Mario Deaglio, La Stampa 9/8/2007, 9 agosto 2007
Per gli storici del futuro rimarrà probabilmente un mistero l’estrema ritrosia delle autorità di governo anche solo ad affrontare l’argomento della possibile vendita delle ingenti riserve auree italiane
Per gli storici del futuro rimarrà probabilmente un mistero l’estrema ritrosia delle autorità di governo anche solo ad affrontare l’argomento della possibile vendita delle ingenti riserve auree italiane. Sono al quarto posto nel mondo per consistenza e potrebbero servire nell’ambito di una politica di risanamento della finanza pubblica e di rilancio dell’economia del Paese. Quando l’utilizzo di una piccola parte di queste riserve venne ipotizzato su questo giornale nel settembre scorso, il ministro dell’Economia dichiarò in maniera sibillina che «in certi casi il silenzio è d’oro» e quest’aureo silenzio ha prolungato un singolare e incomprensibile tabù che dura da sempre. quindi una buona cosa che, in un’altra intervista alla Stampa di qualche giorno fa, lo stesso ministro abbia superato il suo aureo pudore e riconosciuto la legittimità di una discussione su questi temi da parte del governo e del Parlamento; e che ieri gli abbia fatto eco il presidente del Consiglio definendo il dibattito in materia non solo legittimo (e ci mancherebbe!) ma addirittura positivo. Va considerato che si sono spesi fiumi di parole per parlare del «tesoretto», un temporaneo sovragettito fiscale di difficile stima, e si è finora evitato accuratamente di parlare del vero «tesoro» finanziario pubblico italiano, le oltre 2500 tonnellate d’oro della Banca d’Italia. Nell’approssimarsi della stesura della legge finanziaria è sicuramente positivo che il tabù venga finalmente infranto e che si consideri pacatamente la possibilità di utilizzare il metallo giallo che l’Italia, a differenza di quasi tutti i Paesi avanzati, ha sempre evitato di mettere in vendita. Precisi accordi internazionali limitano la quantità di queste possibili vendite, per evitare, tra l’altro, di incidere in maniera rovinosa sul prezzo mondiale dell’oro, che sostiene l’economia di svariati Paesi. Rispettando pienamente questi limiti, e con valutazioni molto prudenti, si può stimare che, ai prezzi attuali, dalla cessione complessiva, nell’arco di svariati anni, del 20% dell’oro delle riserve si potrebbero ricavare circa 1,5-2 miliardi di euro all’anno. Si tratta certamente di una cifra non risolutiva ma altrettanto certamente di un gradito ingrediente nel «mix» degli strumenti con cui costruire le leggi finanziarie. La possibilità della vendita apre due delicati problemi, uno a livello europeo e uno a livello italiano. Il primo riguarda la destinazione del ricavato: deve andare a ridurre il deficit pubblico (dove darebbe un contributo importante) oppure il debito pubblico (dove sarebbe una goccia nel mare)? Occorre considerare che l’oro è contabilizzato al prezzo storico di circa 35 dollari l’oncia, contro un prezzo attuale di oltre 680 dollari l’oncia; la differenza costituisce una plusvalenza che deve essere trattata secondo le norme dell’Unione Europea, il che non esclude che almeno una parte possa essere contabilizzata tra le entrate del bilancio ordinario. Naturalmente sarebbe irresponsabile utilizzare il ricavato di tale vendita per spese correnti. Si potrebbe invece costituire un fondo separato per il finanziamento di qualche iniziativa specifica (per esempio, qualche infrastruttura vitale per il Paese). Ma proprio qui si tocca il secondo problema delicato: chi ha effettivamente la disponibilità di quest’oro? A differenza di altri Paesi, infatti, le riserve non sono patrimonio dello Stato ma appartengono alla Banca d’Italia e ne costituiscono una garanzia di indipendenza. Per questo Lorenzo Bini Smaghi, rappresentante italiano nel Consiglio della Banca Centrale Europea, ha tenuto a puntualizzare nei giorni scorsi che la Banca d’Italia non può essere obbligata a cedere anche solo una parte delle proprie riserve (ma lo sarebbe probabilmente, se così decidesse il Parlamento). La Banca d’Italia non può, inoltre, a norma dei trattati europei, finanziare il governo al di là di eventuali limiti previsti dai trattati stessi. Tutto ciò renderebbe auspicabile che, come hanno fatto altri Paesi europei, si andasse al finanziamento separato di progetti specifici, senza passare dal bilancio dello Stato. In ogni caso, è bene che qualcosa si faccia: le nostre riserve sono troppo preziose per continuare a dormire nei sotterranei nel momento in cui si tenta una delicata operazione di risanamento e rilancio del Paese.