 5%. In sincrono il bollettino mensile della Bce incupiva lo scenario: «Il mercato mondiale dei prestiti a elevata leva finanziaria, compreso un ampio segmento europeo, mostra analogie con il mercato Usa dei mutui, e potrebbe dar adito a timori per la stabilità finanziaria nel caso di svolta avversa nel ciclo». In poche ore la situazione precipitava, e le banche centrali sono corse ai ripari, fedeli alla funzione per cui sono nate, di prestatori di ultima istanza per arginare l´instabilità quando si presenta sui mercati. Così verso le 15 era reso noto l´intervento per 95 miliardi di Francoforte, una mole quasi uguale a quella riversata i due giorni successivi agli attacchi alle Twin Towers. Dal canto suo la Fed ha contribuito con 12 miliardi di dollari. In meno di mezz´ora il rimbalzo generalizzato, che tuttavia non dirada le nubi nere. La sensazione è che lo scetticismo tendente al panico resterà il sentimento prevalente fino a che i problemi del mercato creditizio saranno chiari e circoscritti. Cosa non semplice, vista l´elevata sofisticazione dei prodotti finanziari che circolano sui mercati. Basta pensare che quei fondi subprime di Bnp, già falcidiati da un mese nel prezzo di quotazione, erano distribuiti come investimenti sul monetario, quel comparto supersicuro indicato anche come parcheggio della liquidità a ignari risparmiatori.
Intanto la Bundesbank tedesca è alle prese col primo salvataggio europeo di questa crisi: ieri ha formato il pool di banche (guidate da una pubblica) chiamate a coprire le perdite di Ikb. Banca europea che coi subprime Usa ha perso 3,5 miliardi.

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LA REPUBBLICA, 10/8/2007
JOSEPH E. STIGLITZ*
I PESSIMISTI che da tempo prevedevano che l´economia americana stesse andando incontro a guai seri, sembrano infine riscuotere i loro giusti meriti. Francamente, però, non c´è di che stare allegri vedendo i prezzi delle azioni crollare in conseguenza di sempre più frequenti insolvenze da parte dei mutuatari. La situazione, tuttavia, era assolutamente prevedibile, come prevedibili sono le conseguenze che si ripercuoteranno sia su milioni di americani che dovranno far fronte a gravi difficoltà finanziarie, sia sull´economia globale. Tutto risale alla recessione del 2001.Con l´avallo di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, il presidente George W. Bush aveva fatto approvare uno sgravio fiscale finalizzato ad avvantaggiare gli americani più ricchi, ma non a risollevare l´economia dalla recessione che aveva fatto seguito allo scoppio della bolla di Internet. Una volta commesso quell´errore, alla Fed restava ben poca scelta: se voleva rispettare il proprio mandato, consistente nel mantenere la crescita e l´occupazione, doveva necessariamente abbassare i tassi di interesse. E così ha fatto, ma con modalità che non hanno precedenti: ha infatti portato i tassi di interesse fino all´uno per cento.
La manovra ha funzionato, ma in maniera sostanzialmente diversa da come la politica monetaria funziona abitualmente. Di norma, infatti, bassi tassi di interesse stimolano le aziende a sottoscrivere più prestiti per investire di più e, sempre di norma, a un maggiore indebitamento corrispondono asset più produttivi.
Considerato però che l´eccessivo investimento degli anni Novanta costituiva parte del problema alla base della recessione, i tassi di interesse più bassi non hanno stimolato granché gli investimenti. L´economia è migliorata, ma più che altro perché le famiglie americane sono state convinte ad accollarsi sempre più debiti, rifinanziando i loro mutui e spendendo parte delle loro entrate. Finché i prezzi delle abitazioni sono aumentati in rapporto ai più bassi tassi di interesse, gli americani hanno potuto fingere di non accorgersi di essere sempre più indebitati.
Di fatto, anche questo non è servito a stimolare più di tanto l´economia. Per invogliare un maggior numero di persone a prendere in prestito più denaro, gli standard di solvibilità sono stati ridotti, e ciò ha innescato il moltiplicarsi dei cosiddetti "mutui subprime" (mutui concessi alle categorie meno abbienti e quindi con un elevato indice di rischio per gli istituti eroganti, ndt). Sono stati inoltre messi a punto nuovi prodotti, che riducendo gli importi degli anticipi hanno reso ancor più facile per i clienti sottoscrivere mutui più cospicui.
Alcuni mutui hanno avuto addirittura un ammortamento negativo: i pagamenti non hanno coperto gli interessi dovuti, così di mese in mese il debito è andato aumentando. I mutui fissi, con tassi di interesse al sei per cento, sono stati rimpiazzati da mutui a tasso variabile, il pagamento degli interessi dei quali era ancorato ai più bassi tassi di un T-bill (Bot) a breve termine. I cosiddetti "teaser rates" (tassi di interesse ridotti applicati per il primo anno e appositamente concepiti per attirare clienti, ndt) hanno consentito inoltre di ridurre ancor più i pagamenti per i primissimi tempi: ma erano appunto "teaser" (letteralmente "stuzzicanti", ndt), e pertanto hanno sfruttato il fatto che molti mutuatari non fossero granché esperti da un punto di vista finanziario e non fossero in grado di capire fino in fondo in che cosa si stavano cacciando.
Alan Greenspan li ha incitati a esagerare con i rischi, spingendo questi mutui a tasso variabile. Il 23 febbraio 2004 Greenspan osservò che «molti proprietari di casa avrebbero potuto risparmiare decine di migliaia di dollari se nell´ultimo decennio avessero sottoscritto mutui a tasso regolabile invece che mutui a tasso fisso». mai possibile che Greenspan si aspettasse davvero che i tassi d´interesse sarebbero rimasti per sempre all´uno per cento, un tasso di interesse reale assolutamente negativo? Possibile che Greenspan non abbia pensato a quello che sarebbe accaduto agli americani poveri con mutui a tasso variabile quando i tassi di interesse fossero saliti, come quasi inevitabilmente avrebbero finito col fare? Indubbiamente il comportamento di Greenspan si spiega col fatto che durante il suo mandato l´economia si è comportata molto meglio di quanto si sarebbe comportata altrimenti. Ma doveva essere soltanto questione di tempo prima che questa performance diventasse insostenibile.
Per fortuna, la maggioranza degli americani non ha seguito il consiglio di Greenspan di cambiare tipologia di mutuo orientandosi su quello a tasso variabile. Nondimeno, anche quando i tassi di interesse a breve termine hanno incominciato a salire, il giorno della resa dei conti è stato soltanto rinviato e altri mutuatari ancora sono riusciti a ottenere mutui a tasso fisso, con tassi di interesse più meno fissi e non in aumento. Stranamente, a mano a mano che i tassi di interesse a breve termine hanno iniziato a salire, i tassi a medio e lungo termine sono rimasti immutati, stranezza alla quale si è fatto accenno utilizzando il termine di "rompicapo". Una delle possibili spiegazioni per questa stranezza è che le banche centrali straniere che stavano accumulando trilioni di dollari nei loro forzieri alla fine si siano rese conto che avrebbero avuto buone probabilità di continuare a tenersi queste riserve per anni e anni a venire, e abbiano pertanto deciso di potersi permettere di investire quanto meno parte del denaro in emissioni a medio termine del Tesoro statunitense che (almeno in un primo tempo) assicuravano guadagni superiori rispetto ai Bot.
La bolla immobiliare alla fine è scoppiata e, con i prezzi in calo, alcune persone hanno scoperto che i loro mutui erano più cari del valore delle loro abitazioni. Altre si sono rese conto che con l´aumento dei tassi di interesse non riuscivano più a far fronte alle rate del mutuo. Troppi americani non avevano previsto alcuna forma di riserva di sicurezza per il loro budget, e gli istituti eroganti, impegnati a evidenziare soltanto le rate generate dai nuovi mutui, non li hanno incoraggiati a farlo.
Tanto era prevedibile lo scoppio della bolla immobiliare, quanto lo sono le sue conseguenze: la costruzione di nuovi immobili e la vendita di quelli esistenti sono in forte rallentamento mentre la disponibilità di case è in netto aumento. Da alcuni calcoli risulta che negli ultimi sei anni oltre i due terzi dell´aumento della produzione e dei posti di lavoro erano da mettersi in relazione al settore immobiliare, e ciò riflette come i nuovi proprietari di casa e le famiglie abbiano ipotecato le loro case per soddisfare la loro frenesia nei consumi.
La bolla immobiliare ha indotto gli americani a vivere al di là dei propri mezzi. Il risparmio netto è negativo da un paio di anni. Ora che questo motore di crescita si è fermato, è difficile immaginare in che modo l´economia americana potrà non subire una frenata. Ritornare al risanamento fiscale sul lungo periodo sarà sicuramente positivo, ma nel breve periodo ridurrà la domanda globale.
Secondo un vecchio adagio, gli errori perdurano nel tempo ben oltre che chi li ha commessi se ne è andato. Ciò è sicuramente vero per Greenspan, ma nel caso di Bush stiamo iniziando a subirne le conseguenze addirittura prima che egli se ne sia andato.

*L´autore, premio Nobel per
l´Economia, è docente
alla Columbia University
Copyright: Project Syndacate, 2007 www.projectsindacate.org
(Traduzione di Anna Bissanti)

LA REPUBBLICA 10/8/2007
NEW YORK - Nel giorno in cui la crisi dei mutui subprime raggiunge l´Europa, il presidente americano Bush lancia messaggi rassicuranti sullo stato dell´economia americana: il mercato immobiliare va verso un «atterraggio morbido», c´è «sufficiente liquidità» per consentire una correzione dei mercati, l´economia americana «poggia su fondamenta solide».
«Sono abbastanza saggio per ricordarvi che non sono un economista e che sarebbe meglio che le domande specifiche venissero fatte a chi si occupa stabilmente di economia. Però posso parlare dei fondamentali della nostra economia e i fondamentali della nostra economia sono solidi. La mia speranza è che il mercato, se funziona normalmente, possa essere in grado di fare un atterraggio morbido, questo, del resto, è quanto è accaduto finora», ha detto Bush durante la conferenza stampa tenuta ieri mattina alla Casa Bianca. Ha rivendicato i successi della sua presidenza in campo economico («quando sono arrivato alla Casa Bianca nel 2001 il nostro paese stava andando verso una recessione; abbiamo tagliato le tasse e gli americani hanno usato questi benefici fiscali per far crescere l´economia»), ha ricordato come l´inflazione e la disoccupazione siano basse e come i salari reali al netto delle tasse siano cresciuti mediamente di 3.400 dollari: «L´economia americana è invidiata in tutto il mondo, quindi dobbiamo continuare su questa strada».
Anche se da Wall Street stavano arrivando segnali negativi e se la Fed era stata costretta a seguire la Bce immettendo nel mercato 24 miliardi di dollari per aumentare la liquidità, Bush ha insistito sull´andamento positivo dell´economia, compresa quella internazionale: «La cosa interessante è che l´economia globale è solida, cosa che ci ha permesso di aumentare le esportazioni con un aumento del 3,4% cento nel secondo "quarter". La liquidità? Mi dicono che sui mercati c´è abbastanza liquidità per consentire una correzione. I mercati hanno periodi di rialzi e ribassi, è la loro natura. Credo che se gli diamo una chance metteranno in atto una correzione che non danneggerà l´economia». Per quanto riguarda più direttamente la crisi dei mutui Bush ha detto che «dobbiamo mostrare una enorme empatia verso chi ha perso la propria casa». Sul come ha ribadito il suo credo: «Non so cosa significhi esattamente la parola "bailout"; ma se questo vuol dire dare aiuti diretti ai proprietari di casa la risposta è una sola. No, non appoggio questa richiesta». Per finire un richiamo al patriottismo anche sull´economia: «La nostra economia è in crescita perché l´America ha la più ambiziosa, istruita e innovativa gente del mondo».
I mercati ieri non sembrano aver reagito secondo le aspettative della Casa Bianca, ma negli Stati Uniti la crisi di ieri sembrava quasi fosse una faccenda tutta europea. A sentire qualche notiziario televisivo un po´ partigiano sembrava quasi che fosse colpa dei francesi di Bnp Paribas e del congelamento dei suoi tre fondi che avevano investito nei mutui subprime.

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LA REPUBBLICA, 10/8/2007
MAURIZIO RICCI
Non siamo al grande massacro della nuova finanza, quella dei titoli derivati, tanto sofisticati da essere definiti "esotici", che hanno cavalcato il boom dei mercati di questi anni. Ma, di sicuro, siamo alla grande paura. Le grandi istituzioni finanziarie mondiali, la Banca centrale europea e la Fed, da ieri stanno pompando soldi nel sistema bancario, allargando il credito e spingendo in giù i tassi d´interesse, poche ore dopo aver annunciato la volontà di tenere stretti i cordoni della politica monetaria, alzando i tassi (la Bce) o tenendoli fermi (la Fed). A spingere Jean-Claude Trichet e Ben Bernanke a questa repentina conversione a U, che suona come una sirena d´allarme a tutto volume, è l´allungarsi della lista delle vittime della crisi innescata dall´implosione dei mutui immobiliari americani che, ora, attraverso il labirinto della nuova finanza, rischia di allargarsi a macchia d´olio. Ieri, una grande banca francese, Bnp Paribas, ha congelato tre dei suoi fondi, bloccando l´uscita dei suoi investitori, mentre una banca olandese, Nib Capital, annunciava l´azzeramento dei suoi profitti. Sono le vittime più recenti di un´asfissia finanziaria che ha già colpito, a gradi diversi di pericolosità, gli americani di Bear Stearns e di New York Bank, gli australiani di Macquarie, i tedeschi di Ikb. E´ la prova che i problemi non sono solo americani e non sono solo i mutui immobiliari. Il punto, dicono i dirigenti di Paribas, è che «la liquidità, negli ultimi giorni, è evaporata». «La liquidità si è completamente prosciugata» conferma un operatore della Commerzbank: «Gli investitori si tengono stretti i loro soldi, invece di riciclarli». In buona sostanza, nessuno compra più nulla se non buoni del Tesoro.
All´origine della situazione attuale, c´è la politica di credito facile dell´ex presidente della Fed, Alan Greenspan. Ai bassi tassi dell´era Greenspan (l´1 per cento per un anno, nel 2003), infatti, banche e finanziarie che erogano mutui avevano solo la preoccupazione di stipularne il più possibile, anche con creditori via via meno affidabili. Metà delle case sono state vendute in questi anni a compratori che sborsavano, di tasca propria, solo il 5 per cento del prezzo previsto nel contratto. Quando questi compratori, con tassi di interesse che, via via, aumentavano (fino all´attuale 5,25 per cento) hanno cominciato a saltare le rate, il problema è esploso. Ma il credito facile non riguarda solo qualche povero cristo che voleva comprarsi casa. L´ultimo Bollettino della Bce avverte che il meccanismo non è molto diverso per i grandi della finanza, impegnati negli acquisti a credito (i leveraged buyouts) delle grandi aziende. La Carlyle, ad esempio, acquistò a suo tempo le Pagine Gialle americane, per un valore di 7 miliardi di dollari, prendendone a prestito 5,5 miliardi. Un rapporto, tra denaro fresco e credito, nota la Bce, non troppo diverso da quello esistente nei mutui subprime. E´ un primo collegamento fra la crisi dei mutui e i timori di una instabilità generale del mondo finanziario.
Un secondo collegamento è negli strumenti della finanza derivata utilizzati per rendere possibili queste transazioni. In misura massiccia, negli ultimi anni, debiti come i singoli mutui immobiliari sono stati raggruppati e cartolarizzati, trasformati cioè in titoli, collocati poi sul mercato. Sono le Asset-backed securities, titoli a garanzia patrimoniale. Con essi, le banche e gli istituti che erogano mutui e prestiti hanno interesse a stipularne il più possibile, ma nessuna convenienza diretta a garantirsi che vengano ripagati, visto che li hanno trasferiti ad altri. La finanza derivata compie, però, un altro passo. Questi titoli cartolarizzati, originati dai mutui immobiliari, vengono ulteriormente raggruppati con altri titoli a garanzia patrimoniale, che nascono invece da mutui commerciali, obbligazioni vere e proprie o dai prestiti alle aziende impegnate nelle scalate. Titoli-salsiccia sono stati chiamati, anche se il nome ufficiale è Cdo, collateralized debt obligations. Come le salsicce, possono essere affettati in diverse tranches, a seconda della rischiosità dei debiti contenuti: quelli a più alto rischio hanno il tasso d´interesse più alto, quelli a più basso rischio anche il tasso più basso, ma la più alta probabilità di essere ripagati. Non è finita, tuttavia, c´è ancora un terzo passaggio: i Cdo assumono vita propria. Ci sono Cdo che contengono solo Cdo, ad esempio, oppure i Cdo vengono utilizzati come garanzie di altri prestiti. Il problema è che, dopo queste ripetute operazioni di macinazione e reimpacchettamento, nessuno sa più bene cosa contenga la salsiccia. Neanche le agenzie di rating, che, infatti, hanno dato a molti Cdo la tripla A della massima affidabilità. Così, a comprare Cdo non ci sono stati solo hedge funds e investitori d´assalto, ma anche serissimi fondi mobiliari a rendimento garantito. Con la tripla A, sembrava di comprare buoni del Tesoro, ma con tassi d´interesse più alti.
Ora questo meccanismo rischia di avvitarsi su se stesso e i soldi hanno smesso di girare sui mercati. Nessuno sa quanto valgano davvero i mille miliardi di dollari di Cdo finora emessi, perché nessuno sa quanto valgano i debiti che contengono. E nessuno li compra al buio. D´altra parte, un prezzo di mercato non esiste, perché vengono trattati privatamente. E questo è un primo rischio della situazione attuale. Perché, con il panico creato dalla crisi dei mutui, se un prezzo emergesse (ad esempio perché una finanziaria in difficoltà viene messa in liquidazione) sarebbe probabilmente assai più basso del nominale. E chi li detiene dovrebbe iscrivere a bilancio le perdite relative, con prevedibili sconquassi anche per grandi banche e istituti finanziari. Un secondo rischio è la paralisi che questo congelamento dei Cdo sta determinando sul mercato degli investimenti. Senza i Cdo, le banche che hanno già sottoscritto obbligazioni e prestiti di grandi aziende non sanno come ricollocare questi prestiti agli investitori sul mercato. Fra Europa e Usa ci sono probabilmente oltre 400 miliardi di dollari di sottoscrizioni di prestiti incagliati nei cassetti delle banche. Un terzo rischio è che questi Cdo dall´incerto destino occupano una quota significativa degli investimenti di fondi pensione e fondi mobiliari che gestiscono anche piccoli risparmiatori. Grandi banche, grandi aziende, piccolo risparmio: la crisi innescata dai mutui immobiliari attraversa orizzontalmente tutto il panorama della finanza. Una miscela esplosiva di cui, in queste ore, Trichet e Bernanke stanno tentando di evitare l´innesco.

CORRIERE DELLA SERA, 10/8/2007
ENNIO CARETTO INTERVISTA LESTER THUROW
WASHINGTON – Apprensivo per ciò che riguarda Wall Street ma sereno per ciò che riguarda l’economia americana. Dopo l’allarme della Bce, la Banca centrale europea, sui mutui subprime, Lester Thurow, il noto economista liberal del Mit, il prestigioso Massachusetts institute of technology, rimane della sua idea: teme più una flessione della Borsa che non una recessione made in Usa.
Al peggio, dichiara, avremo un periodo di ristagno economico in America, ma con conseguenze limitate sull’economia globale. La ragione: l’Europa, la Russia inclusa, e soprattutto l’Asia, Cina e India in testa, vanno forte. Se esiste un pericolo a medio termine – non a breve però – è il deprezzamento del dollaro. Se si facesse disordinato, ammonisce Thurow, sarebbero guai.
L’instabilità di Wall Street non è una minaccia economica per l’America?
«Wall Street risente dell’insolvenza di un numero crescente di mutui subprime, un quinto del totale negli Stati Uniti, insolvenza che è già costata cara alla banca d’affari Bear Stearns. La Borsa potrebbe subire una caduta. Ma non brutta come quella del 2000 quando scoppiò la bolla dell’hi tech. Il disastro di sette anni fa produsse solo una minirecessione di pochi mesi in America. Per adesso non mi sembra che una crisi a Wall Street possa o debba avere conseguenze più gravi di allora per la nostra economia».
Ma in congiunture come questa, la psicologia degli investitori è fragile. Non potrebbero cedere al panico?
«Le confesso che non sono un esperto di Borsa, se lo fossi sarei miliardario. E’ vero che la scorsa settimana è stata per Wall Street una delle peggiori dalla sua ripresa nel 2002, ed è anche vero che il credito si sta restringendo. Proprio per questo ritengo possibile una sua ritirata. Ma la situazione odierna è diversa da quella del 2000, non c’è una marea montante di titoli sopravvalutati, non c’è la stessa corsa alle speculazioni».
Non esistono tuttavia altri motivi d’allarme per l’economia? Il nuovo rincaro del petrolio per esempio?
«Non voglio apparire ottimista a ogni costo, ma abbiamo superato senza troppi danni una serie di rincari precedenti. L’economia Usa rimane abbastanza forte, e come le dicevo le altre grandi economie continuano a crescere. Forse verrà il momento che un colosso come la Cina subirà una battuta d’arresto ma non ne vedo ancora i segni. Per tutti si tratta di non commettere imprudenze, è chiaro».
A questo proposito, come giudica la Fed sotto Ben Bernanke? E’ all’altezza di quella del predecessore Alan Greenspan?
«Sinora la Fed è riuscita a mantenere il giusto equilibrio tra il sostegno dell’espansione e la lotta all’inflazione. Mi pare attenta e guardinga e non dubito che interverrà se sarà necessario. Non credo che commetterebbe grossi sbagli in caso di emergenza».
Lei ha accennato al pericolo di un eccessivo deprezzamento del dollaro. Perché?
«Perché le monete si prestano a speculazioni. Ricorderete che in tempi passati capitò alla sterlina inglese e alla lira italiana. Ci sono hedge funds americani pronti a realizzare ingenti profitti anche a danno del dollaro. Non sono d’accordo con l’amministrazione Bush che lo lascia svalutarsi sperando di esportare di più e importare di meno. Non solo non raggiunge il suo obbiettivo di ridurre l’enorme deficit della bilancia commerciale, espone anche i mercati dei cambi a dure scosse».
Il suo ultimo libro, "La fortuna aiuta gli audaci" è dedicato alla globalizzazione...
«Ho scelto quel titolo perché la globalizzazione è il futuro, e l’America e l’Europa rischiano di perderne il treno».

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LA STAMPA 10/8/2007
CARLO BASTASIN
Il virus che covava da mesi all’interno del mercato dei mutui non primari americani si è manifestato ieri anche in Europa coinvolgendo poi i mercati dei capitali di tutto il mondo. Era del tutto prevedibile, ma quando si innescano crisi di liquidità, le previsioni non possono far conto solo sulla razionalità. Se così fosse, il quadro sarebbe semplice: vi sono squilibri strutturali nell’economia mondiale e soprattutto in quella americana, ma il forte sviluppo globale permette di farvi fronte.
L’instabilità alle porte di casa indurrà forse in Italia più cautela nel discutere con leggerezza delle riserve valutarie delle banche centrali. Da un punto di vista più analitico, invece, la crisi di questi mesi mette a fuoco due punti cruciali: il migliore equilibrio economico in Europa rispetto agli Stati Uniti; e ciò nonostante l’urgenza di una trasparenza maggiore nei comportamenti finanziari europei.
La crisi nasce ieri dall’annuncio di una grande banca francese, Bnp-Paribas, della sospensione dei rimborsi di tre fondi d’investimento per un valore di 2 miliardi di euro. Nel portafoglio dei fondi ci sarebbero attività di qualità non primaria che è diventato impossibile vendere sul mercato da quando gli investitori globali, spaventati dai subprime americani, rifiutano attività rischiose. Il valore dei fondi viene definito dalla stessa banca non valutabile perché la «liquidità è evaporata». I tassi europei overnight sono schizzati a un livello massimo da sei anni (4,7%), la Banca centrale europea è così intervenuta iniettando liquidità in asta per quasi 100 miliardi di euro, un intervento più massiccio di quello del 12 settembre 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Itassi sono quindi scesi al 4%, calmando i mercati ed evitando che prendessero corpo le voci di altre banche europee in difficoltà. Voci di crisi a WestLB sono state smentite dalla Bundesbank, dopo che in Germania erano state coinvolte nei giorni scorsi la Ikb con Uim e Frankfurt Trust. Altri istituti venivano guardati col sospetto riservato ai malati contagiosi.
Il comportamento della Bce è apprezzabile. Nei giorni scorsi aveva lanciato un allarme più chiaro di quelli americani sulle «tensioni nel mercato monetario, nonostante la normale offerta di liquidità aggregata». Le tensioni derivano da attività finanziarie rischiose destinate, a quanto si presume, a investitori specializzati e non, come in America, a famiglie che comprano casa. Nonostante l’allarme, la Bce ha confermato che prevede di aumentare i tassi a settembre: terrà fermi gli obiettivi di politica monetaria, ma aiuterà senza limiti il mercato in caso di shock improvvisi. Un comportamento corretto e convincente, che rassicurerà i mercati e che offre, credo per la prima volta, una leadership della Bce sui mercati rispetto alla Federal Reserve americana.
La situazione europea, d’altronde, è diversa da quella americana, non tanto perché gli investitori finali dei prodotti finanziari rischiosi non siano famiglie - qualche dubbio resta: c’è chi stima che il 40% dei fondi pensione abbiano in portafoglio attività non di qualità primaria - ma perché l’indebitamento delle famiglie non è paragonabile a quello americano (5,1% del Pil). Il vincolo finanziario alla crescita è molto forte negli Stati Uniti che, in teoria, dovrebbero smettere di crescere per diversi anni per riequilibrare l’eccesso di consumi che li ha sostenuti attraverso l’effetto ricchezza indotto da bolle speculative successive: prima l’hi-tech, poi le obbligazioni, gli immobili e la finanza rischiosa collegata. Molti affrettati giudizi, anche recenti, sul declino europeo andrebbero ricalibrati.
Tuttavia, se la situazione europea è più solida a livello strutturale e di sistema, a maggior ragione andrebbero puniti i singoli comportamenti azzardati che oggi riguardano Bnp o Ikb e a quanto pare Italease. Singoli, ma molto più diffusi di quanto si immagina. C’è un’epidemia di strumenti di copertura del rischio venduti come tali mentre in realtà aggravano la volatilità dei portafogli anche di risparmiatori sprovveduti. I pregiudizi sono controproducenti alla trasparenza: non tutte le banche sono uguali, c’è anche chi si comporta correttamente. La crisi attuale può essere l’occasione per distinguere. Ma perché sia possibile è necessaria un’attitudine alla trasparenza - e anche alla punizione - che non è comune a quelli che Nietzsche chiamava i bianchi borghesi della finanza. Nel caso della Ikb, per esempio, è stato costituito un cordone bancario di salvataggio dell’istituto in crisi che, solo formalmente, non vedeva il governo tedesco coinvolto (avrebbe violato le regole Ue). Per Bnp sarebbe una sorpresa se Parigi alzasse anche solo il sopracciglio. Mai come oggi dunque, il presidente francese della Bce ha un’ottima occasione per dimostrare il valore della propria autonomia colpendo - per esempio con «tassi punitivi» - la banca francese che ieri ha scosso la finanza globale.

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LA STAMPA 10/8/2007
FRANCESCO MANACORDA
«Marginale». La risposta tra banche, assicurazioni e fondi d’investimento italiani quando si evoca l’esposizione ai cosiddetti mutui «subprime» - quei mutui americani di cattiva qualità che non vengono più rimborsati e che tanti problemi stanno creando al mercato finanziario - è una sola, praticamente una parola d’ordine.
Lo ha detto ad esempio pochi giorni fa Alessandro Profumo, gran capo di Unicredit: «Ci tengo a sottolineare che l’esposizione del gruppo nel segmento è del tutto marginale». Ancora più netto l’ad di Intesa-Sanpaolo Corrado Passera: «Noi siamo molto sereni, è un’attività che non svolgiamo». E la musica non cambia se dalle banche si passa agli altri operatori, che pure in questi giorni stanno facendo i conti dettagliati delle loro posizioni. «L’esposizione dei nostri fondi comuni ai subprime è irrilevante», fanno sapere ieri da Pioneer, una delle maggiori società di risparmio gestito che fa capo proprio a Unicredit. Anche alle Generali si citano le parole dell’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, che ha parlato in questi giorni di «una cifra irrilevante, sul bilancio del gruppo».
Parole tranquillizzanti, confortate anche da alcune valutazioni che circolano in ambienti della Banca d’Italia: il rischio per il sistema italiano in quanto tale è in fondo modesto, anche per il fatto che le nostre banche usano strumenti tradizionali, si avventurano meno di altri operatori nel mondo esoterico degli hedge fund e dei derivati e inoltre il mercato italiano dei mutui - assai meno elastico di quello Usa - non espone a rischi di tipo americano gli istituti di credito. In fondo anche il ritardato decollo dei fondi pensione di cui tanto ci si lamenta potrebbe in questo momento essere un vantaggio di fronte a una turbolenza - o è già una crisi? - globale del mercato finanziario.
Troppo poco e troppo presto, però, per tirare un respiro di sollievo. Lo dimostrano anche le vendite pesanti che ieri nelle Borse si sono addensate sui titoli bancari italiani ed europei. Quella dei mutui subprime si sta configurando infatti come una vera e propria epidemia, alimentata da diversi focolai e che si propaga per vie non sempre conosciute o prevedibili. E i mutui americani di «serie B», che con il rialzo dei tassi si sono trasformati in un virus pericoloso per la finanza, possono ritrovarsi in molti portafogli, senza troppi riguardi per le barriere nazionali. Un virus che agisce in modo diretto sui bilanci di chi tocca i subprime, ma che sparge i suoi effetti anche indirettamente e su scala più vasta: la crisi di liquidità alla quale la Banca centrale europea ha cercato ieri di porre rimedio evoca il rischio di «credit crunch», la situazione in cui la liquidità viene a mancare in modo strutturale e che può provocare gravi danni ai mercati finanziari per la difficoltà di trovare credito.
Per quel che riguarda i mutui subprime ovviamente, rischiano prima di tutti e più di ogni altro le finanziarie che offrono i mutui stessi. Ma proprio quelle società, per ridurre i loro rischi, hanno confezionato prodotti finanziari legati ai subprime che sono finiti non solo negli hedge fund, i fondi speculativi che dovrebbero essere riservati solo agli investitori professionali, ma anche nelle casseforti delle grandi banche d’affari, nei bilanci di istituzioni che uno immagina lontane mille miglia dalla finanza speculativa - l’Università di Harvard ha perso 350 milioni di dollari su 550 milioni investiti proprio in un hedge fund - ma anche in alcuni fondi d’investimento distribuiti al grande pubblico.
Se sono le banche a trovarsi i prodotti subprime in tasca - come ad esempio è avvenuto in Germania con la banca Ikb - il problema diventa dei loro bilanci e dei loro azionisti. Ma se il frutto avvelenato finisce nei fondi allora sono i sottoscrittori che rischiano di pagare caro il loro investimento: i tre fondi di Bnp Paribas che ieri sono stati «congelati» perchè sul mercato non c’era liquidità per fare il prezzo delle loro quote, hanno ben il 35% del loro portafogli investito proprio nei subprime americani. Presto per dire che quella percentuale è perduta, ma certo il fatto che non riescano a fare prezzo è tutt’altro che incoraggiante. Una Sicav tedesca distribuita anche in Italia, il WestLb Mellon Compass Fund-Abs Fund, pur precisando di non avere investimenti in subprime americani ha deciso il 6 agosto di sospendere «sottoscrizioni, conversioni e rimborsi». E anche il Frankfurt Trust Investment Abs Plus ha preso una decisione simile. E molti di questi strumenti ricadono nella categoria dei fondi «monetari», uno dei comparti sui quali i sottoscrittori italiani - negli ultimi mesi in fuga dell’azionario - stanno investendo di più.

IL FOGLIO 10/8/2007
La chiusura dei tre fondi di investimento di Bnp Paribas per crisi di liquidità, connessa all’impiego incauto nelle cartolarizzazioni di mutui immobiliari americani ”subprime”, ha generato una reazione a catena di rientri, che a sua volta ha determinato una carenza di liquidità in tutto il sistema finanziario europeo. La Bce, che poco prima aveva dichiarato che c’è ancora pericolo di inflazione, ha dovuto immettere cento miliardi di euro nel circuito finanziario. Ma molti hanno cominciato a tesaurizzare. E anche questa operazione è servita a poco. Le Borse si sono spaventate e le lancette dell’orologio della moneta fiduciaria e di quella derivata, M2 e M3, hanno iniziato a girare al contrario. Gli apprendisti stregoni europei dovrebbero riflettere sugli errori commessi. Quelli di Trichet e del suo direttorio, che parla di aumento di tassi, mentre il mercato sta perdendo liquidità e fiducia. Quelli della grande banca francese, che, invece che rassicurare i suoi clienti sui loro risparmi, ha chiuso di colpo i tre fondi di investimento determinando il panico. E quello delle altre banche che non hanno fatto ”sistema” con un’azione concordata, ma hanno perso tempo e poi si sono rubate i contanti a vicenda. Come quando la gente si accalca in fuga in caso di incendio, ci cono più morti e feriti a causa della ressa che delle fiamme. Per la Bce è la prima sfida come garante del sistema finanziario dell’euro. Speriamo che, dopo i passi malcerti, prenda in mano la situazione. Negli Stati Uniti, da cui è partito il contagio, non c’è questo panico.

LA REPUBBLICA 11/8/2007
ANDREA GRECO
MILANO - Altro giro altro regalo. Il venerdì nero delle Borse è soltanto l´indomani del giovedì, la crisi dei mutui subprime continua a terrorizzare gli investitori, blocca i portafogli e brucia più miliardi sui listini dei non pochi che le banche centrali del mondo immettono per aumentare la liquidità. Ieri sono stati investiti 61 miliardi di euro in forma di pronti contro termine da parte della Banca centrale europea, più altri 35 miliardi (in dollari) da parte della Fed. Simili ammontari erano stati versati alla vigilia. Tuttavia, come giovedì le perdite surclassano gli "aiuti" pubblici: ieri le Borse europee si sono mangiate 268 miliardi di euro, con perdite che gli indici non vedevano da quattro anni, comprese tra il 3,7% di Londra e l´1,45% di Francoforte. A dare la nota, stavolta, l´Asia, con Tokio giù del 2,3% (e Seul di oltre il 4%). Ore dopo negli States l´avvio era sofferto, ma la notizia degli interventi della banca centrale, e la voce che la Fed presto potrebbe abbassare i tassi di interesse, per far sì che la crisi non intacchi il ciclo congiunturale, hanno permesso agli indici di recuperare. Così a New York il Dow Jones (’0,23%) e il Nasdaq (’0,45%) hanno chiuso vicini allo zero.
L´attenzione delle autorità monetarie e delle istituzioni è crescente, rispetto a una crisi che ormai ha contagiato l´intero unico mercato globale, creando problemi alle negoziazioni che non si vedevano dal settembre 2001. Ieri s´è espresso il Fondo monetario: «L´economia mondiale è solida, il riprezzamento del rischio di credito è ancora gestibile – ha detto un portavoce – l´Fmi continua a seguire gli sviluppi, inclusi gli impatti nei singoli paesi, rispettando le responsabilità del sistema monetario».
Anche in Italia le autorità competenti hanno ritenuto di uscire allo scoperto. Dapprima la Banca d´Italia: «Seguiamo attentamente la situazione. Non ci sono motivi di allarme per la specifica condizione del mercato e degli intermediari in Italia», hanno detto fonti di Via Nazionale. Una «prudente attenzione» viene dalla Consob, in contatto continuo con Bankitalia e l´Isvap assicurativo. E anche dal Tesoro si fa sapere che Tommaso Padoa Schioppa «segue da molto vicino la situazione, a stretto contatto con Bankitalia». Vacanze contingentate, insomma, per gli arbitri del mercato e dell´economia. C´è molto da fare, del resto, per ristabilire quel clima di fiducia che è un patrimonio impalpabile eppur fondamentale perché gli investitori facciano le loro offerte. E che la fiducia stia sotto i tacchi lo si è visto ieri un po´ ovunque. Titoli in svendita, a partire – ancora – dalle grandi banche, nessuna esclusa: in due sedute gli istituti leader sono scesi quasi del 10%. Anche i titoli delle materie prime, lambiti dalla crisi, soffrono: a Londra Bhp ”6%, Rio Tinto ”4%, a Milano i cementieri stanno sui minimi. Male vanno pure gli energetici, complice un petrolio che scivola sempre più giù rispetto ai massimi di luglio (il Wti si è fermato a 71,47 dollari, in calo di 12 cents dopo un certo recupero).
La speranza, per i risparmiatori, è che le istituzioni politico-finanziarie sappiano convincere i gestori di portafogli più di quanto riescono a fare finora i pareri di operatori privati. Non ultima Standard & Poor´s, che ieri ha stimato un impatto limitato sulle banche europee, giudicando anzi «salutare» la correzione in corso. Una voce in più nel coro di chi ritiene che i fondamentali delle aziende, su cui si basano i loro profitti, sono sani. E che l´attuale è solo una circoscritta crisi finanziaria.


LA REPUBBLICA 11/8/2007
LUIGI SPAVENTA
TRE giorni fa ci si chiedeva, su questo giornale, se il contagio della crisi dei mutui fondiari americani, trasmesso attraverso la creazione e la distribuzione di obbligazioni strutturate che li rappresentavano, fosse circoscritto a un numero limitato di fondi di investimento e di istituzioni specializzate o potesse estendersi, con conseguenze potenzialmente più gravi, al sistema bancario. I due massicci interventi di rifinanziamento decisi giovedì e ieri dalla Banca Centrale Europea, e quelli, meno ingenti, del Federal Reserve americano e di altre banche centrali, indicano che la seconda possibilità si è fatta più concreta. NON è certo la caduta delle borse a spiegare quegli interventi. Le banche centrali solitamente sono, e devono essere, indifferenti all´altalena dei mercati dei titoli: altri essendo i loro obiettivi, non tocca ad esse correggere gli eccessi di rialzo o di ribasso. Ancora il 2 agosto scorso il presidente della Bce si dichiarava preoccupato soprattutto per l´inflazione, ravvisando nelle recenti vicende dei mercati una benvenuta normalizzazione dopo un lungo periodo di sottovalutazione dei rischi da parte degli investitori; si impegnava peraltro a seguire con grande attenzione gli sviluppi futuri, sottolineando comunque che "le autorità devono mantenere la loro compostezza". La caduta delle borse, in un ambiente di crescita soddisfacente e di profitti elevati, è il sintomo dello stesso fenomeno che ha impensierito le banche centrali, sino ad indurle a un comportamento apparentemente contraddittorio: paventare l´inflazione e tuttavia rendere disponibile una quantità ingente di mezzi liquidi. Quel fenomeno è l´improvviso esaurimento della liquidità, che ha trovato la sua manifestazione più evidente nell´improvviso salto all´insù, fra giovedì e venerdì, del tasso overnight, il tasso a brevissimo termine al quale gli intermediari offrono e domandano disponibilità liquide. La Bce, infatti, ha motivato gli interventi di rifinanziamento del sistema con la necessità di "assicurare condizioni ordinate nel mercato monetario in euro". Quali le cause del temuto disordine?
Ve ne possono essere di specifiche: non certo la chiusura degli sportelli di qualche malaccorto fondo d´investimento carico delle obbligazioni delinquenti; piuttosto gravi difficoltà di qualche banca impegnatasi in proprio. Non lo sappiamo, perché non sappiamo dove siano esattamente finiti i rischi dei derivati di credito, ieri assunti a prezzi di affezione e oggi privi di compratori: si ignora ancora, ad esempio, quale sia l´effettiva esposizione di una banca tedesca medio-piccola, la Ikb, finita a gambe all´aria. Ma vi sono anche cause generali, che riguardano una pluralità di intermediari. Alcuni di essi potrebbero aver dato affidamenti di credito a entità-veicolo che trattavano e distribuivano i prodotti ad alto rischio: la mobilizzazione di quel credito essiccherebbe le tesorerie delle banche. Ad altre potrebbero essere rimasti sul gozzo titoli rappresentativi di credito o crediti concessi per operazioni importanti, non più cedibili, in forma variamente cartolarizzata, in queste condizioni di mercato. Una cosa è certa: per mancanza di domanda, qualsiasi contrattazione su titoli rischiosi comporterebbe strappi di prezzo insopportabili, perché evidenzierebbero perdite elevate del venditore. In una situazione siffatta il mercato si ferma; e, se si ferma, aumenta la domanda e si riduce l´offerta di mezzi liquidi; le condizioni monetarie si inaspriscono improvvisamente, i fabbisogni di finanziamento a breve delle banche non vengono soddisfatti e la stabilità viene messa a rischio.
Anche in assenza di una causa specifica, dunque, gli interventi delle autorità monetarie sono stati opportuni e tempestivi: si osserva solo che una comunicazione più esauriente delle ragioni che li hanno motivati non avrebbe indotto alcuni operatori a chiedersi se ve ne fossero di nascoste o da nascondere. Ci si può chiedere se quegli interventi siano sufficienti a riportare ordine e un po´ di tranquillità. I rimbalzi delle borse dopo il loro annuncio non bastano a motivare una risposta affermativa. Per ora si è data assicurazione al sistema che le banche centrali sono pronte a rendere disponibile tutta la liquidità necessaria per il suo funzionamento. Tuttavia le operazioni di ispezione e di bonifica del vasto territorio in cui rischi mal prezzati sono stati distribuiti a piene mani dureranno ancora a lungo e potrebbero riservare qualche sorpresa spiacevole; auspicabilmente serviranno anche a imporre obblighi di trasparenza e di valutazione dei portafogli da cui sinora una bella fetta del sistema finanziario è rimasta esente.
Nel frattempo, come dicono sugli aerei, la possibile presenza di condizioni di turbolenza, pur non essendo motivo di panico, consiglia di tenere le cinture allacciate.

LA REPUBBLICA 11/8/2007
MAURIZIO RICCI
ROMA - «Bce e Fed fanno bene ad immettere liquidità sul mercato. Non potrebbero non farlo. Ma non credo che servirà a molto. Qui sta esplodendo la bolla del credito facile. La crisi è più grossa». Nouriel Roubini, professore alla New York University e titolare di un blog (www.rgemonitor.com) assai seguito, guarda da tempo con pessimismo all´economia americana e questo l´ha portato a prevedere per tempo la crisi edilizia, quella dei mutui e l´attuale panico finanziario. Adesso, non ha dubbi su quanto succederà: «Le crisi del credito richiedono sempre aggiustamenti dolorosi, anche nell´economia reale».
A quali altre crisi assomiglia quella di queste settimane?
"Non al crollo di Borsa del 1997 o al panico del 1998, quando saltò un grosso hedge fund, come l´Lctm. Allora, Greenspan potè tamponarle in breve tempo, perché i fondamentali dell´economia americana, che stava crescendo al ritmo del 4 per cento l´anno, erano buoni e perché la crisi era effettivamente di liquidità. Voglio dire che chi c´era in mezzo si trovava effettivamente senza soldi, ma temporaneamente, perché non riusciva, sul momento, a vendere i beni, di cui però disponeva e che, nei tempi giusti, avrebbe potuto collocare. Qui, invece, l´economia è debole e il grosso dei protagonisti è tecnicamente insolvente. I beni non li ha o non valgono più niente: sarebbero già falliti se non avessero potuto continuare a fare debiti, grazie al credito facile. Il paragone va fatto con la bolla tecnologica del 2000 o con l´esplosione della bolla immobiliare di fine anni ´80 e la successiva crisi delle Savings&Loans, le Casse di risparmio. E tutt´e due sono sfociate in una recessione».
Non è più, dunque, solo la crisi dei subprime, i mutui concessi alla clientela meno affidabile che oggi non è in grado di pagare le rate.
«No, e non da oggi. Le stesse pratiche spregiudicate adottate per i subprime (niente richiesta di un pagamento in denaro fresco al momento dell´erogazione del mutuo, niente garanzie di reddito) sono state applicate anche ai mutui definiti di prima fascia. Metà dei mutui erogati negli ultimi 2-3 anni è stato dato senza rispettare elementari regole di prudenza, che li si definisse subprime o no. Infatti, la crisi ha investito e sta investendo istituti, come American Home Mortgages e Countrywide, che trattavano solo mutui per la clientela ufficialmente più affidabile, ma che evidentemente non riescono a pagare lo stesso le rate».
Quanto può essere ampia la crisi?
«E chi lo sa? Il presidente della Fed, Bernanke, parla di perdite possibili per 100 miliardi di dollari. Ma ancora non sono venute fuori. Dove sono? Quello che sappiamo è che ci sono centinaia di migliaia di mutuatari insolventi, ci sono istituti che erogano mutui insolventi, ci sono hedge funds, che avevano investito in mutui, insolventi, come quelli di Bear Stearns, ci sono imprese insolventi. Nell´edilizia, dove non riescono più a vendere le case che hanno costruito, e fuori dell´edilizia».
Perché fuori dell´edilizia?
«Perché molte aziende commerciali e industriali, in questi anni, sono andate avanti solo grazie al credito facile. Storicamente, negli Usa, ogni anno fallisce il 3% delle aziende. Considerando il buono stato di salute dei profitti aziendali, diciamo che il tasso naturale sarebbe il 2,5%. L´anno scorso il tasso di fallimenti è stato solo dello 0,6%. Questo perché molte aziende potevano pagare gli interessi sui loro debiti, contraendo nuovi debiti a bassi tassi d´interesse, grazie al credito fornito, ad esempio, dagli hedge funds. Ora che tutti sono diventati più consapevoli del fattore rischio e i tassi sono saliti, questo credito si prosciugherà».
Prevede conseguenze anche per le grandi banche, come Goldman Sachs, Merrill Lynch e gli altri nomi della grande finanza?
«Non credo che nessuna salterà. Nessuna è insolvente. Hanno però un sacco di perdite ancora nascoste. Sono esposte direttamente nel settore dei mutui, ma anche nella finanza derivata, come i Cdo, nei prestiti al settore immobiliare, agli hedge funds. Tanti canali separati, che possono produrre perdite. E ciò non può che aggravare la stretta del credito».
Con quali conseguenze per l´economia americana?
«Secondo me, era già in atto un circolo vizioso: la crisi immobiliare, con la discesa dei prezzi delle case, e quella dei mutui colpiscono i consumi, che costituiscono i due terzi dell´intera economia. La crisi finanziaria peggiorerà le cose».
Il grosso degli economisti prevede una crescita del 2-3% per il resto del 2007.
«Non ci credo. La mia previsione è di una "recessione della crescita", cioè uno sviluppo dell´economia sotto l´1%. E mi aspetto che la frenata si prolunghi al 2008. Se poi ci sarà una vera e propria recessione, è difficile dire. Ma il rischio c´è. Altro che atterraggio morbido».
E l´Europa?
«Al contrario dell´America, i fondamentali dell´economia europea, come del resto del mondo, sono buoni. E´ in ripresa e dipende solo in parte dall´andamento dell´economia Usa. Certo tempesta finanziaria e frenata americana avranno un costo e la ripresa rallenterà».
Questa tempesta finanziaria internazionale può avere un impatto sulla situazione della finanza pubblica italiana, appesantendo la gestione del debito, vista la mole di titoli pubblici che dobbiamo ogni mese collocare sul mercato?
«E´ vero il contrario. I tassi di interesse dovrebbero scendere e la tempesta significa una corsa verso gli investimenti sicuri, come i titoli del Tesoro. Anche quelli italiani».

LA REPUBBLICA 11/8/2007
ALBERTO FLORES D’ARCAIS
ALBERTO FLORES D´ARCAIS
NEW YORK - «C´é un po´ di nervosismo, peró vedrà, ci sarà anche una piacevole sorpresa». All´angolo di Broad Street il giovane broker sorride, all´apertura del New York Stock Exchange (la Borsa di New York) mancano una ventina di minuti e lui sta rientrando nel più famoso palazzo della finanza internazionale sorseggiando un caffé. Le notizie che arrivano dall´Asia e dalla Borse europee non sono rassicuranti, dopo le perdite di giovedí qualcuno prospetta un "venerdí nero", ma a Wall Street l´atmosfera é quella di sempre: gente che cammina frenetica, qualche "limo" da cui scendono al volo businessmen in giacca e cravatta, pochi turisti a scattare fotografie sotto una pioggia incessante e un vento che rende quasi inutili gli ombrelli.
La piacevole sorpresa é che a far scattare la "Opening Bell", la campanella che dà il via alle operazioni di mercato, c´é un´ elegante signora in tailleur bianco circondata da due splendide ragazze vestite di nero; sono Sharen Turner, presidente e Ceo di Victoria´s Secret (la più famosa casa di biancheria intima americana) e due supermodelle, Karolina Kurkova e Selita Ebanks, invitate alla Borsa per il 25° anniversario dell´ingresso di Victoria´s Secret nel listino di Wall Street. L´interesse dei brokers per le modelle dura meno di un minuto, quando le contrattazioni prendono il via gli occhi di tutti sono concentrati sui numeri. La Borsa di New York, come prevedibile, inizia in perdita, un po´ di nervosismo si sente, ma non c´é alcuna sensazione di panico. Qualcuno scherza sulle frasi rassicuranti pronunciate da Bush il giorno prima, «é vero l´economia americana va bene, proprio come va bene la guerra in Iraq...», un paio si mettono a discutere se Bernanke sia meglio o peggio di Greenspan, nessuno sembra veramente preoccupato.
I titoli oscillano, l´indice Dow Jones perde inizialmente duecento punti poi recupera e ad un certo punto, a metà giornata - grazie all´intervento della Fed che inietta il mercato con 38 miliardi di dollari - volge anche al positivo, prima di ripiegare nel rosso. Preoccupa di più l´intervento della Sec, la società di controllo sulla Borsa, che - come anticipato ieri mattina dal Wall Street Journal - ha deciso di indagare sulle presunte perdite (non comunicate) di alcune grandi banche d´affari per quanto riguarda le attività collegatre al settore dei mutui subprime. Secondo il Wsj, la Sec ha aperto un´inchiesta sui libri contabili di due colossi finanziari come Goldman Sachs e Merrill Lynch per accertare la reale esposizione ai mutui subprime e l´eventuale rischio di default. John Nester, portavoce della Sec, non ha smentito la notizia, ed ha ammesso che «é sempre fonte di preoccupazione» stabilire il valore degli asset investiti nei subprime e dei derivati.
Preoccupa, e molto, la situazione di Countrywide, la società leader nella concessione dei mutui, che ha annunciato di essere in difficoltà nel reperire nuovo credito e il cui titolo é crollato ieri mattina del 12,2 per cento (anche se poi ha recuperato). In una nota inviata alla Sec la Countrywide precisa di aver registrato «perdite senza precedenti» aggiungendo che «il mercato secondario e la situazione relativa alla liquidità sta evolvendo rapidamente ed il potenziale impatto sulla società è al momento sconosciuto».
Diversi analisti di Borsa puntano adesso il dito contro il presidente della Federal Reserve, Bernanke e contro il ministro del Tesoro Usa, Henry Paulson. Il primo perché aveva ripetutamente dichiarato che la crisi dei subprime sarebbe stata «contenuta», il secondo per aver detto che non avrebbe creato problemi all´economia americana. «Il presidente della Fed si sbagliava. E si sbagliavano anche il Segretario al Tesoro e l´amministratore delegato di Merrill Lynch, Stanley O´Neal, scrive un´analista di Bloomberg, «i problemi del settore dei mutui subprime erano contenuti, dissero tutti e tre. La crisi invece risultata contagiosa».
Il presidente Bush é stato ieri «tenuto regolarmente informato» sull´evolversi della situazione in Borsa e sugli impatti della crisi dei mutui subprime sull´economia americana e su quella globale. «Vi posso assicurare che il presidente é costantemente informato, in particolare su un soggetto come questo», ha detto Dana Paerino ai giornalisti che hanno seguito il presidente americano a Kennebunkport (in Maine) dove Bush trascorrerà questo week end. La Casa Bianca segue con attenzione ma non é preoccupata, ha aggiunto la portavoce, ricordando quanto sostenuto giovedí dallo stesso presidente Usa: «I fondamentali dell´economia americana sono forti. Esiste la Federal Reserve che é una istituzione indipendente che noi rispettiamo molto e la Casa Bianca non intende esprimere alcun giudizio sull´attività della Federal Reserve. Quello che vi posso assicurare é che numerosi consiglieri del presidente Bush seguono attentamente ogni attività di mercato e vigilano affinché siano messe in opera tutte le politiche necessarie affinché la nostra economia sia forte e prospera».

LA REPUBBLICA 11/8/2007
HUGO DIXON
HUGO DIXON
La Bce, come le altre banche centrali mondiali, vuole comprimere l´inflazione, ma è un compito arduo perché la disoccupazione è bassa, la crescita prosegue, le importazioni asiatiche rincarano e la massa monetaria continua a lievitare. Allora come mai la Bce ha iniettato liquidità nel sistema? Il fatto è che nelle scorse settimane alcuni operatori intimoriti hanno ritirato liquidità. In un certo senso le banche centrali si sono compiaciute della crisi dei mercati del credito, ritenendo che i finanziamenti fossero diventati troppo facili e a basso costo, ma i mercati finanziari sono un´altra cosa. Se alle aziende manca la sicurezza di poter prelevare il loro denaro dalla banca o dai fondi, l´intera economia potrebbe "grippare", quindi le banche centrali devono far capire che il sistema monetario non si bloccherà, accada quel che accada. Il sostegno delle banche centrali ai mercati finanziari ha rafforzato la fiducia degli investitori nelle autorità e ora i mercati scontano due tagli dei tassi overnight Usa nel 2007, mentre sembra più probabile che la Bce rimanderà altri aumenti. Il dilemma delle banche centrali è che le strette monetarie abbinate ai timori degli investitori facciano deragliare l´economia reale, ma le iniezioni di liquidità e i tagli dei tassi alimentano l´inflazione. E se gli investitori si sentiranno più disposti a rischiare, le banche centrali avranno a che fare con una nuova bolla speculativa prima ancora di aver sgonfiato quella precedente.
Edward Hadas
(Traduzione a cura di MTC)

LA REPUBBLICA