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 2007  agosto 09 Giovedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

SANTA FE (New Mexico) – John Wayne senza stivali da cowboy sarebbe come Valentino Rossi in bicicletta, Maradona che gioca a basket, Pamela Anderson con il burqa – una contraddizione in termini. bello pensare all’attore americano – del quale si è appena festeggiato il centenario – un po’ come – con rispetto parlando – alla ballerina della fiaba di «Scarpette Rosse»: re del western grazie a un paio di stivali magici che l’avrebbero portato dalla sperduta Winterset, Iowa, fino a Hollywood. E sorprende che gli stivaloni di Wayne – come quelli di tanti divi della Hollywood vecchia e nuova, James Stewart e Gregory Peck, Johnny Depp e Brad Pitt, Sandra Bullock e Arnold Schwarzenegger, di tanti presidenti da Lyndon Johnson a Clinton ai due Bush – siano italiani.
O meglio, italoamericani: usciti dal laboratorio fondato nel 1883 dall’immigrato siciliano Sam Lucchese, appena ventenne, discendente da una famiglia di ciabattini, che arrivò in Texas e invece delle scarpe si adattò a confezionare stivali. Ma di qualità diversa, «qualità italiana su misura per il Texas», come diceva lui.
Certo non si tratta – tecnicamente – di Made in Italy ma di Made in Usa o meglio di Made in Texas (il laboratorio in questi 124 anni ha traslocato da San Antonio a El Paso, i negozi ufficiali sono sempre soltanto due in tutto il Paese, uno in Texas e uno nel New Mexico, a El Paso e Santa Fe): ma in tantissimi film western storici, quelli di John Ford e di Hawks, in titoli come
Duello al sole e Un dollaro d’onore,
compaiano stivali Lucchese, fatti da italiani (i figli e nipoti del fondatore) con metodi italiani che vengono seguiti anche oggi. Su misura (il motto di Sam Lucchese sr: «Il cuoio va tagliato con la delicatezza con cui si taglia l’arrosto all’ora di cena»). E sui cataloghi ancora si spiega come pronunciare Lucchesi: «Loo-kasay». In fondo è un’altra, bizzarra vittoria – in trasferta – per il calzaturiero italiano.
Le pareti del negozio di Santa Fe sono decorate dalle foto dei divi di Hollywood che provano i loro stivali, dai loro bigliettini di ringraziamento; e su un tavolino al centro della grande sala c’è una reliquia: il piede di John Wayne – o meglio, la forma tratta dal calco originale del suo piede, numero 47, collo alto – è lì, montato su una piccola bacheca di legno pregiato (la leggenda metropolitana sulle presunte piccole dimensioni dei piedi Wayne, che era alto più di un metro e novanta, sarebbe nata perché il calco dei suoi piedi lasciato nel cemento del marciapiede di Hollywood sarebbe piuttosto piccolo: ma tutte le tracce lasciate nel cemento, quando asciugano, si restringono). Visitatori da tutto il mondo – anche se poi non acquistano i preziosi stivali, che confezionati costano dai duecento dollari in su e fatti su misura più del doppio, ma quelli in materiali pregiati toccano facilmente quota 2.000, 5.000, e oltre – entrano nel negozio e si fanno fotografare accanto alla reliquia. I commessi confessano che ogni tanto – e sono quasi sempre giapponesi, dall’inglese traballante ma dai modi gentilissimi – qualcuno di loro offre cifre anche molto ingenti pur di acquistare il piedone di John Wayne. Ma devono accontentarsi, anche loro, di una semplice foto.
Quella della «reliquia» di Wayne è un’eccezione fatta dalla Lucchese, che non espone mai le forme dei piedi famosi. Anche se sarebbe divertente vedere l’enorme piede di Michael Jordan, il sommo campione di basket che ama indossare stivali da cowboy abbinati a abiti italiani firmati, è inutile: la risposta è no.
Quello di Jordan è off-limits come i calchi di George Bush padre e figlio, di Bill Clinton, dell’ex campione di basket Karl Malone, del re del rodeo B.J. Schumacher, di Bob Riley governatore in carica dell’Alabama che, ama vantarsi, «se non sono in mutande, ho certamente ai piedi i miei stivali da cowboy, ho anche un paio di scarpe normali da qualche parte ma chissà che fine hanno fatto», l’attore e regista Tommy Lee Jones texano che nel suo Le tre sepolture di Melquiades Estrada ha incluso un omaggio affettuoso a chi non si rassegna a togliere gli speroni quando guida il pick-up, e lo chef Dean Fearing.
Tra i calchi storici ci sono quelli di James Stewart, Rock Hudson, Dean Martin, Ronald Reagan (che nel suo ranch presso Santa Barbara non indossava altro, a volte graffiando con gli speroni il pavimento di casa per la disperazione affettuosa di Nancy), Gregory Peck sempre elegante anche in tenuta fangosa da vaccaro. E sono almeno tre gli stilisti famosi – due americani e uno italiano, i nomi sono
top secret ma tra di loro dovrebbe esserci Tom Ford, che a Santa Fe ha un ranch – che pur producendo calzature e stivali nelle linee con la propria griffe, scelgono di indossare gli stivali italo-texani e non le proprie creazioni.
Matteo Persivale LE STELLE
Da sinistra, Gregory Peck prova gli stivali nel negozio Lucchese.
James Stewart e Sandra Dee sempre da Lucchese; qui a destra, George W. Bush con i suoi stivaloni, che rappresentano un capo essenziale del guardaroba texano, regolarmente indossati da uomini d’affari abbinandoli alla grisaglia.
LA LEGGENDA
Qui a sinistra, John Wayne (1907-1979) sul set di uno dei suoi film western: nel cerchio in alto, la forma di legno del suo piede conservata dal calzaturificio Lucchese e esposta nel negozio di Santa Fe diventata un’attrazione turistica: i fan la trattano da reliquia e a volte chiedono di acquistarla a peso d’oro