Varie, 9 agosto 2007
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Matsuzaka Daisuke
• Tokyo (Giappone) 13 settembre 1980. Giocatore di baseball. Pitcher. Dal 2007 coi Boston Red Sox • «Quando il ragazzo giapponese cintura nera di baseball si alza dalla panchina, tutto il vecchio stadio di Fenway, glorioso gigante arrugginito e ridipinto di verde, scatta in piedi con lui. Sventola mille bandierine con il sol levante e grida in coro: ”Dice-K”, ”Dice- K”, ”Dice-K”. Dice-K (si pronuncia dais-chei, cioè ”Dadi-K”) è un soprannome da rapper, non da lanciatore, inventato perché suona come Daisuke ed è più facile da ricordare. Dice- K è Daisuke Matsuzaka, il pitcher dei Boston Red Sox da 103 milioni di dollari (51 il cartellino, 52 l’ingaggio per sei anni, superpremi esclusi), strappato in extremis agli odiatissimi Yankees di New York perennemente vincenti al contrario dei Red Sox che hanno interrotto nel 2004 un digiuno lungo 86 anni [...] I trucchi del lanciatore Dice-K si chiamano palla curva, changeup, e l’imprendibile invenzione giapponese shuuto, più che un lancio a effetto un’arte marziale a pieno titolo. [...] la costosa maglietta numero 18 è il regalo di compleanno numero uno chiesto dai bambini. Nei bar sport con maxitelevisori al plasma sempre sintonizzati sul baseball e la birra locale Sam Adams che scorre dalla spina come acqua da un idrante durante un incendio, tifosi alticci si scambiano esagerati inchini in stile giapponese: moda lanciata dal burbero ”Big Papi” Ortiz, battitore dominicano dei Red Sox che tra un’azione e l’altra per ringraziare il compagno di squadra si piega a 90 gradi mormorando ”muchas gracias Dice-K-san”, tre lingue in una, affettuoso tributo di uno spogliatoio melting pot. Ei tifosi segnano su improvvisati tabelloni il numero dei battitori da eliminati da Daisuke il cecchino, ”Dice-K-K-K-K-K-...”. E giù t-shirt a tema, ”Dice-Man”, ”United States of Japan”, ”Meet The Monstah” (quest’ultima fa autoironia sulle consonanti secche dell’accento bostoniano, ”monster” diventa ”monstah”). Una città generalmente allergica alle pacchianate dei paparazzi si entusiasma per le gesta – a dire il vero assai pacate se paragonate a quelle dei calciatori di casa nostra – di Daisuke e di sua moglie, Tomoyo Shibata, stellina della tv: sono i Beckham giapponesi, coppia pop-sportiva con scandali optional (quando ancora erano in Giappone, lui andò a trovarla con un’auto della squadra quando aveva la patente sospesa, e furono smascherati da un paparazzo e costretti a imbarazzanti scuse). E lui? Non ha cambiato abitudini. Da astuto uomo immagine (i suoi sponsor milionari: Toyota, Nike, birra Asahi, integratori Aquarius), continua a esibire – e cambiare spesso – tagli di capelli bizzarri, proprio come Beckham. Sfoggia anche in campo, a risaltare sul collo contro il sottomaglia nero, una maxi-catena stile bicicletta, ma d’oro massiccio come il suo braccio. sorpreso dai fan che lo fermano per strada a suon di pacche sulle spalle – in Giappone non si fa – ma simula di non capire quando gli parlano (i Red Sox gli hanno affiancato Masa Hoshino, interprete con laurea a Harvard e ottimo corridore per seguirlo nello jogging, Dice-K sta imparando l’inglese meglio di quanto non faccia credere) e ciò aiuta a mantenere le distanze. Serenamente diffidente, è avaro di interviste faccia a faccia con la stampa americana, preferisce giocare a golf (e terrorizza gli amici con quel drive mostruoso da 240 km orari, molti compagni si rifiutano di giocare con lui, lui ammette sereno che se avesse la bacchetta magica farebbe cambio con Tiger Woods), mangia carne al barbecue, ascolta pop un po’ dozzinale alla Neil Diamond (gli piace a volte canticchiare piano, rivelano i compagni, e dimostra di capire eccome l’inglese, quando vuole). L’attenzione stile americano dei fotografi è però l’unica cosa che lo irrita davvero, e si è infuriato solo quando foto scattate alla sua bimba di due anni sono comparse sui giornali. Credeva che fosse illegale pubblicarle senza autorizzazione, per questioni di privacy, ma negli Usa non è così» (Matteo Persivale, ”Corriere della Sera” 9/8/2007).