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 2007  agosto 09 Giovedì calendario

10.708

ATLETI
 il numero degli sportivi provenienti da 200 Paesi che parteciperanno ai Giochi: le discipline sono 28 e si disputeranno nell’arco di 17 giorni

20.000
GIORNALISTI
I reporter già accreditati sono 20 mila.
Ma oltre a quelli ufficiali, il governo cinese prevede che possano giungere altri 10 mila free-lance

37,6
MILIARDI DI DOLLARI la cifra spesa finora dal governo cinese per allestire gli impianti per le gare, il villaggio olimpico e le infrastrutture


PEZZI SUI DIRITTI UMANI IN CINA
F.C.
PECHINO – Con una cerimonia breve e sobria, alle otto di sera in piazza Tienanmen sotto una cappa di umidità, di caldo e di smog, la Cina innalza simbolicamente la bandiera delle sue Olimpiadi e promette di aderire ai valori di pace, fratellanza e solidarietà che sono il Dna dei Giochi.
Negli stessi istanti in cui la Città Proibita si illumina suggestivamente di giallo, circola su Internet, oltrepassando la cortina della censura, la lettera al presidente Hu Jintao sottoscritta da 40 intellettuali – professori di università, giornalisti, scrittori, ambientalisti, ex dirigenti del partito comunista – che hanno scelto di uscire allo scoperto con un atto garbato nelle forme e moderato nei contenuti ma di forte coraggio. Dicono che non vi può essere «gloria olimpica senza i diritti umani» e chiedono al numero uno del Paese un gesto che trasformi lo slogan scelto da Pechino 2008, «One World, One Dream » (Un mondo, un sogno), in qualcosa di più profondo e globale. «Pensiamo che lo slogan olimpico debba essere "One World, One Dream, the Same Human Rights" (Un mondo, un sogno, gli stessi diritti umani)... uno slogan che offrirebbe alla Cina l’occasione di verificare la sua strada di sviluppo e darebbe forza nuova ai progressi e alla costruzione della vera armonia sociale ».
Manca un anno all’8 agosto 2008 e la grande potenza d’Asia ha davanti l’ultima parte di percorso, la più difficile da affrontare prima dell’inaugurazione. Adesso, che i cantieri degli impianti e delle infrastrutture stanno per chiudere nei tempi promessi e che la macchina organizzativa sembra già essere bene oliata, sul tavolo restano le questioni più importanti e più sensibili alle quali la comunità internazionale guarda preoccupata: libertà e ambiente. La Cina sa che non può permettersi passi falsi e che non può deludere chi ha scommesso su una modernizzazione non fondata solo sui numeri e i progressi dell’economia. Il presidente del Comitato Internazionale Olimpico, Jacques Rogge, nel discorso davanti ai leader del Dragone e alle delegazioni dello sport delle nazioni raccolte sotto i Cinque Cerchi sintetizza un sentimento diffuso: «Il mondo ha grandi aspettative nei vostri confronti». Il presidente dell’Assemblea Nazionale, numero due del regime, Wu Bangguo gli risponde a tono e assume un impegno ufficiale: accoglieremo a braccia aperte i giornalisti, li ospiteremo e li metteremo nella condizione di raccontare gli eventi, faremo tutti gli sforzi possibili per caratterizzare di verde le Olimpiadi. Sarà un’impresa perché il cielo è saturo di veleni al punto che si ipotizza persino la possibilità di slittare le gare di resistenza.
Ci sono dodici mesi per provare a riportare le polveri sottili e il biossido di carbonio entro limiti accettabili. E ci sono dodici mesi per dare ai 40 intellettuali dissidenti una risposta seria quanto lo è la loro lettera aperta. Hanno scelto una frase splendida per presentarsi: «Noi, comuni cittadini cinesi, dovremo sentirci fieri e gioiosi senza alcuna riserva per uno slogan talmente bello (One World, One Dream) e per potere vedere nella propria patria questa fase di splendore che simboleggia pace, amicizia, giustizia. Dispiace che diverse cose negative costringano a domandarci: quale tipo di mondo rappresenta One World, One Dream? Quale sogno?». Il sogno, scrivono gli intellettuali, è «l’amnistia ai prigionieri di coscienza», «la libertà ai cittadini cinesi che sono stati incarcerati per le parole, per le credenze, per avere difeso i loro diritti». Il sogno di «vedere tornare in Patria gli esuli politici». Il sogno di «ammirare Olimpiadi libere ».
Gli ultimi dodici mesi prima dei Giochi. Saranno i più tormentati. La Cina sta riflettendo. E chissà che non riesca a stupire di più il mondo con qualche piccolo ma significativo segnale di apertura.

CORRIERE DELLA SERA 9/8/2007
GIAN GUIDO VECCHI INTERVISTA MASSIMO CACCIARI
MILANO – «La politica, o la geopolitica, ha a che fare anche con potenze diaboliche, per dirla con Weber. E se non ce la fai a sostenerle è meglio che amministri il paesello, come me». Massimo Cacciari sorride ironico, fu la sua Venezia ad aprire all’Occidente « le grandissime maraviglie e gran diversitadi
» narrate da Marco Polo nel Milione.
«Come allora, la Cina è sempre lontana per noi...».
C’è chi invoca boicottaggi e chi, come Enzo Bettiza su La Stampa, invita a «non sparare sulla Cina». Lei che ne dice?
«Su questi argomenti il grembo che produce ipocrisia è sempre fecondo. Dalla Serbia all’Iraq, per le potenze occidentali il tema dei diritti umani diventa decisivo solo quando ci sono ragioni di conflitto».
Quindi?
«In questa fase nessuno boicotterà le Olimpiadi, i rapporti con la Cina sono fondamentali. Anche se il dissenso è represso come in ogni dittatura. Detto questo, la Cina fa paura. Tra pericoli economici e rischi ambientali non è improbabile che in futuro si giochi la carta dei diritti umani».
Ma che si può fare?
«Uno sviluppo così impetuoso creerà problemi colossali. Come verranno risolti lo sa il Padreterno, non gli economisti né i filosofi che al massimo possono dire: meno chiacchiere sui diritti umani, la politica o è realismo o non è. Il vero effettuale di Leopardi».
Non è cinismo?
«No. Sia chiaro: la denuncia di queste nefandezze è il sale della terra, ma probabilmente il suo regno non è di questo mondo. La testimonianza è nobile, ma pretendere di dedurre dai principi le azioni politiche è intellettualistico, una cattiva utopia».
Bettiza ironizza sugli ex maoisti che oggi si indignano.
«Io ero antimaoista, con amici riuscii ad andare in Cina nel ’71. Paese meraviglioso, ma ne vedemmo di tutti i colori, pure i campi di rieducazione. Eppure incontrammo ragazzi esaltatati dalla sintesi di teoria e prassi! Oggi dovrebbero mordersi la lingua».
C’è un «khomeinismo» dei diritti?
«Certo: è ritenere che siano opera dello Spirito Santo e non un grande prodotto dello spirito europeo, come la democrazia. Nel caso della Cina, impedisce di vedere i colossali problemi e tragedie che vive. Calma, gesso e razionalità ».
E i boicottaggi?
«Sarebbero una ripetizione inefficace del vecchio schema da Guerra Fredda. Comunque, preferisco gli alfieri dei principi a quelli che oggi non si fanno scrupoli e domani invocheranno i diritti perché fa comodo. Questi sono spregevoli, gli altri solo ingenui».

CORRIERE DELLA SERA 9/8/2007
ALESSANDRA COPPOLA INTERVISTA ENRICO DEAGLIO
ROMA – Altro che «provocazioni esibizionistiche », come le definisce Bettiza. «Se non lo fanno adesso», se gli attivisti per la libertà di stampa non vanno in giro per Pechino con i cerchi olimpici trasformati in manette ora che lo sguardo è puntato su quella porzione di globo, «quando?», si chiede Enrico Deaglio: « ovvio ed è bene che succeda». Direttore di Diario,
nonché ex esponente di Lotta continua, Deaglio con la fascinazione di gioventù per la Rivoluzione culturale fa serenamente i conti: «Un abbaglio». E altrettanto tranquillamente difende la necessità di «provare a portare a casa tutto quello che si può in termini di rispetto dei diritti umani in Cina proprio in occasione delle Olimpiadi».
Enzo Bettiza sulla Stampa invoca nei confronti di Pechino «un minimo di relativismo ».
«Capisco che cosa intende Bettiza: "Son fatti così, lasciateli stare...". Ma a me sembra scivoloso. Innanzitutto bisogna capire se si è d’accordo con il modo in cui sono fatti. Penso per esempio a uno degli elementi che hanno caratterizzato il passaggio della Cina al capitalismo: l’assenza del sindacato. E non sono d’accordo».
Dunque, giusto fare pressioni?
«Chi ha a cuore di ottenere qualcosa deve cogliere l’occasione delle Olimpiadi. Con realismo. Sarà difficile raggiungere l’abolizione della pena di morte. Ma si potrebbe almeno incassare la fine delle esecuzioni per i reati che non sono di sangue. In Cina c’è ancora gente mandata a morte per falso in bilancio o corruzione...».
Bettiza lascia intendere che i cinesi potrebbero non apprezzare quest’ansia di «bonifica democratica » degli occidentali.
«Mi ricordo che a Tienanmen gli studenti avevano fatto una statua di cartapesta chiamata Dea Libertà. Distrutta, era stata ricostruita e portata in giro per Hong Kong accolta da milioni di persone. Il discorso del relativismo cade nel momento in cui non considera che all’interno della società già da tempo si è sviluppata una forte istanza di democratizzazione. Sarebbe luttuoso non considerarla».
L’editoriale della Stampa fa riferimento agli «osanna che quarant’anni orsono si levavano dagli stessi ambienti progressisti che oggi denigrano la Cina». Si sente chiamato in causa?
«Beh, si riferisce a quelli come me che hanno sostenuto la Rivoluzione culturale. Ci piaceva non perché sapevamo che fosse costellata di milioni di morti ma perché ci sembrava un’alternativa al socialismo burocratico. Sbagliavamo».

***
CORRIERE DELLA SERA, 9/8/2007
PAOLO SALOM
Alla fine, il compassato e diplomatico presidente del Cio, il Comitato olimpico internazionale, un dubbio l’ha tirato fuori. «Alcune gare previste nel programma dei Giochi, l’anno prossimo, potrebbero subire ritardi o rinvii», ha dichiarato Jacques Rogge agli onnipresenti microfoni della
Cnn. Diritti umani? Libertà di parola? Macché: inquinamento. questa al momento la maggiore preoccupazione – condivisa dal governo cinese – che aleggia sugli impianti olimpici (quasi terminati) esattamente come l’immensa nuvola gialla che avvolge Pechino in un eterno bozzolo di polveri sottili e ozono. I residenti ormai l’hanno assimilata come una delle tante calamità che nella Storia hanno colpito la Cina. Al posto di: «Hai già mangiato?», ora si salutano chiedendo: «Allora, si respira oggi?». Kongqi wuran: l’aria è uno schifo, scuotono la testa rassegnati. Mentre i tassisti, i più loquaci con gli occidentali, prima ancora di interrogare l’ospite sulle meraviglie del campionato di calcio italiano, azzardano: «Ma da voi si vede ancora il cielo?».
A Pechino, d’estate, l’azzurro scompare. E non bastano i frequenti temporali – naturali o indotti – a ripulire un’atmosfera intasata dai fumi di scarico di oltre tre milioni di auto, fabbriche, raffinerie e centrali termoelettriche sparse su un territorio poco più piccolo del Veneto (la municipalità di Pechino) che ospita tra i 18 e i 20 milioni di abitanti. Tempo poche ore, l’odore nauseabondo della nuvola di inquinamento torna a grattare le gole. Per questo il presidente del Cio, pur riconoscendo «gli straordinari risultati dei lavori» in vista dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino 2008, non ha potuto che mettere le mani avanti e ipotizzare ciò che ora appare quasi un «insulto» alle orecchie cinesi: spostare gare che hanno già un preciso ordine. « un’opzione», ha risposto Rogge alla
Cnn. Un’opzione che dipenderà dai bollettini sull’inquinamento. «Non è la prima volta che i Giochi sono di fronte ad una sfida di questo tipo», ha detto ancora Rogge ricordando le difficili situazione ambientali di Los Angeles, Seul e Atlanta. «La variazione d’orario di alcuni eventi è un’ipotesi da considerare – ha precisato il presidente del Cio ”. Non sarebbe necessaria per tutti gli sport: gli eventi di breve durata non costituirebbero un problema ma per altre discipline l’ipotesi è da prendere in considerazione ». «Prendete ad esempio il ciclismo – ha aggiunto ”. Ci sono atleti in competizione all’aria aperta per sei ore, e per questo potrebbe rendersi necessario posticipare l’orario d’inizio della prova, oppure rinviarla di qualche giorno, in base ai dati sull’inquinamento atmosferico ». Con la speranza che l’aria sia più pulita, si capisce. Un’eventualità, questa, davvero difficile da pronosticare nonostante la buona volontà dei cinesi di risolvere questo gigantesco problema. «Grandi risultati sono sempre accompagnati da grandi sfide – ha commentato per esempio Jiang Xiaoyu, vicepresidente esecutivo del Comitato organizzatore ”. Le Olimpiadi a Pechino sono una grande opportunità. Ma noi abbiamo di fronte il più grande degli ostacoli». Per ripulire l’aria non è rimasto che un anno.

CORRIERE DELLA SERA 9/8/2007
FABIO CAVALERA
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – «Io? Chi? Proprio io? Io, piegato dal regime? O inginocchiato davanti al regime?». Zhang Yimou, il regista di tanti capolavori del cinema cinese ( Sorgo rosso, Lanterne rosse, Vivere!, Hero, La foresta dei pugnali volanti) e prossimo presidente di Giuria al festival di Venezia, ha un sorriso dolce, una voce calda. E si porta appresso un «compitino» difficile: gli tocca l’impresa di ideare e dirigere l’apertura dei Giochi del 2008. Una bella gatta da pelare. Per tante ragioni. Ma lui è calmo e ci ride su, sprofondato nella poltrona di una stanza che gli è stata messa a disposizione a due passi dal «Nido» olimpico, nella palazzina della cerimonia inaugurale dove da alcuni mesi il maestro corre dietro alla fantasia, alla storia, alle tradizioni della Cina più profonda. Perché è da lì che la sua ispirazione sta tirando fuori la trama del «film» in fase di sceneggiatura per la sera dell’8 agosto 2008. Top secret. Ma una cosa è certa: avrà un timbro cinesissimo. Un cinese più cinese di Zhang Yimou è difficile da scoprire. Uomo orgoglioso. Ironico. Educato. Semplice. Profondo. «Troppi aggettivi. Fermiamoci a uno solo, quello che mi piace di più: cinese».
Alcuni fantasmi inseguono da un po’ di tempo a questa parte Zhang Yimou. Dicevano che era un intellettuale controcorrente nella Cina comunista. Adesso gli stessi critici – con un certa spavalderia – si sono convinti, chissà per quale motivo, dell’esatto contrario. Zhang Yimou sarebbe diventato il megafono più raffinato e originale del gruppo dirigente postmaoista, mezzo socialista e mezzo capitalista. E la dimostrazione sarebbe che proprio a Zhang Yimou è stato affidato quel delicato «compitino». Che può farci lui dinanzi a tanta improvvisata superficialità? Se non appoggiarsi allo schienale della poltrona, allargare le braccia e commentare serafico le punzecchiature degli ammiratori di una volta: «Voi occidentali avete un difetto: quando parlate di Cina o ne sapete poco o siete propensi a porre le questioni in modo estremamente rigido. O è così, o – ancora – è così. La Cina è un mondo complesso, cambia e segue strade e tempi suoi. La nostra cultura non ama procedere per verità assolute ma ricerca composizioni più complesse ai problemi quotidiani. La via è lunga e faticosa».
Antiregime, vicino al regime? Non le danno fastidio certe interpretazioni o certi pregiudizi sul suo conto?
«Non sono pregiudizi. Probabilmente la storia e i cinesi sono troppo complicati per gli occidentali, le semplificazioni sono una facile scorciatoia. No. Non mi danno fastidio. Le prendo per quello che valgono: ovvero, poco o nulla. Sa che cosa penso realmente? Che un regista cinese non possa essere veramente contro il regime. Chi oserebbe esserlo fino in fondo? Nessuno. Altrimenti nessuno lavorerebbe. Non ha senso porre così la questione».
Allora, vediamola diversamente: in Cina il fiato della censura è pesantissimo. O è, per caso, una forzatura? Una bugia?
«La censura c’è. Eccome».
Come è possibile, dunque, dare espressione al proprio pensiero? Come è possibile sentirsi libero?
«Bisogna comportarsi come i grandi giocatori di scacchi. Avere pazienza. Capire. Muovere le pedine giuste al momento giusto. Io mi sento un giocatore di scacchi impegnato in una partita senza fine. Non c’è necessità di urlare, di manifestare. Basta obbedire alla propria coscienza e giocare, come le ho detto, a scacchi avendo le idee chiare».
E col regime è possibile giocare a scacchi?
«Gli intellettuali più realisti e credo intelligenti inseguono un equilibrio delicato con il regime. Non si può fare di testa propria. Viviamo in una società che ha una cultura molto radicata. E non la si cancella dall’oggi al domani. Anzi, i cinesi non la vogliono proprio cancellare o abbandonare questa cultura».
Intende dire che un intellettuale cinese si deve piegare al compromesso?
«Vede che sbaglia? Perché usare il termine compromesso? Negli scacchi non esiste il compromesso, esiste la strategia ».
La strategia della convivenza con chi nega i diritti più elementari? Chi nega la libertà di informare e criticare?
«Questo sistema esiste da sempre in Cina. un sistema rigoroso».
Solo rigoroso?
«Molto rigoroso. O come vuole lei. Ciò che penso è che non possa essere modificato in poco tempo. Probabilmente quando sarò troppo vecchio per girare altri film questo sistema sarà ancora presente. Auspico che non ci sia. Che tramonti. Auspico la libertà. Desidero un cambiamento. Ma...».
Occorre convivere con la censura.
«C’è. Loro insistono e io insisto con le mie idee. una convivenza fra reciproche insistenze e convinzioni. Gli scacchi. Gli scacchi... io, ad esempio, insisto col mio sogno».
Lo può dire?
«Mi piacerebbe fare un film sulla Rivoluzione culturale, una pagina di storia che resta un tabù per la Cina».
La Rivoluzione culturale vista da Zhang Yimou: scacco matto.
«No, solo alla regina, una bella mossa. Ma lontanissima».
I critici le rinfacciano di essersi hollywoodizzato.
«Ah sì? Allora le dico che film come La Città Proibita, l’ultimo mio, nascono da un sentimento: produrre pellicole commerciali che aiutino a frenare l’invasione di Hollywood in Cina. Per quale motivo lasciare campo aperto all’industria americana? Tutto qui».
Perché ha accettato la cabina di regia della cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici nel 2008: sapeva che la scelta le avrebbe attirato le critiche dei suoi ex ammiratori?
«Più viaggio e più mi sento cinese, un cinese con valori tradizionali. Vado all’estero e dopo dieci giorni ho l’impulso di rientrare in Patria. Sono troppo innamorato della mia Cina».
Anche della Cina con la censura?
«Il bello è confrontarsi e... insistere».