Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera 9/8/2007, 9 agosto 2007
Qualcuno l’ha paragonata a Sophia Loren, per la bellezza oggi un po’ ritoccata (e lo ammette) ma un tempo perfetta
Qualcuno l’ha paragonata a Sophia Loren, per la bellezza oggi un po’ ritoccata (e lo ammette) ma un tempo perfetta. Lei preferirebbe assomigliare all’ex regina Noor di Giordania o almeno a Suha Arafat, anche loro mogli cristiane (convertite) di importanti leader islamici, ormai vedove ma in complesso più fortunate. Janan Harb, 60 anni, palestinese nata a Haifa e cresciuta a Ramallah, ospite di parenti in Arabia Saudita a 19 anni, è stata una delle mogli di Re Fahd, il longevo sovrano del Regno dei luoghi sacri dell’Islam scomparso nel 2005. Moglie segreta però, con soli due anni di (parziale) convivenza in un lussuosissimo palazzo di Gedda prima dell’esilio impostole nel 1970 dai potenti cognati, per un motivo che non vuole rivelare ma certo legato alle sue origini cristiane e straniere. E senza «riconoscimenti adeguati», come lei stessa lamenta: né sociali, né tanto meno finanziari. «Ho avuto pazienza, finora mi sono comportata con eleganza ha dichiarato ieri al Times di Londra, dove vive - Ma adesso voglio la mia parte: due miliardi di euro». I conti, la signora, sostiene di averli fatti bene: quella cifra da capogiro, al cui confronto l’indennità ottenuta al divorzio da Ivana Trump sembra ridicola (poche decine di milioni), sarebbe un sedicesimo dell’eredità di Re Fahd. E intende chiederla alla famiglia Saud tramite la giustizia statunitense in quanto (e dice di poterlo provare) «una delle due mogli legittime». Poco importa che di spose Fahd ne abbia avuto almeno quattro (il numero preciso non è noto), che lei giuri di non esserci mai stato un divorzio pur essendosi risposata in America, cosa vietata per l’Islam che riserva la poligamia agli uomini. E che dal nuovo marito abbia perfino avuto quei figli che il Re le aveva negato fin dal primo giorno («ho dovuto abortire tre volte, diceva "non voglio un piccolo Arafat"», ricorda Janan). Senza chiarire i lati oscuri sul suo status matrimoniale, la signora Harb ora racconta tutti i dettagli del primo incontro («avevo 20 anni ed ero vestita di giallo, lui non ancora re ma bellissimo, mi invitò a ballare un tango a casa di amici»). Il corteggiamento («non ho ceduto ai gioielli e ai regali meravigliosi, lui mi voleva ma io ho imposto le nozze»). Il matrimonio («ho accettato il segreto, è stato celebrato nel palazzo di Sharafiyya davanti a tre testimoni, poi una cena con sei amici»). I primi anni tra Arabia e Gran Bretagna («eravamo molto felici»). L’esilio improvviso («mi han dato due ore per andarmene, poi hanno spedito le mie cose all’ambasciata saudita di Beirut»). E ancora: le difficoltà in America (relative vista la ricchezza di Janan e i continui «aiuti» milionari di Fahd, nel frattempo diventato re e l’uomo più ricco del mondo), i contatti comunque mantenuti con lui. La richiesta astronomica di Janan ha in realtà un precedente: la prima puntata pubblica della dynasty saudita era andata in onda due anni fa, quando una prima causa intentata dalla signora a Londra era finita sui media, nonostante le richieste del Re (o meglio della famiglia, viste la malattia del sovrano) di mantenere riservato il suo nome. Ma mentre il processo era ancora in corso Fahd era morto: con lui, aveva concluso la giustizia britannica, anche le speranze della (presunta?) moglie. Il caso era chiuso. Adesso, Janan ci riprova negli Stati Uniti. Dice che lo fa soprattutto per «giustizia » e «onore», dice che il fatto di essersi intanto «convertita» a Scientology è vero ma che la nota avidità della setta non c’entra con i due miliardi che chiede. E si rivolge al successore di Fahd, il fratellastro e attuale re Abdallah: «Vorrei mi invitasse in Arabia per risolvere la cosa, invece di rivolgermi ai tribunali americani. Sarebbe meglio anche per la reputazione della famiglia». In attesa dell’improbabile invito, gli avvocati di Janan Harb lavorano.