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 2007  agosto 08 Mercoledì calendario

Il Plan Colombia? Un fallimento Il Sole-24 Ore, mercoledì 8 agosto San José del Guaviare. Otto ore di auto, mezz’ora di canoa e due di moto da cross

Il Plan Colombia? Un fallimento Il Sole-24 Ore, mercoledì 8 agosto San José del Guaviare. Otto ore di auto, mezz’ora di canoa e due di moto da cross. Sempre accompagnati da qualcuno che, ai posti di blocco, viene riconosciuto come "affidabile". Natura maestosa. Fiumi e foreste, vegetazione rigogliosissima e terre rosse. Paiono territori inesplorati. E Bogotà un mondo lontano. Siamo in una delle regioni colombiane, al confine tra Meta e Guaviare, dove si producono grandi quantità di pasta di coca; qui il Plan Colombia, il programma avviato nel 2000 dagli Stati Uniti e dal Governo di Bogotà per sradicare le piantagioni, ha investito tante risorse e ottenuto pessimi risultati. Dal 2000 a oggi almeno 5miliardi di dollari. Più altri 6 della Banca mondiale. Le fumigaciones che ogni anno colpiscono 100mila ettari di terra hanno un effetto boomerang: i campesinos hanno ridotto le superfici coltivate e aumentato la produttività. Il business della coca è quanto mai florido, il settore dinamico, gli imprenditori capaci. Di rigenerarsi, di reinventarsi, di rischiare. Sarebbe un esempio, se il prodotto finale non fosse causa di morte. Sui dati, tra Washington e le Nazioni Unite (che già partivano da una differente rilevazione), c’è totale disaccordo: nel 2006, per gli americani, le coltivazioni di coca interessavano 156mila ettari, l’8,3% in più rispetto al 2005. Per le Nazioni Unite 79mila, l’8,1% in meno rispetto al 2005. Ora è stallo, difficile capire quali politiche si applicheranno per combattere il narcotraffico. Spenta la moto da cross, una vecchia Honda 125, e lasciato il sentiero principale, la selva tropicale si apre alle sue meraviglie; il silenzio rotto dalle urla di piccole scimmie che saltano da un albero all’altro. Quasi tutte le fincas, le case di campagna, che sorgono come d’improvviso in mezzo a una radura, hanno la loro bella cocina, il laboratorio che produce pasta di coca. Le produzioni alternative proposte dai programmi di riconversione dell’Onu non sono avversate, ma nessuno abbandona la coca. Che si produce sempre e, soprattutto, si vende sempre. Per cacao, mandorle, yucca e mais non ci sono ostracismi da parte dei piccoli produttori. Piuttosto semplici constatazioni: mancano strade per trasportarli e mercati di sbocco. La coca e le altre colture. In queste enormi estensioni, che paiono paradisi naturali, i sentieri vengono tracciati e ritracciati ogni settimana, lo impone la crescita impetuosa delle piante. Ai campesinos non resta altra scelta, diversamente persino le loro piccole fincas verrebbero ingoiate dalla foresta. Il nostro ospite è Luis: dividiamo con lui una casa poverissima. Niente elettricità, niente bagni, niente pavimenti. Solo terra e neppure battuta. Le stanze sono spazi divisi da assi di legno, tenute insieme con elementari tecniche falegnameristiche. La cena è una minestra e due uova. La sua camicia ha il collo consunto, i pantaloni sono lisi, la tomaia delle scarpe scollata dalla suola. Di eccellente c’è l’ospitalità. Dieci passi separano la casa dalla cocina. Ottenere la pasta di coca è semplicissimo: "Le foglie - spiega il contadino - vengono impastate con acqua e cemento. La poltiglia che si ottiene viene fatta decantare qualche giorno in una botte di legno dopo aver aggiunto un po’ di benzina". Se ne ricava un liquido chiamato guarapo di cocaina, che contiene alcaloidi e che viene poi depurato con l’acido muriatico. Infine si aggiunge acqua e calce. Il liquido viene filtrato attraverso un pezzo di stoffa in cui si raccoglie la massa gelatinosa. la pasta di coca. Un’ulteriore passaggio e si ottiene la base di cocaina. Seccata e ripartita in buste di plastica trasparente in dosi da un chilo la pasta viene venduta agli intermediari, uomini delle Autodefensas, formazioni paramilitari di destra, o delle Farc, i guerriglieri di sinistra. Il business sfuma le differenze ideologiche, "esto sì es claro", dice con ironia Luis. "Le altre colture? Non aspettiamo altro". Manuel è un altro campesino, è responsabile di un progetto di riconversione produttiva. lui a raccontarci le difficoltà della trasformazione. "A tutti noi campesinos non piace produrre coca, soprattutto perché non ci affranca dalla miseria. Ma sappiamo bene che ci fa sopravvivere, due o tre chili di pasta di coca si trasportano sempre, nello zaino, persino a piedi". Il cacao o la yucca non hanno certo queste prerogative. "E poi va ricordato - continua Manuel - che il cacao inizia a essere pienamente remunerativo dopo 6-7 anni dalla semina. Il terzo anno dà solo il 15%, il quarto il 40%, il quinto il 60% della produzione a regime. Per non parlare dei problemi climatici: lo scorso anno, a poca distanza da qui, sono andati persi cento ettari di cacao". Il Plan Colombia e i programmi delle Nazioni Unite. A qualche decina di chilometri dalle fincas e dalle cocinas un onesto preside porta avanti la sua quotidiana battaglia contro la criminalità. Mostra con orgoglio un bel centro scolastico. "Solo la scuola può salvare questi ragazzi dalle spire del narcotraffico". Proprio dietro il campo di calcio della scuola una bambina di 13-14 anni cammina con il fucile a tracolla e supera, ironia della sorte, un grande cartello che dice "No maltratar los niños". In un Paese lacerato dalla violenza i programmi delle Nazioni Unite sono l’ultimo baluardo. Ora più che mai, dopo che Washington non crede più al Plan Colombia che, a sette anni dalla sua attivazione, viene riconosciuto fallimentare. In teoria da Washington dovrebbero arrivare a Bogotà, entro il 2013, altri 4miliardi di dollari. Ma i democratici al Congresso potrebbero ostacolarne l’approvazione finale. Il Paese resta conteso tra il Governo di Uribe, i paramilitari e le Farc. Una spartizione territoriale, secondo la maggior parte degli osservatori, in qualche caso concordata, in altri continuamente disputata in scontri sanguinosi. Human Rights Watch conta 58 sindacalisti uccisi nel solo 2006. Al presidente Alvaro Uribe viene generalmente riconosciuto il merito di aver reso un po’ più sicure alcune aree metropolitane, fino a qualche anno fa esclusivo appannaggio della criminalità. Pur a prezzo di una militarizzazione massiccia. "Ma i territori inaccessibili in quanto controllati da Farc o paramilitari restano immensi; superfici grandi come l’Italia", racconta un professore di economia dell’Università di Bogotà che chiede di non essere citato. La ragione è semplice: "Lì lo Stato non arriva e non investe. Né ponti, né strade. I campesinos non votano e quindi non c’è interesse politico del Governo". Rimangono le fumigazioni. Ma il dibattito riguarda ormai la loro efficacia. Dai palazzi di Bogotà, quelli dell’Onu con i vetri antiproiettili, Mauricio Katz, un capoprogetto di Undp, agenzia che si occupa di sviluppo e lotta alla droga ci racconta che "il paradosso è un’industria della coca molto efficiente; ai campesinos è stato insegnato a resistere ai veleni spruzzati dall’alto. E soprattutto ora la produzione si è spostata su superfici più piccole, una coltivazione più intensiva e meno visibile per i piccoli aerei impiegati nelle fumigaciones. In altre parole è aumentata la produttività". In bilico tra ottimismo e rassegnazione, William Ospina, uno degli scrittori più apprezzati del Paese, autore del celebre "L’oblio che saremo" parla di "fiducia scettica": "Finché il Governo non riapre la trattativa con le Farc e con i paramilitari il conflitto non avrà soluzione". C’è anche un’altra faccia della Colombia. Quella dei produttori di caffè, quella dei giovani stilisti di moda che conquistano l’Europa. Poi quella del Congresso mondiale della lingua spagnola appena terminato a Cartagena e quella dei festeggiamenti per gli 80 anni di Garcia Marquez. Ma è una Colombia per pochi. Luis e tutti quelli come lui ne restano esclusi. Nella Bogotà dei miserabili, dove la violenza è osservabile solo attraverso i vetri di un vecchio taxi che corre via veloce, risuonano le parole di Luis mentre rimette in ordine gli strumenti del suo rudimentale laboratorio di pasta di coca: "Il futuro? No questo proprio non l’abbiamo". Roberto Da Rin