Varie, 9 agosto 2007
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Donati Enrico
• Milano 19 febbraio 1909, New Yorl (Stati Uniti) 25 aprile 2008. Pittore • «[...] l’ultimo surrealista [...] sposato a Parigi, è venuto in America con sua moglie e mille dollari per tre mesi di vita perché voleva conoscere gli indiani e gli esquimesi, perché voleva studiare le Cachina Dolls e i totem di cui si era innamorato al Musée de l’Homme del Trocadero [...] comprava bambole e totem dagli indiani in cambio di perline veneziane, piume di fagiano e coltellini dell’esercito svizzero [...] quarantadue anni ha deciso che voleva diventare pittore. “Abitavo di nuovo a Parigi, e attorno a me c’erano gli impressionisti, i cubisti, i fauve e i fauvisti. Io mi sentivo un mosquito, un moscerino. Mi sono detto: devo trovare un sistema per interessare il pubblico. E studiando la storia del Sei-Settecento ho scoperto che in Inghilterra circolava una leggenda secondo cui gli impiccati prima di morire lasciavano cadere il loro sperma sul terreno davanti a loro, e che dal terreno nasceva una radice, la mandragola, che aveva forma maschile e femminile, e rappresentava il ciclo della vita e della morte. Mi sono detto: perché non dipingo la mandragola e il mondo della mandragola? Detto fatto ho preparato una serie di opere sulla mandragola e ho allestito una mostra alla School for Social Research in America, nel 1943. Ma nessuno è entrato a vederla. un disastro”. Dopo il terzo o il quarto giorno di vuoto pneumatico è entrato però un distinto signore, con un pizzetto bianco e gli occhiali. “È lei l’artista?”, mi ha chiesto. Ho ammesso che ero io. “Sa che lei è un surrealista?” mi ha detto il signore. Io non avevo la minima idea di che cosa fosse un surrealista. Per niente scandalizzato il signore mi disse che dovevo andare a trovare André Breton e mi diede un biglietto che ho ancora e che terrò per sempre. Il signore era Lionello Venturi”. Inutile dire che Donati corse da Breton. “Gli ho spiegato cosa facevo, e lui, dopo aver visto i miei quadri, si è offerto di organizzarmi una mostra da Georgette Passedoit, e di scrivermi la presentazione: una presentazione dove si dichiarava solennemente che io ero un surrealista. Scrisse: ‘Amo la pittura di Enrico Donati come amo la notte di maggio’. Perché amasse me e le notti di maggio non lo so, ma è andata così. Da quella volta nel giro surrealista mi chiamavano, con una mia certa irritazione, la notte di maggio” In un certo senso, spiega Enrico Donati, nel giro surrealista “ho preso il posto che era stato lasciato vuoto da De Chirico, quando lui era tornato in Italia per andare a riverire Mussolini - una cosa che non era andata a genio a Breton che era piuttosto un anarchico. E a dire il vero De Chirico, che pure era un genio ai tempi della metafisica, nella vita era un pistola: combinava certi pasticci con la certificazione dei suoi quadri...”. Donati aveva chiesto a Breton come si capisce se una mostra ha successo. Breton aveva risposto: “Se la polizia e i pompieri vengono a trattenere le folle”. Donati capì che quella prima sua mostra da Georgette Passedoit non era proprio stata un successo: aveva venduto due quadri per venti dollari l’uno - “uno a un mio amico”, confessa. Ciononostante Breton gli propose di fare un’altra mostra a Washington. “Ero un po’ scoraggiato, non avevo soldi, lavoravo come supervisor in una fabbrica di paracadute, avevo una moglie e due figli piccoli. Decidemmo, per ovvie ragioni, che la mostra doveva aver luogo di maggio e doveva aprirsi di notte. Questa volta il New York Times ci fece un grande articolo. Fu un successo”. E l’inizio di una catena di mostre - almeno cento -, di molti successi e di una serie di opere fatte con il suo nuovo grande amico Marcel Duchamp, “un fenomeno, il più grande”. La sua maggiore qualità? “Che se ne fregava di tutto”. Salvo che di divertirsi, pare di capire. “Lui aveva le idee, poi si fermava lì, e tu dovevi portarle avanti. Per esempio quando abbiamo fatto il famoso ‘Prière de toucher’ - guardi, è li dietro - Duchamp è venuto da me con il calco di un seno, me lo ha ficcato sotto gli occhi, mi ha detto pensaci tu, ciao ciao e se ne è andato. Io allora sono andato sulla Settima, dove c’era un negozio che vendeva reggiseni, e ho chiesto se avevano dei seni finti. ‘Ne abbiamo tre’, mi ha detto la commessa vagamente perplessa. ‘Io ne voglio novecentonovantanove...’. Mi ha spedito a Brooklyn allo stabilimento. Li ho trovati, sono stati consegnati, novecentonovantanove seni distribuiti per terra in questo studio. Li ho appiattiti, ho messo del rosa sul capezzolo, li ho incorporati nel libro, ho creato uno sfondo di velluto nero. Poi ho detto a Marcel: tocca, per piacere. Così è nato ‘prière de toucher’. Quando li ho mandati a Parigi li ho messi tutti in scatoloni, ho mandato un telegramma a Breton perché andasse alla dogana con dei fotografi a vedere cosa succedeva quando aprivano i pacchi: ‘Seni viventi’, c’era scritto. E in effetti sono saltati fuori dai contenitori come fossero stati vivi”. La vita come gioco? “Sì, in effetti siamo stati fortunati, ci siamo molto divertiti, siamo stati premiati dalla sorte e dal pubblico”. I periodi del suo lavoro che preferisce sono, ma che domanda, tutti. “Ci sono pittori che fanno, o facevano, sempre le stesse cose, come Tanguy. Io dopo quattro o cinque anni che facevo le stesse cose cambiavo musica, facevo quello che mi andava di fare in quel momento: totem, provocazioni surrealiste, paesaggi lunari, immagini sottomarine, fossili, costruttivismo, espressionismo astratto, spazialismo, moonscapes. Sempre con successo: all’ultima mia mostra ho venduto novantadue quadri. Ho sempre cercato di divertirmi e di reinventarmi. Ho fatto un sacco di stupidaggini, senza prendermi troppo sul serio. Ho vissuto cose straordinarie, e credo di esprimere nel mio lavoro la gioia e il divertimento. Ma certo, gli anni passano: se ne è andato anche Matta, che con me era nel gruppo dei giovani, e sono rimasto solo io. E se sparisco anch’io, arrivederci, di noi non c’è più nessuno. Ma, cara lei, a un dato momento bisogna andarsene”. [...]» (Irene Bignardi, “la Repubblica” 9/8/2007).