la Repubblica 8/8/2007, 8 agosto 2007
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REPUBBLICA 8/8/2007
WASHINGTON - Aumenta il vantaggio di Hillary Clinton su Barack Obama: il rovente dibattito sulla politica estera degli Stati Uniti ha premiato la ex first lady, facendole guadagnare consensi e aumentando il divario con il senatore dell´Illinois, suo rivale in vista delle primarie democratiche per le presidenziali del 2008.
quanto emerge da un sondaggio realizzato dall´agenzia demoscopica Gallup per conto del quotidiano Usa Today e diffuso ieri: fra i militanti e i simpatizzanti dei democratici oggi Hillary raccoglie il 48 per cento delle preferenze contro il 26 per cento che viene assegnato al suo avversario.
solo terzo John Edwards, il senatore eletto in North Carolina, che raccoglie il 12 per cento dei consensi. Rispetto a un sondaggio simile, che è stato realizzato un mese fa, la senatrice dello Stato di New York ha guadagnato ben otto punti percentuali, ne ha persi due invece Obama. Gli intervistati riconoscono alla moglie di Bill Clinton migliori capacità nell´affrontare problemi come il terrorismo, la campagna militare in Iraq e le relazioni con gli stati nemici, il suo avversario invece sembra più inesperto e ingenuo. Durante il dibattito sulla politica estera Obama ha ammesso che, come presidente, avrebbe incontrato alcuni leader come l´iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il venezuelano Hugo Chavez. La Clinton invece aveva rifiutato di esporsi spiegando di «non voler essere usata per scopi di propaganda».
Se si andasse oggi alle urne per un confronto diretto Hillary vincerebbe su Obama con il 59 per cento delle preferenze contro il 36 per cento.
Tra i repubblicani il sondaggio assegna a Rudy Giuliani il 33 per cento delle preferenze, all´ex senatore del Tennessee Fred Thompson il 21 per cento e al senatore dell´Arizona John McCain solo il 16.
LA STAMPA 8/8/2007
MAURIZIO MOLINARI
MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Barack Obama scivola sulle gaffes e Hillary Clinton lo stacca di ben 22 punti nei sondaggi, lanciandosi verso la nomination democratica. l’ultimo rilevamento Gallup a fotografare il balzo d’estate dell’ex First Lady: raccoglie il 48 per cento di favori fra i democratici mentre il senatore afroamericano dell’Illinois si ferma a 26 con John Edwards fanalino di coda a quota 12. Il distacco di 22 punti è tanto più evidente in quanto il 15 luglio erano la metà. A confermare il momento di Hillary vi sono le previsioni di voto negli Stati dove inizieranno le primarie: in Iowa è in testa, anche se solo per l’1,3 punti, in New Hampshire e South Carolina conduce per 4 lunghezze e in Florida dilaga con un vantaggio del 21,7 per cento.
Mark Penn, stratega elettorale che Hillary ha ereditato dal marito Bill, spiega i numeri così: «Gli americani si stanno accorgendo che è pronta a essere presidente». Ma in realtà è la cronaca degli ultimi dieci giorni a raccontare come sia stato Obama a nuocere a se stesso con una serie di gaffes che ne hanno tradito l’inesperienza.
Tutto è iniziato la sera del dibattito fra i candidati democratici in South Carolina, quando Obama ha detto che nel primo anno alla Casa Bianca incontrerà «i leader dei Paesi nemici dell’America» ovvero Siria, Iran, Cuba e Nord Corea. La sera stessa Hillary lo ha infilzato, definendolo «ingenuo» per poi ribattere che «un presidente deve fare attenzione a non farsi strumentalizzare a fini di propaganda». Nel tentativo di far dimenticare il passo falso Obama ne ha compiuto un altro pochi giorni dopo: «Se sarò presidente non userò armi nucleari se dovessero comportare il rischio di colpire civili». Forse accortosi dell’errore al termine frase Obama si è corretto: «Lasciamo stare, il nucleare non è in discussione». Ma Hillary non si è fatta scappare il bis: «Le armi nucleari hanno garantito la pace durante la Guerra Fredda, non è opportuno che un presidente si esprima su quando devono o non devono essere adoperate».
E a metà della scorsa settimana è arrivato il terzo passo falso di Obama, quando si è spinto fino ad assicurare che una volta alla Casa Bianca non esiterebbe a lanciare attacchi militari in Pakistan per colpire le basi di Al Qaeda se il presidente Pervez Musharraf non dovesse farlo da solo. A replicare a Obama è stato Bill Richardson, anch’egli candidato alla nomination anche se molti lo danno al Dipartimento di Stato in caso di vittoria di Hillary: «E’ una frase che tradisce inesperienza, con il Pakistan serve una diplomazia robusta, non parole che infiammano l’Islam».
Il prezzo delle gaffes è evidenziato dai numeri dei sondaggi ma il team di Obama non si dà per sconfitto: per riprendere la corsa accusa Hillary di essere «in mano alle lobby» e di «assomigliare a Bush e Cheney» mentre conta sulla raccolta fondi organizzata a metà in Nebraska dal guru di Wall Street Warren Buffett, forte anche del sostegno di una fan tanto vip quanto inattesa. Caroline Giuliani, figlia del candidato repubblicano Rudolph.
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LA STAMPA 8/8/2007
FRANCESCO SEMPRINI
Bello, onesto, democratico, emigrato dal Messico, sposerebbe la campagna di uno dei candidati presidenziali, ma a suo tempo. Ruben Kihuen è la nuova promessa della politica progressista americana: da tre anni cittadino statunitense, è stato eletto nel 2006 rappresentante dell’Assemblea del Nevada grazie al successo riscosso nel distretto ispanico di Las Vegas, dove è considerato paladino dei diritti delle minoranze. Nonostante i 27 anni di età, si è messo in evidenza per la grande preparazione culturale e politica oltre che per il carisma, tanto da essere corteggiato da Hillary Clinton, Barack Obama e dagli altri candidati. «Non posso dare il mio sostegno a qualcuno se non lo conosco», spiega, ma i tentativi di approccio da parte dei più noti colleghi sono stati vani. Alla partita di golf propostagli da Christopher Dodd ha preferito un più semplice incontro a pranzo, ha rifiutato un passaggio a Los Angeles sul jet di Hillary Clinton, e con garbati dinieghi tiene sulle spine John Edwards e Bill Richardson. Tra i pochi ad avergli strappato un incontro è Obama che lo ha convocato per un «tête-à-tête» nella suite del Caesar Palace di Las Vegas.
Meriti a parte, la giovane promessa democratica è oggetto del desiderio perché catalizzatore di voti delle comunità ispaniche e latine di Las Vegas e dintorni. Non a caso il voto in Nevada è cruciale da fine gennaio per primarie e caucus. Lo Stato ha una popolazione ispanica numerosa e in continua crescita: immigrati di vecchia e nuova generazione, molti aderiscono al sindacato del settore culinario, che raduna la grande maggioranza dei lavoratori di casinò e alberghi. Il giovane Ruben è una manna per i democratici alla ricerca dei consensi tra le minoranze, anche perché un successo in Nevada potrebbe avere un effetto volano in tutti gli Stati Uniti dove gli ispanici rappresentano il 9% degli elettori iscritti. Rivelatrice l’iniziativa della tv Univision che a settembre organizzerà dibattiti in spagnolo per i candidati dei due partiti.
Non c’è dunque miglior alleato di Kihuen. Nel 1988 si trasferisce da Gaudalajara, in Messico, a Orange County, in California, per poi spostarsi a Las Vegas. Studente brillante, affianca ai libri il lavoro e le partite al pallone, la passione di sempre, tanto da guadagnare nel 1998 il titolo di giocatore dell’anno del Nevada. Diventa volontario nella squadra del senatore Harry Reid. Cresce come attivista democratico durante l’università, lavora al fianco di Mark Warner, governatore della Virginia, Lee Brown, sindaco di Houston, e di nuovo spalla a spalla con Reid, che nel 2004 lo nomina rappresentante a Las Vegas. «Nessuno ha lavorato tanto come lui» ricorda Reid.
Per finanziare la campagna ipoteca parte della casa e di sera gira porta a porta, mentre di giorno lavora al college del South Nevada. Mette da parte il pallone e ottiene il 61% dei 1900 voti, scalza il ben più noto collega di partito Bob McCleary, e diventa il primo ispanico a essere eletto nell’assemblea del Nevada. Dall’inizio della legislatura, a febbraio, presenta quattro progetti di legge. Nel tempo libero lavora all’università. Ha ripreso a dare calci al pallone, con i Los Democratas, squadra amatoriale sponsorizzata dal partito. «Ruben rappresenta la nuova generazione, ha radici nella comunità latina e un enorme carisma -, dice Obama, che ha chiesto il suo sostegno già tre volte - sono sicuro che lo avremo con noi». «A suo tempo» risponde Kihuen, ripetendo che «sarebbe scorretto per gli elettori dare la preferenza a qualcuno senza conoscere tutti. Venite qui e vedremo».