Tom Holland, La Stampa 8/8/2007, 8 agosto 2007
TOM HOLLAND
Da sempre gli storici vanno fieri dei risultati e dell’importanza dei propri studi. «Questa è l’esposizione delle mie ricerche», dichiarava Erodoto nell’incipit della prima opera storica mai scritta, «perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai greci che dai barbari, non restino senza fama». Nella sua opera Erodoto voleva illustrare le motivazioni alla base della difficile convivenza tra Oriente e Occidente e, soprattutto, che questo tema era degno di analisi e ricerche.
L’ispirazione per la composizione dell’opera gli venne in gran parte da un’impresa specifica. Nel 480 a.C., circa quarant’anni prima che Erodoto iniziasse la stesura delle Storie, Serse, re di Persia, tentò di invadere la Grecia. Avventure militari di questo tipo erano da lungo tempo una vera e propria specialità dei persiani. Per decenni, la macchina militare persiana era sembrata imbattibile e vittorie, rapide quanto spettacolari, si erano susseguite senza interruzione. Gli imbattibili persiani erano sorti dal nulla: per molto tempo erano stati solo un’oscura popolazione asserragliata sulle montagne più selvagge di quello che ora è l’Iran meridionale. Poi, all’improvviso e nello spazio di una sola generazione, avevano imposto il loro dominio sull’intero Medio Oriente. L’impeto con cui avevano squassato regni antichi e conquistato città famose aveva permesso loro di creare un impero che si estendeva dall’India alle sponde dell’Egeo. Grazie a queste conquiste, Serse era l’uomo più potente del pianeta. Le risorse che aveva a sua disposizione erano così sbalorditive da apparire virtualmente illimitate.
Paragonati a questo leviatano senza precedenti, i greci apparivano insufficienti numericamente e disperatamente divisi. Eppure, tra la sorpresa generale, le forze delle città greche che decisero di opporsi alla più grande forza di spedizione mai raccolta riuscirono a vincere. Gli invasori vennero respinti e la Grecia rimase libera. La storia di come la Grecia riuscì ad affrontare una superpotenza e a batterla sembrò agli stessi greci la più sorprendente di tutti i tempi. Questa convinzione, la medesima che ispirò il capolavoro di Erodoto, è stata appena scalfita dal passaggio di oltre duemila e cinquecento anni. Hegel ha ben riassunto l’importanza dell’avvenimento con la frase «il futuro della storia umana era la posta in palio di quel confronto».
Infatti, la posta in gioco era molto di più della semplice indipendenza di quello che Serse aveva definito come un gruppo raccogliticcio di stati terroristi. Come soggetti di un re straniero, gli ateniesi non avrebbero mai avuto l’opportunità di sviluppare la loro cultura democratica, unica al mondo. Molto di quello che ha reso la civiltà greca così importante non sarebbe mai potuto venire alla luce. L’Occidente non avrebbe solo perduto la sua prima lotta per l’indipendenza e la sopravvivenza: se la Grecia fosse stata conquistata da Serse, è del tutto improbabile che ci sarebbe mai stata un’entità definibile come Occidente.
Non desta stupore, quindi, che la storia delle guerre persiane sia da lungo tempo il mito fondativo della civiltà europea, un vero archetipo del trionfo della libertà sulla schiavitù. Un episodio sopra tutti, la disperata difesa del passo delle Termopili da parte di un esiguo contingente di greci è diventato una vera e propria leggenda. Adolf Hitler certamente le credeva. Per i nazisti, i 300 che difesero le Termopili erano i rappresentanti di una vera razza superiore, una razza nata e allevata per la guerra. Che Hitler abbia potuto identificarsi con tanta passione negli spartani suggerisce che qualsiasi loro raffigurazione come difensori della libertà, che pure è certamente una parte integrante della narrazione, forse non è l’unica, né la più rilevante. Come accade spesso, la verità è meno limpida e più articolata del mito. Se Serse avesse avuto successo nel suo tentativo di conquistare la Grecia e avesse occupato Sparta, questo avrebbe certamente segnato la fine della libertà di questa orgogliosa città stato, dato che tutti i soggetti del re di Persia erano classificati come schiavi. Eppure persino la schiavitù è una questione relativa: quello che gli spartani consideravano un fato peggiore della morte avrebbe persino potuto dimostrarsi, per i perieci, le popolazioni vicine loro soggette, una vera e propria benedizione. La grandezza di Sparta, come Hitler sapeva fin troppo bene, riposava sullo spietato sfruttamento dei perieci, una dimostrazione di come trattare gli Untermenschen che i nazisti avrebbero brutalmente tentato di emulare. La monarchia persiana, estremamente acuta nello sfruttamento delle rivalità dei propri soggetti, avrebbe quasi certamente garantito, con un’imperiosa dimostrazione di magnanimità, l’emancipazione e il proprio appoggio ai perieci di Sparta. Il dominio di Serse, per un popolo che aveva patito l’oppressione spartana per generazioni, avrebbe avuto il sapore della libertà.
Si tratta di un paradosso importante, anzi storico: nelle giuste circostanze, l’annessione da parte di una potenza straniera può persino essere accolta con favore. L’impero dei persiani, sebbene certamente fondato «sull’assalto alle mura, sul tumulto delle cariche di cavalleria e sullo spodestamento dei sovrani», aveva anche, durante la propria spinta espansionistica, sviluppato una risposta più eminentemente politica alle esigenze dell’egemonia. Garantendo pace e ordine ai popoli che accettavano il loro dominio e applicando in modo perfetto il principio della divisione degli avversari, i re persiani avevano conquistato per sé e per il proprio popolo l’impero più vasto mai visto sino a quel momento. In effetti, è stato questo risultato epocale a dimostrare alle ere future la possibilità di costruire stati di dimensioni mondiali su base multi-etnica e multi-culturale. Il modello politico stabilito dai re persiani avrebbe fornito l’ispirazione a un impero dopo l’altro: i califfi, che volevano governare il mondo, davano semplicemente nuova voce ai sogni di Serse. Ancora oggi, la resurrezione del califfato e la restaurazione del suo sogno di impero globale è l’obiettivo dichiarato di Osama Bin Laden. Le ambizioni di Bin Laden sono quindi molto più antiche di quanto si possa pensare.
Certo, l’influenza dell’antica Persia, a confronto con quella della Grecia, è stata sempre e invariabilmente indiretta. Nel 1891, un giovane membro del parlamento britannico, George Nathaniel Curzon, visitò il sito del palazzo di Serse, che era stato abbandonato dopo l’incendio appiccato, 150 anni dopo la battaglia delle Termopili, da un vendicativo Alessandro Magno. «Per noi» scrisse Curzon, «è imbevuto della solenne lezione della storia. Il palazzo di Serse prende il suo posto nel capitolo delle cose che hanno cessato di esistere. Le sue storie mute trovano una voce e ci parlano con l’ineffabile pathos delle rovine». Sette anni dopo, nel 1898, il neo barone Curzon di Kedleston venne nominato viceré d’India. Curzon governò come erede dei Moghul, una dinastia orgogliosa di fregiarsi del titolo di viceré dei re di Persia. Sebbene l’impero britannico amasse presentarsi come erede di Atene, aveva certamente ereditato qualche tratto anche dal più mortale nemico della Grecia.
Insomma, Persia e Grecia erano entità ben distinte e destinate allo scontro. Certo, questi primi scontri di civiltà dell’umanità sono avvenuti migliaia di anni fa, ma le loro ripercussioni sono giunte sino ad oggi e talvolta approfondiscono ulteriormente la frattura tra Oriente e Occidente invece di contribuire a colmarla. Se, per esempio, gli ateniesi avessero perso la battaglia di Maratona e la loro città fosse stata distrutta, non avremmo avuto la filosofia di Platone. Data la primaria importanza di questa filosofia per lo sviluppo di tutte le teologie successive, è quindi del tutto improbabile che avremmo mai avuto un Islam a fungere da fonte di ispirazione per Bin Laden. Per contro, quando il presidente Bush parla di un «asse del male», la sua visione del mondo diviso in due campi tra le forze rivali della luce e delle tenebre deriva da Zoroastro, un antico profeta iraniano. Sebbene la sconfitta di Serse sia stata certamente decisiva nel conferire ai greci, e quindi a tutti gli europei, il senso della loro diversità, tuttavia l’impatto della Persia e della Grecia sulla storia non può essere confinato alle rigide nozioni di Occidente e Oriente. Monoteismo, impero universale, democrazia e totalitarismo: tutte queste nozioni traggono origine dal periodo delle guerre persiane. Non desta quindi stupore che questo periodo sia stato descritto come l’asse portante della storia mondiale.
Insomma, quando Erodoto affermava l’importanza degli eventi che stava descrivendo aveva assolutamente ragione.
Traduzione a cura del Gruppo LOGOS