Carlo Grande, La Stampa 9/8/2007, 9 agosto 2007
Il mondo scientifico e quello ambientalista sono sotto choc: il delfino bianco del fiume cinese Yangtze, delicata creatura dalla pelle chiara e dal muso allungato, è stato dichiarato ufficialmente estinto
Il mondo scientifico e quello ambientalista sono sotto choc: il delfino bianco del fiume cinese Yangtze, delicata creatura dalla pelle chiara e dal muso allungato, è stato dichiarato ufficialmente estinto. Spazzato dalla faccia della terra da un killer assai facile da individuare: l’uomo, e la sua insensata attività da anni in rotta di collisione con la natura. I risultati di una spedizione, pubblicati sulla rivista Biology Letters, suonano il de profundis per questo delfino di acqua dolce, del quale una ricerca nel 1997 aveva segnalato appena 17 superstiti. A dicembre una trentina di biologi cinesi e britannici sono partiti lungo gli oltre 6.300 chilometri del fiume, il più trafficato al mondo, con sensori sonori e binocoli professionali. Obiettivo, portare alcuni esemplari dell’animale nella riserva naturale di Tian’ezhou per un programma di ripopolamento. Ma «la dea dello Yangtze» se n’era andata. Di «baiji», così lo chiamavano anche i cinesi, non ne è rimasto nemmeno uno. Viveva sulla terra da venti milioni di anni. Il baiji, quasi cieco, era (o è? lasciateci coltivare l’irragionevole speranza di qualche esemplare sfuggito alla ricerca) dotato di un raffinatissimo sistema uditivo: l’inquinamento, l’eccessiva pesca e soprattutto, il traffico fluviale ne hanno evidentemente minato il sistema di «ecolocazione», il sonar su cui faceva affidamento per muoversi in un ambiente dalla visibilità molto scarsa. La scomparsa del delfino bianco è un terribile campanello di allarme. E’ il primo grande mammifero acquatico che si estingue, ed è il quarto mammifero a scomparire dalla faccia della terra in cinquecento anni. Gli altri tre furono i lemuri giganti del Madagascar, sterminati dai cacciatori nel Seicento, la tigre della Tasmania (l’ultimo esemplare morì in uno zoo nel 1936) e una specie di toporagno scomparso nel Cinquecento, che viveva nelle Indie Occidentali. L’animale estinto più famoso, il Dodo, era un uccello che pesava oltre 20 chili: fu scoperto da esploratori portoghesi nel 16esimo secolo nell’arcipelago delle Mascarene e venne sterminato dai marinai delle navi di passaggio e dagli animali importati dai bianchi che divoravano uova e nidiacei. Non abbiamo imparato granché, da allora. «Il delfino Yangtze era una specie carismatica – ha detto il biologo della Zoological Society di Londra Sam Turvey, che ha guidato la spedizione - la sua perdita è una tragedia. Con lui scompare un intero ramo dell’albero dell’evoluzione della vita. ora che ci assumiamo piena responsabilità come guardiani del pianeta». Altre specie sono a rischio lungo il fiume Yangtze, come l’alligatore cinese e il pesce spada cinese, che può raggiungere fino a sette metri di lunghezza ma non è stato più avvistato dal 2003. Come loro, sono minacciate centinaia di specie, secondo le liste rosse pubblicate periodicamente dal Wwf e dalla Iucn (Unione Mondiale della Conservazione). L’ultima Lista Rossa elenca oltre 16 mila specie minacciate tra animali e piante - oltre 500 in più rispetto alla Lista precedente -, tra i quali grandi scimmie, squali e orsi polari. Una nuova estinzione di massa, insomma, che non si verifica dal tempo dei dinosauri, potrebbe avvenire per mano dell’uomo. Negli ultimi 500 anni, dicono gli studiosi, si sono estinte 844 specie. Una velocità di estinzione dalle cento alle mille volte superiore rispetto ai ritmi naturali: le maggiori minacce alla biodiversità sono la perdita e il degrado degli habitat, la caccia eccessiva, il commercio illegale, l’invasione delle specie non native, l’inquinamento, i cambiamenti climatici e il «bycatch», la cattura accidentale di animali nella pesca. Nessuno conosce con esattezza quante specie viventi esistono sul pianeta (la stima dei biologi oscilla tra i 5 e i 15 milioni, compresi i microrganismi), ma una cosa è sicura: solo una è quella che determina scientemente i danni più gravi alle altre e – non dimentichiamolo – a se stessa. Chissà se i cinesi, dall’alto della loro cultura millenaria e del loro sviluppo incontrollato, rimpiangeranno «la dea dello Yangtze», ora che se n’è andata.