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 2007  agosto 08 Mercoledì calendario

DAI NOSTRI INVIATI

PAVIA – Poco meno di duecento passi per iniziare la fuga. Col figlio in braccio. Un bambino di quattro anni. Se l’è portato stretto al collo passando davanti alle guardie penitenziarie. Poco più di 180 minuti per essere fermato. Nello stesso giorno Giancarlo Gallucci, 29 anni, affiliato al clan camorristico napoletano Gallucci- Piscopo, ha abbandonato la galera e l’ha subito ritrovata. Non la stessa: dopo l’evasione da Pavia, ora è detenuto a Bologna. Forse più al sicuro. Forse più controllato.
Da Pavia Gallucci è uscito senza funi calate o tunnel sotterranei: ma dalla porta principale.
Verso mezzogiorno era nella sala colloqui con moglie e figlio. Si è caricato in spalla il piccolo.
«Devo portarlo a far pipì» ha detto a una guardia. Permesso accordato.
Anziché puntare la toilette, si è mischiato ai parenti di altri detenuti che stavano uscendo, ha percorso un corridoio di trenta metri, è sfilato davanti a un’altra guardia, è uscito dall’edificio e, sempre confuso nel gruppo e con il piccolo in spalla, ha percorso il vialetto di cento metri che l’ha portato all’uscita. Fuori c’era il cognato, Massimo Paolillo, che con un’Alfa Romeo station Wagon scura l’ha accompagnato alla stazione di Piacenza. Gallucci ha atteso l’Intercity delle 13.53 per Bologna. Il cognato è tornato verso Pavia con il bambino.
In quel momento l’allarme era già scattato in tutto il Nord. Fax di allerta, telefonate, trasmissione della fotografia dell’evaso a tutte le pattuglie di polizia stradale e ferroviaria. Gli investigatori della squadra mobile di Pavia guidati dal questore Vincenzo Montemagno, insieme agli agenti penitenziari, avevano già tracciato un possibile percorso di fuga e individuato il passaggio a Piacenza.
Gallucci era in carcere per «associazione a delinquere di stampo mafioso». L’ultimo arresto risale al 12 maggio scorso. Dieci giorni prima aveva sparato contro un «rivale», a Casalnuovo. L’agguato era fallito e il giovane camorrista scappato. Meno di due mesi prima, polizia e carabinieri di Napoli avevano concluso una vasta indagine con l’arresto di alcuni esponenti del clan Gallucci. Secondo la ricostruzione degli investigatori, era in atto il tentativo di riallacciare i fili della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. In progetto un’alleanza tra il clan Piscopo-Gallucci, attivo a Casalnuovo, quello dei Sarno, di Ponticelli, e la «famiglia» Di Grazia, che opera nel casertano. Al centro di tutta l’operazione c’era, e venne arrestato, Vincenzo Di Lauro, 31 anni, figlio del boss Paolo e reggente del clan che negli ultimi due anni ha ingaggiato la guerra con gli «scissionisti » che ha insanguinato Napoli.
Gallucci, pantaloni bianchi e maglietta blu, è stato fermato alle 15.20 di ieri in un sottopassaggio della stazione di Bologna. Non ha fatto resistenza. Il cognato è accusato di averlo aiutato. Restano i dubbi, molti, su come un presunto affiliato alla camorra, detenuto in regime di «alta sicurezza », possa aver lasciato il carcere in modo tanto semplice. L’amministrazione penitenziaria lombarda, guidata da Luigi Pagano, ha avviato un’ispezione interna. Ci saranno indagini accurate. Perché, alla fine, «passi» un’evasione spettacolare, frutto di genio e doti fisiche del carcerato, insomma una prova di astuzia e forza da letteratura criminale: ma una fuga così, semplicemente camminando – e facendolo davanti alle guardie – che immagine di sicurezza dà del carcere di Pavia? Bisbigliano alcune guardie: «Abbiamo carenze d’organico del 40 per cento. Siamo pochi. Troppo pochi». Dice un altro agente, sottovoce: «In questo periodo alcuni di noi vengono spostati, si ritrovano in settori che non conoscono». Difficile tenere a mente i volti di 370 detenuti. E poi quella richiesta, «cosa potevamo fare? Impedirgli di accompagnare il piccolo in bagno?». Sia come sia, Gallucci gliel’ha fatta sotto il naso.

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LA STAMPA 8/8/2007
STEFANO TOTORO
STEFANO TOTORO
INVIATO A PAVIA
Chi negherebbe a un padre di accompagnare il proprio figlio di quattro anni in bagno? Nessuno. Ma forse alla richiesta di un certo Giancarlo Gallucci, affiliato ad un pericoloso clan della Camorra, detenuto nel carcere Torre del Gallo di Pavia in attesa di giudizio per reati associativi, in compagnia del figlio e della moglie soltanto per qualche minuto di colloquio prima di tornare in cella, si sarebbe dovuto fare un po’ più di attenzione. Perché quella del bisogno impellente del figlio è diventata la scusa per evadere dal carcere: si è confuso fra i familiari in visita di altri detenuti ed è scappato portando con sé il bimbo. Una fuga dalla porta principale, durata soltanto qualche ora, finita alla stazione di Bologna.
Era circa mezzogiorno, la giornata di colloqui sarebbe finita un’ora dopo. Fino a quel momento tutto filava liscio, «com’è sempre successo qui», dicono gli agenti della penitenziaria. «Vorrei accompagnare mio figlio in bagno», ha chiesto Giancarlo Gallucci. Permesso accordato, ma quasi inosservato percorre quei trenta metri fra la stanza dei colloqui e l’ingresso della casa di reclusione. fuori, con il figlio sale a bordo di un’Alfa 156 Station Wagon. «Parti», urla al cugino, Massimo Paolillo, seduto al posto di guida, forse già avvisato del progetto di fuga. Passa qualche minuto e mentre la macchina di Paolillo sfreccia verso l’autostrada, in carcere scatta l’allarme.
Fra l’incredulità degli agenti, presenti in dieci nella stanza dei colloqui, e un «non sapevo nulla» della moglie, iniziano le ricerche e si mette a lavoro anche la squadra mobile di Pavia. Fonti confidenziali rivelano alla penitenziaria che Gallucci avrebbe preso un treno dalla stazione di Piacenza. Dal Torre del Gallo partono dieci agenti, sirene spiegate fuori, nervi a fior di pelle dentro. «Giuro, non ho mai avuto una giornata del genere in tanti anni di lavoro - ammette il comandante, Salvatore Giacomini - e soprattutto non sono mai arrivato a Piacenza in così poco tempo». Poco, ma comunque sufficiente al detenuto in fuga che riesce a salire su un Intercity e partire. Si sa che è diretto a Sud e a questo punto entra in gioco anche la polizia ferroviaria.
Agosto, mese di vacanze, treni affollati, forse se non avesse deciso di scendere a Bologna, ora sarebbe nascosto da qualche parte. E invece nel sottopassaggio della stazione del capoluogo emiliano alcuni agenti della Polfer lo riconoscono. Ha ancora i pantaloni bianchi e la maglietta blu che indossava quando è fuggito, corrisponde alla foto arrivata da Pavia: i poliziotti lo fermano e gli mettono le manette. Lui non oppone resistenza, dice soltanto: «Io faccio il mio e le guardie fanno il loro». Sono passate da poco le tre, la fuga rocambolesca di Giancarlo Gallucci è durata poco più di tre ore.
«Eravamo molto preoccupati, soprattutto per il bambino», racconta il comandante Giacomini. Ma Gallucci non lo ha portato con sé, ha chiesto al cugino di riportarlo alla madre. E così ha fatto Massimo Paolillo, 39 anni: è ripartito da Piacenza con la stessa auto della fuga, è arrivato davanti al carcere di Pavia e la madre del piccolo ha potuto riabbracciarlo. Solo che a questo punto per Paolillo sono scattate le manette, accusato di complicità nell’evasione. Nessun reato a carico della moglie di Gallucci, ma sarà ascoltata nei prossimi giorni.
L’evasione ha lasciato molti punti ancora da chiarire: un detenuto è riuscito a rendersi «invisibile» agli occhi delle guardie. Tutto questo nonostante Giancarlo Gallucci fosse rinchiuso da venti giorni in una cella classificata di «alta sicurezza», il terzo grado più alto della struttura di Pavia. In tutto, trecentosettanta detenuti.
Su quanto è successo dentro la stanza dei colloqui la polizia penitenziaria ha voluto mantenere riserbo, «perché ci sono dinamiche difficili da spiegare e rischiamo di tacciare gli agenti di incompetenza», ha detto il sostituto del direttore del carcere Torre del Gallo, Mariantonietta Tucci. Si sa che erano presenti una quindicina di familiari in visita e circa dieci agenti. Un’inchiesta, che coinvolge per ora come testimoni gli agenti della penitenziaria, farà luce su quanto successo.


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