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 2007  agosto 08 Mercoledì calendario

C onsapevoli della impossibilità giuridica di intervenire d’autorità sui prezzi, alcune associazioni di consumatori sono tornate ad invocare il cosiddetto «congelamento dell’Iva» sugli aumenti della benzina

C onsapevoli della impossibilità giuridica di intervenire d’autorità sui prezzi, alcune associazioni di consumatori sono tornate ad invocare il cosiddetto «congelamento dell’Iva» sugli aumenti della benzina. Più precisamente, che lo Stato «rinunci» a favore degli automobilisti al maggior gettito fiscale che deriverebbe dall’applicazione dell’imposta (20%) calcolata sul maggior prezzo maturato. Ciò si realizzerebbe, in pratica, riducendo corrispondentemente l’imposta di fabbricazione- accisa che grava su ogni tonnellata di carburante. Temo che la richiesta, sacrosanta, arrivi tardi. Infatti, la Finanziaria 2007 prevede sì quel «congelamento » (definito proprio così dal testo licenziato dalla Camera), ma destina il maggior gettito fiscale a beneficio non dei consumatori, bensì – «nel limite di 100 milioni di euro annuali» (200 miliardi di lire, ndr) – di un «apposito Fondo da utilizzare a copertura di interventi di efficienza energetica e di riduzione dei costi della fornitura energetica per finalità sociali » (comma 362 e seguenti dell’art. 1 della Finanziaria). Un Fondo istituito con una dotazione iniziale di 50 milioni di euro l’anno le cui risorse verranno distribuite dai Comuni. Inoltre, con appositi accordi fra governo, regioni ed enti locali, si individueranno o creeranno (almeno presso ogni capoluogo di provincia) «strutture amministrative » per la gestione degli interventi finanziari di cui sopra. Strutture (ma non bastano gli assessorati esistenti?) «i cui costi possono essere in parte coperti dalle risorse del Fondo» suddetto. Speriamo che quei costi siano minimi e quelle risorse vadano effettivamente tutte a ridurre, come scritto nella legge, il peso delle bollette di «clienti economicamente disagiati, anziani, e disabili» nonché per «interventi di efficienza energetica ». Una cosa è chiara comunque: quelle risorse non andranno ” non possono andare per legge – ai consumatori di carburante. E allora, a che porta potranno bussare i tapini? Forse a quella dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale, applicando la Legge antitrust (287 del 1990), può colpire non solo «cartelli», difficilissimi da dimostrare, bensì pure «abusi di posizione dominante» (anche detenuta congiuntamente da più imprese) consistenti nell’« imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di vendita o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose » (art.3, a). Ora, in regime di economia concorrenziale, quell’ «ingiustificatamente» va riferito a uno scostamento sensibile rispetto alle condizioni che si determinerebbero in un mercato competitivo, non «dominato», appunto, da chi può «dettare il prezzo». In pratica, in un caso come il nostro, si dovrebbe fare il confronto con la best practice dei prezzi industriali (prima delle imposte) in Europa. Ma attenzione! Il confronto non va fatto con una generica «media europea» (ricavata anche da Paesi come Grecia, Portogallo, Lussemburgo: e che comunque ci vedrebbe più «cari» di quattro centesimi per la benzina e di nove per il gasolio), bensì con quei Paesi che hanno, come l’Italia, una propria capacità di raffinazione, elevati consumi, un sistema importante di logistica distributiva. E qui ci confrontiamo con Francia, Inghilterra, Germania. E allora la domanda è: come si giustifica una differenza di prezzo, con questi Paesi, di almeno otto centesimi al litro per la benzina, e di almeno dodici per il gasolio?