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 2007  agosto 08 Mercoledì calendario

LUCA E FRANCESCO CAVALLI-SFORZA PARLANO DELLE LINGUE E DELL’ORIGINE DELLA SPECIE

In latino, verbum è la parola, quindi l´elemento fondante del linguaggio, o il linguaggio stesso. In italiano ha conservato il significato di termine grammaticale per designare la parte del discorso che indica il divenire, l´azione o lo stato del soggetto. Nell´uso cristiano, indica la parola di Dio che crea il mondo, la seconda persona della Trinità, come nel Vangelo di Giovanni ("In principio era il Verbo"). L´equivalente greco, lógos, sta per parola, discorso, l´idea espressa dalla parola, ma ha anche il significato di ragione, ragionamento. Queste estensioni del concetto non stupiscono, se consideriamo che la parola è l´unità basilare del linguaggio, la maggior differenza tra uomo e animali. Anche gli animali comunicano tra loro, alcuni, come le formiche, con messaggi chimici, altri, come le api, con danze elaborate, altri ancora con versi, suoni e canti, ma nessuno di questi sistemi di comunicazione ha raggiunto il grado di ricchezza e versatilità caratteristico del linguaggio umano.
L´analisi del linguaggio è forse la più astratta delle scienze, perché è del tutto autoreferenziale. Per spiegare il significato di una parola un dizionario impiega altre parole, impresa molto difficile, soprattutto quando si tratta di parole astratte. In realtà, la massima parte delle parole designa oggetti, azioni, fenomeni molto concreti, come è naturale per uno strumento nato per aiutare le persone a scambiarsi informazioni e ad operare insieme. Se confrontiamo la ricchezza e la precisione dei termini che descrivono la strumentazione e le attività di un´officina meccanica, ad esempio, con la relativa povertà e l´imprecisione dei termini che descrivono nozioni e operazioni astratte, per quanto universali (come "amore", "pensiero", "curiosità"), ci rendiamo conto di quanto il linguaggio sia sempre stato essenzialmente uno strumento pratico, volto a favorire lo sviluppo delle interazioni umane. Nell´antichità era diffusa la convinzione che la parola fosse in qualche modo compartecipe di ciò che essa designa, che ne condividesse la sostanza. Oggi si giudica che il significato delle parole sia arbitrario, cioè che una parola designi ciò che designa per semplice convenzione fra i parlanti.
Sempre per ragioni pratiche, di economia delle parole, il linguaggio è ambiguo: una parola può avere parecchi significati, di solito abbastanza distanti fra loro perché non sia troppo difficile intuire, in base al contesto, in che senso una parola polisemica (cioè che ha molti significati, come è vero di molte parole) viene impiegata in una precisa circostanza. Se però si vuole eliminare qualsiasi errore di comprensione è necessario ricorrere ad un glossario tecnico specializzato, più ricco del solito, oppure alla logica o alla matematica. Anche per questo la scienza ha bisogno della matematica.
Non sappiamo quando e come sia comparso il linguaggio, ma deve essere passato per vari stadi e deve essersi trattato di un lungo processo, perché ha richiesto importanti cambiamenti biologici, che non compaiono dall´oggi all´indomani: la formazione dell´organo che permette di produrre la voce, dei centri nervosi capaci di dirigerlo ed anche di quegli organi e centri nervosi che ci mettono in grado di ascoltare e capire quanto ci viene detto. Si è riusciti a farsi capire dalle scimmie più vicine a noi, ma non a farle parlare se non attraverso simboli visivi e giochi, anche elettronici, tramite i quali ci comunicano i loro desideri e altri semplici sentimenti e informazioni. I risultati però rimangono solo molto lontanamente paragonabili all´uso che facciamo del linguaggio per comunicare tra uomini.
In realtà il linguaggio è il tratto culturale umano che meglio dimostra l´unità della nostra specie. Esistono almeno seimila lingue diverse - molte altre sono estinte - ma la traduzione dall´una all´altra è sempre possibile, con limiti dovuti soprattutto alle grandi diversità dei rispettivi stili di vita, per cui i linguaggi dei popoli che fanno una vita più semplice possono accontentarsi di non molte migliaia di parole, mentre le culture tecnicamente più avanzate ne richiedono centinaia di migliaia. Soprattutto, non vi è limitazione che impedisca ad alcun essere umano, che non soffra di gravi menomazioni innate o acquisite, di imparare perfettamente qualsiasi lingua esistente. L´apprendimento può essere imperfetto se non avviene nei primi anni di vita, perché il nostro cervello è fatto in modo che il linguaggio deve essere appreso nei primi tre o quattro anni di vita, in cui siamo predisposti a impadronirci rapidamente di quella che rimarrà poi sempre la nostra lingua materna. Nello sviluppo vi sono molti periodi critici, diversi per le diverse acquisizioni: per il linguaggio, un primo periodo critico è questo. Ve ne è poi un altro più avanti, o meglio un altro limite di età oltre il quale l´apprendimento non può più essere perfetto, che riguarda le lingue straniere e in particolare la loro pronuncia: durante la pubertà, quasi tutti perdono la capacità di apprendere correttamente i suoni di una lingua diversa dalla madrelingua. Purtroppo si direbbe che in genere i ministri dell´istruzione ignorino questa regola, per cui l´insegnamento delle lingue straniere inizia troppo tardi. Dovrebbe cominciare nella scuola elementare.
Le lingue evolvono rapidamente. Nel De vulgari eloquentia, Dante si mostra consapevole del fatto che il linguaggio evolve e che lingua madre e lingua figlia possono diventare reciprocamente incomprensibili in poco più di mille anni. Gli era ben chiara la differenza tra il latino e l´italiano che lui stesso parlava. Ma il primo studio sistematico delle lingue è stato compiuto alla fine del Settecento da un giudice inglese che viveva in India, Sir William Jones, che ebbe occasione di accorgersi della somiglianza tra sanscrito, greco, latino (comprese le lingue da questo derivate) e le lingue germaniche e slave. Cominciò così a prendere forma la prima famiglia linguistica, oggi chiamata indoeuropea, o indoittita poiché l´ittita è la lingua più antica del gruppo europeo. Nel 1865 il linguista tedesco August Schleicher ne diede un albero evolutivo, poco diverso da quello su cui vi è oggi un discreto consenso.
L´estensione di questa analisi ad altre lingue ha visto formare parecchie altre famiglie, ma con poco accordo fra i linguisti. Nel 1866, la Società di Linguistica di Parigi promulgava un tabù, vietando ufficialmente di occuparsi di evoluzione del linguaggio. Il divieto evidentemente ha avuto successo, perché solo nella seconda metà del secolo scorso vi è stato un progresso importante, grazie a Joseph Greenberg, dell´Università di Stanford, che giunse molto vicino a ricostruire un albero evolutivo completo delle lingue dell´umanità, ma disgraziatamente morì prima di avere completato il suo lavoro. Sfidando l´approccio più tradizionalista, il metodo sviluppato da Greenberg mette a confronto alcune centinaia di parole di uso molto comune in lingue diverse: termini che indicano parti del corpo, sostanze e fenomeni naturali universalmente presenti, pronomi personali, i numeri un due tre e così via: si tratta di parole che sono fra le prime che il bambino impara, e che meglio si conservano nel corso del tempo.
Il numero delle principali famiglie varia, a seconda dei tassonomi, da dodici a molte di più. Con il minor numero di famiglie formulate dai linguisti più avanzati, dodici, l´albero evolutivo delle lingue corrisponde molto bene all´albero genealogico delle popolazioni umane costruito in base ai dati genetici, con alcune eccezioni che hanno una chiara spiegazione storica.
In genere il problema dell´origine del linguaggio riscuote poco interesse fra i linguisti, molti dei quali lo considerano un problema insolubile, e ritengono che la ricostruzione della storia evolutiva delle lingue possa difficilmente risalire più indietro dei seimila anni ritenuti data d´origine della famiglia indoeuropea (che probabilmente è coeva all´origine dell´agricoltura, intorno ai 10.000 anni fa, e quindi ha un´età quasi doppia).
La genetica ha dato un importante contributo a comprendere l´evoluzione delle lingue. Un gene chiamato FOXP2, responsabile di un difetto ereditario complesso, che riduce le capacità di articolazione e determina carenze grammaticali, fa pensare che vi siano stati cambiamenti recentissimi che hanno permesso di raggiungere il grado attuale di sviluppo delle capacità linguistiche. L´uomo anatomicamente moderno ha non più di 150.000 anni di vita, secondo gli archeologi, ma le prime modifiche del cervello che hanno portato a sviluppare i centri motori del linguaggio, ben noti agli anatomisti e ai patologi, che occupano le circonvoluzioni nella parte media sinistra del cervello umano, potrebbero avere una antichità assai maggiore, di due milioni di anni.
Come detto sopra, qualunque uomo vivente oggi può imparare qualunque lingua esistente, e i dati archeologici e genetici concordano nel mostrare che tutti gli uomini oggi viventi discendono da una piccola popolazione che viveva in Africa orientale, delle dimensioni di una tribù. Gli antropologi sanno bene che tribù e lingua sono quasi la stessa cosa, e questa tribù da cui tutti discendiamo doveva parlare una lingua sola, da cui devono essere derivate tutte quelle esistenti oggi.
Già un famoso linguista italiano, Alfredo Trombetti, cento anni fa aveva proposto l´idea che tutte le lingue umane esistenti abbiano avuto origine da un´unica lingua. Il suo libro era stato ridicolizzato dai contemporanei, ma la genetica lo conferma in pieno. Vale la pena di ricordare che questa conclusione è in accordo con una profezia di Darwin (L´origine delle specie, seconda edizione, cap. XIV): "se possedessimo un albero genealogico perfetto dell´umanità, un ordinamento genealogico delle razze dell´uomo permetterebbe la miglior classificazione delle lingue che oggi si parlano nel mondo."
(7 - continua)