Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 09 Giovedì calendario

Il primo istinto è cacciar via la notizia: chissene importa di Mastella che, in un’intervista a Repubblica, annuncia di voler dar vita a un nuovo partito con Casini, Di Pietro e, magari, insieme a personalità del mondo dell’impresa (Montezemolo) o del sindacato (Pezzotta)

Il primo istinto è cacciar via la notizia: chissene importa di Mastella che, in un’intervista a Repubblica, annuncia di voler dar vita a un nuovo partito con Casini, Di Pietro e, magari, insieme a personalità del mondo dell’impresa (Montezemolo) o del sindacato (Pezzotta). Auguri, verrebbe da dire. I mini-partiti personali che si agglomerano e si scindono senza sosta sono venuti a noia in tempi normali, figurarsi quando l’Italia in vacanza tira finalmente il fiato. Epoi, alzi la mano chi è disposto a scommettere che il ministro della Giustizia riuscirà davvero a rifare la Dc del terzo millennio, con gli scontenti del Partito democratico e gli orfani (quando sarà) del Cavaliere. Occorrerebbero veri giganti, come fu Sturzo, come fu De Gasperi... Invece questi rifondatori, il giorno che facessero un partito insieme, ricorderebbero semmai l’armata Brancaleone. Un’accozzaglia di egoismi, a voler essere benevoli. Fino a ieri, Mastella e Di Pietro davano spettacolo nel governo. Addirittura, Clemente aveva incaricato l’usciere del suo ministero di polemizzare col caro Tonino, perché lui ne aveva abbastanza. Ora i due progettano di fuggire insieme. E di una coppia Mastella-Casini, vogliamo parlare? Anni fa convivevano sotto lo stesso tetto, poi divorziarono tra le carte bollate. Quanto a Montezemolo, non si comprende perché lo tirino per la giacca. Il presidente di Confindustria ha messo sotto accusa questo bipolarismo, ricattato dalle estreme. Ma invece di abolire i ricatti, i neo-centristi vorrebbero architettarne uno più grosso, così da dettare loro le condizioni a destra e a sinistra. Sulle orme di un tal Bettino Craxi, quando incarnava Ghino di Tacco. Tutto porterebbe a credere, insomma, che quello di Mastella sia l’ennesimo bluff, che lo statista di Ceppaloni alla fine non andrà da nessuna parte. Anche quanti, Berlusconi in testa, si aspettano che a settembre possa accadere qualcosa, magari un gruppo di senatori «mastellati» che tradisce Prodi e licenzia il governo, probabilmente resteranno delusi. Troppi «al lupo al lupo» in un anno o poco più, troppe minacce di mandare tutto all’aria rimangiate in extremis come a dire «avevo scherzato». Eppure... Eppure stavolta, frenando l’istinto, sarebbe il caso di prendere Mastella un tantino sul serio. Di capirne meglio i piani e cosa può favorirli. Le velleità neo-centriste fanno leva su forze potenti che non si ritrovano nell’attuale equilibrio, fondato sull’alleanza con la sinistra radicale. Quando invoca Montezemolo, Mastella prova a farsi interprete di un ceto industriale deluso che, per sfiducia nel ceto politico e quasi sull’onda della disperazione, si interroga su un eventuale ruolo di supplenza. Quando cita con trasporto Pezzotta, leader della Cisl ma soprattutto animatore del Family day, il ministro della Giustizia tenta l’aggancio di un mondo cattolico fuori dalla grazia di Dio, di quei credenti che mai come ora si sono sentiti in conflitto con i valori del riformismo laico. L’unico argine che finora ha trattenuto queste forze dalla discesa in campo si chiama sistema elettorale. Con tutti i limiti arcinoti pure quello vigente, al pari del «Mattarellum», rende velleitaria qualunque avventura fuori dai due schieramenti. Finché esisterà un premio di maggioranza o qualche altro congegno di tipo maggioritario, non ci sarà posto per un terzo incomodo neo-centrista. E i piani di Mastella resteranno chiusi nel cassetto. Ma è proprio quello che nelle prossime settimane potrebbe cambiare, paradossalmente su input di chi meno ne avrebbe la convenienza. Lo schema di riforma più accreditato, nella speranza di evitare il referendum, prevede l’adesione al modello tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. Piace a Bertinotti, si capisce, ma pure a D’Alema, a Fassino e a Rutelli perché ognuno, cominciando dai partiti più grossi, peserebbe per i voti che ha. E costringerebbe i nanetti da zero-virgola-per cento a fondersi per non morire. Sembra l’uovo di Colombo, la quadra capace di accontentare tutti. In realtà, la svolta «tedesca» rischia di aprire nel sistema una falla, grazie alla quale le ambizioni di Mastella e dei neo-centristi diventerebbero molto più d’un sogno di mezza estate. I fondatori del Partito democratico farebbero bene a pensarci. Finché sono in tempo. Stampa Articolo