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 2007  agosto 09 Giovedì calendario

WALTER GALBIATI

MILANO - Tax & The City. Potrebbe essere il titolo di una nuova serie televisiva ambientata non a New York, ma a Londra. E tra i protagonisti figurerebbero illustri immigrati della capitale inglese. Da Valentino Rossi a Roman Abramovich, dal magnate indiano dell´acciaio Lakshmi Mittal ai conterranei fratelli Sri e Gopi Hinduja diventati famosi nel nostro Paese per aver tentato di comprare una quota di Telecom Italia. Invece non è altro che la nuova saga dei ricchi londinesi. Ricchi, anzi ricchissimi, che per evitare di pagare le tasse hanno deciso di vivere non in una sperduta isola dei Caraibi o nell´angusto Principato di Monaco, ma nella centralissima Londra, tra ristoranti alla moda, club esclusivi e servizi bancari all´avanguardia. Perché infatti trasferire la residenza e il domicilio fiscale in un´isola sperduta nell´oceano, quando è possibile ottenere lo stesso effetto, godendo dei lussi e delle comodità che offre la principale città britannica?
A rendere possibile il tutto, una legge vittoriana creata a quei tempi per favorire chi aveva interessi nelle colonie e ora diventata appannaggio di stranieri residenti a Londra, ma con il domicilio fiscale all´estero. All´epoca dei velieri, chi aveva piantagioni in Africa o nelle Indie poteva mantenere la residenza in Inghilterra e contemporaneamente spostare il domicilio, cioè la residenza fiscale all´estero dove si trovavano i propri interessi. Il Fisco della regina tassava solo il reddito che rientrava in Inghilterra, mentre tutto il resto era esentasse.
Nella versione moderna al posto delle colonie sono subentrati i Paesi di origine degli immigrati, al cui Fisco spetterebbe il compito di perseguire e tassare quelle ricchezze che gli agenti delle entrate di sua Maestà lasciano indenni. Un compito tutt´altro che facile, perché in soccorso dei nuovi ricchi (in genere oligarchi russi, imprenditori indiani, armatori greci, petrolieri arabi e banchieri europei) è accorsa l´ingegneria finanziaria dei consulenti tributari che si è mostrata in grado di affossare tesori in veicoli e fondi offshore.
La scappatoia londinese comunque è mal sopportata a livello europeo, tanto che più volte, senza mai riuscirci, l´Unione europea ha chiesto di abolirla, ed è anche stigmatizzata dal Fondo monetario Internazionale che in un suo recente studio ha definito la capitale britannica un paradiso fiscale alla pari delle Isole Cayman, delle Bermuda e della Svizzera. Una stima recente del governo britannico ha calcolato che sono circa 200mila le persone che godono di questo status di cittadino residente ma non domiciliato con una tendenza a crescere velocemente. Del resto per diventare residente non servono grandi meriti al servizio della bandiera britannica, ma un bel gruzzolo da depositare su un conto della City con la causale «deposito a tempo indeterminato».