Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 09 Giovedì calendario

A PROPOSITO DELL’IDEA PRODIANA DI VENDERE L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA PER RISANARE IL DEBITO PUBBLICO


CORRIERE DELLA SERA, 9/8/2007
ENRICO MARRO
ROMA – Lamberto Dini è nel suo studio al Senato, in un Palazzo Madama deserto, dove ieri mattina si è svolta l’ultima seduta prima delle vacanze: «In aula eravamo due». L’ex presidente del Consiglio è rimasto nel pomeriggio a studiare le carte di quello che per lui è un caso «insensato»: il caso delle riserve d’oro della Banca d’Italia. Lui, che a via Nazionale è stato direttore generale dal 1979 al 1994, ci tiene a spiegare che «è bene non farsi illusioni: non è così che si risana il bilancio pubblico».
Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, dice che è «positivo» che si discuta dell’utilizzo delle riserve auree e lo stesso ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha detto che «governo e Parlamento hanno pieno titolo » a occuparsene.
Dini fa una smorfia: «Il governo e il Parlamento possono discutere di ogni questione, anche del sesso degli angeli, se vogliono. Del resto, alla Camera, alla risoluzione sul Dpef, è stata aggiunta una frase che prevede una ricognizione sugli strumenti per ridurre il debito pubblico e quindi anche sull’eventuale utilizzo delle riserve della Banca d’Italia eccedenti quanto richiesto dalla Banca centrale europea. Sarebbe stato meglio che il governo, prima di dare giudizi, avesse esaminato le cifre e gli impegni tra la Banca d’Italia e la Bce. Avrebbe così visto che da operazioni del genere non deriverebbe alcun vantaggio per il debito pubblico».
Ma la Banca ha 2.452 tonnellate di oro per una plusvalenza stimata in ben 18 miliardi di euro. Non se ne potrebbe utilizzare almeno una parte?
«L’oro fa parte delle riserve della Banca d’Italia e del suo patrimonio e non è dello Stato. Per capirci, il governo, se vuole, si può vendere Palazzo Chigi, ma non appropriarsi del patrimonio della Banca. In ogni caso, c’è un accordo fra le banche centrali europee, il
Central bank gold agreement, che fissa le regole».
Quali?
«Tutte le banche centrali considerate insieme possono vendere al massimo 500 tonnellate di oro in cinque anni. E siccome già 350 tonnellate sono state vendute da alcune banche – Austria, Belgio, Francia e Germania – ne restano 150. Se anche la Banca d’Italia fosse autorizzata dalla Bce a vendere tutte queste 150 tonnellate, la plusvalenza sarebbe di circa un miliardo. Che se anche fosse destinata al Tesoro, porterebbe a una riduzione del debito pubblico di appena lo 0,07% del prodotto interno lordo. Una riduzione insignificante.

Vendere oro dà un pessimo segnale ai mercati finanziari
E allora o non si sono fatti i conti o la spiegazione è un’altra».
Quale?
«Se il governo torna a parlare di questa questione, significa che teme di non essere capace di fare un bilancio decente per il prossimo anno. Ora, sarebbe meglio abbandonare questi escamotage, che ritardano solo la presa di coscienza che per ridurre il nostro debito pubblico è necessaria una graduale riduzione della spesa pubblica corrente al netto degli interessi. Di qui non si scappa».
Ma lei dove taglierebbe?
«Bisogna rivedere l’organizzazione dello Stato e degli enti locali. Io, per esempio, ho proposto l’abolizione delle province. Invece, anche quest’anno, la spesa pubblica corrente primaria aumenta dello 0,8% del Pil rispetto al bilancio approvato nel dicembre del 2006. L’ORO ALLA PATRIA Un’immagine della giornata dell’«oro alla patria » nel 1935, per rispondere alle sanzioni della Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia. Il 18 dicembre 1935 le coppie vennero chiamate a donare la loro fede nuziale Il ministro dell’Economia ci spieghi il perché di questi 12 miliardi in più di spesa, che sono più di 10 volte di quanto si ricaverebbe da un’operazione sulle riserve auree».
Però altri governi sono ricorsi a quello che lei chiama un escamotage. Perché se ci sono dei lingotti in più del necessario bisogna lasciarli nei forzieri della Banca d’Italia?
«Perché l’oro è la sola attività che non è la passività di nessuno. Mi spiego. Prendiamo le riserve in valuta: i dollari sono stati emessi da qualcun altro e se vengono bloccati, lei che cosa ci fa con i dollari? L’oro non corre questi rischi. Ecco perché le banche centrali hanno sempre tenuto oro per poter fronteggiare grandi emergenze e crisi. Senza contare che vendere oro dà un pessimo segnale ai mercati».
Mussolini, nel ’35, chiese direttamente agli italiani di donare l’oro alla patria. Lei che è stato a lungo in Banca d’Italia ricorda interventi del governo sulle riserve?
«No. Ma sotto il governo Berlusconi c’è stata l’operazione sui titoli di Stato detenuti dalla Banca d’Italia che portò un flusso di entrate al bilancio dello Stato. C’è stata lì una concessione alla volontà di mettere le mani sulla Banca d’Italia».
Secondo lei, le preoccupazioni della Banca d’Italia derivano anche dal fatto che la politica economica del governo viene ritenuta non sufficientemente rigorosa?
«Aver già speso il tesoretto è stato un errore, un cedimento all’estrema sinistra. Sarebbe stato meglio aspettare la Finanziaria e vedere se questo extragettito sia duraturo. Anche perché nel Dpef il ministro Padoa- Schioppa ha indicato ben 20 miliardi di euro di spese da finanziare».
I MERCATI