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 2007  agosto 09 Giovedì calendario

HILBERG

Raul Vienna (Austria) 2 giugno 1926, Burlington (Stati Uniti) 4 agosto 2007. Storico • «Fuggito con i genitori dall’Austria del 1938, dopo una breve sosta a Cuba e la decisione di fermarsi negli Stati Uniti [...] ebbe la ventura di trovarsi come soldato dell’esercito americano in quello che era stato il quartier generale del partito nazista a Monaco: c’erano delle casse mezze aperte e, a ben guardare, contenevano la biblioteca privata di Hitler. Forse fu quello l’elemento scatenante, o forse il ritrovamento in Francia degli appunti tenuti da un ragazzo ucciso dai tedeschi: ”era ebreo e studioso di chimica come me, le sue annotazioni mi travolsero”. Al ritorno negli States la decisione era presa: avrebbe studiato lo sterminio degli ebrei. Fu così che Raul Hilberg scrisse una delle più note e complete storie della Shoah, La distruzione degli ebrei d’Europa, pubblicata dopo molti rifiuti in America nel 1961. In Italia apparve nel 1995 (Einaudi) e le edizioni in tutte le lingue furono aggiornate più volte, anche nel 2003, perché lo storico (che ha scritto anche Esecutori, vittime, testimoni insieme a La politica della memoria e Olocausto, le fonti della storia) non smise mai di ricercare e leggere nuovi documenti, specie dopo l’89 con l´apertura degli archivi dell’ex Unione Sovietica. La sua riflessione sui meccanismi che portarono alla Shoah e ne scandirono i cupi battiti non è affatto scontata ed è stata al centro di numerose controversie, da quelle con Hannah Arendt - non era affatto d’accordo con la sua definizione come ”banalità del male” dell’essenza di Eichmann che egli non trovava affatto banale, quale mente, insieme a un gruppo relativamente piccolo, della logistica dello sterminio - alle più recenti polemiche con Daniel Goldhagen. Con quest’ultimo la questione era più di fondo: per l’autore dei Volenterosi carnefici di Hitler infatti i tedeschi avevano agito con determinazione e collettivamente in forza del loro forsennato antisemitismo. Hilberg su questo aveva una sua teoria, non così largamente condivisa comunque perché sono stati in molti invece a vedere nell’ideologia la vera carica distruttiva del nazismo: nei milioni di documenti ufficiali che aveva esaminato, sosteneva, non comparivano spesso espressioni di patente antisemitismo che, secondo lui, faceva parte di una più estesa teoria razziale. Vedeva invece la decisione di sterminare gli ebrei strettamente legata all’invasione dell’Urss. Diceva in un’intervista del ´96, ”Il cambiamento, che credo sia avvenuto nel 1941, fu il prender piede della filosofia ”ora abbiamo bruciato i ponti dietro di noi’ e dunque ”ora faremo cose che non sono mai state fatte prima’. Non era una guerra qualsiasi, era una guerra totale”. Ambedue i passi ”senza ritorno”, l’entrata in Urss e l’inizio della eliminazione degli ebrei, rimanevano per lui in parte misteriosi, affondavano nella cultura profonda della Germania che infatti, a suo parere, partecipò massivamente ai singoli segmenti che composero la macchina mortale: nell’amministrazione pubblica, nei consigli di amministrazione industriale, nelle strutture dell’esercito, negli apparati dei tecnici e dei giuristi. La distruzione per Hilberg, ha scritto David Bidussa ”fu il risultato di una serie orientata di gesti, spesso in sé privi di significato, ma che assumevano una funzione allorché collocati in una serie logica”. Per questo, lo storico della Shoah seziona e decostruisce al millesimo tutti i processi decisionali che portarono prima a mettere gli ebrei fuori da un sistema di tutela collettiva, poi ad eliminarli.
Altro punto controverso dell’interpretazione di Hilberg è il comportamento delle vittime: a parte la connotazione di ”complicità” oggettiva, o forse soggettiva, che egli assegna agli organismi direttivi ebraici, è il motivo della ”sostanziale resa” dei perseguitati che lo interessa: Hilberg lo individua nella storia profonda di assoggettazione che le comunità ebraiche avevano avuto in Europa accettando per secoli piccole e grandi capitolazioni che però gli avevano permesso di sopravvivere: metodo che invece con i nazisti fu letale. Secondo lui era per gli ebrei un dato tanto duro da accettare, quanto necessario per ripensare se stessi» (Susanna Nirenstein, ”la Repubblica” 9/8/2007).