Aldo Bernacchi, Sole 24 Ore 6-7 agosto 2007 (Dagospia, s.d.), 7 agosto 2007
1 - L’ENIGMA DEI SOLDI SCOMPARSI
Aldo Bernacchi per Sole 24 Ore
«A 25 anni dal crack mancano all’appello 500 milioni di dollari: metà di questi capitali fanno forse parte del tesoro personale di Calvi a cui si è data la caccia per anni ma che non si è mai scoperto». questa la cifra indicata da Paul Mousel, l’avvocato liquidatore del Banco Ambrosiano holding, cui faceva capo la ragnatela di partecipazioni estere del gruppo bancario presieduto da Calvi, al momento della liquidazione della filiale lussemburghese. Liquidazione che nel marzo 2005 chiudeva definitivamente, dopo quelle in Italia e a Nassau per l’Ambrosiano Overseas, le procedure di recupero dei crediti.
Quasi 23 anni di lavoro su tre fronti distinti per turare in parte una falla di 1,5 miliardi di dollari, pari più o meno alle risorse drenate dallo Ior e dalle sue finanziarie off-shore, come denunciò in Parlamento fin dalll’8 ottobre 1982 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta che d’intesa con Bankitalia aveva messo in liquidazione il Banco il 6 agosto di 25 anni fa.
(Il corpo senza vita di Roberto Calvi)
Quanto al tesoro personale, in Lussemburgo va per la maggiore la tesi secondo cui i capitali potrebbero essere stati dirottati dal banchiere di Dio, nei tumultuosi giorni precedenti la sua fuga verso la morte, in una banca dell’Uruguay, controllata da una finanziaria lussemburghese dell’Ambrosiano. Altri sostengono che il tesoro abbia preso la strada dell’America - in Canada risiedeva la moglie di Calvi, Clara Canetti morta l’anno scorso - dopo essere forse transitato presso l’Inecclesia, una finanziaria venezuelana controllata dall’Opus Dei.
Dei tanti milioni di dollari erogati senza ritorno dall’Ambrosiano, un loro destinatario che agli inizi degli anni 80 doveva restare segreto - per ovvie ragioni di politica internazionale- è Solidarnosc il sindacato polacco, che Papa Wojtyla decise di aiutare nella sua lotta contro i comunisti al potere a Varsavia. E Paul Marcinkus, il cardinale che comandava sullo Ior, per esaudire la volontà del Pontefice si rivolse a Calvi.
Lo ha confermato - nella deposizione dell’11 aprile 2006 al processo romano istruito dal Pm Luca Tescaroli – Francesco Pazienza, ex collaboratore del Sismi, poi consulente personale di Calvi. «Nel marzo del 1982 - ha dichiarato Pazienza - su incarico di Calvi con l’ok di Marcinkus mi occupai personalmente del finanziamento di 4 milioni di dollari. Si trattava di lingotti d’oro,arrivati a Danzica nel doppio fondo di una jeep ».
(Monsignor Marcinkus e Papa Giovanni Paolo II)
Vaticano, Loggia P2, mafia e malavita sono stati i terminali ricorrenti della valanga di soldi usciti e rigirati dall’Ambrosiano. Che nella sola operazione Corriere della Sera – di cui il Vaticano, tramite la Giammei, una commissionaria di Borsa, era diventato il principale azionista occulto – impegnò e perse non meno di 250 miliardi di lire.
Al contrario ogni ricapitalizzazione della Rizzoli era l’occasione di laute creste per i vari Licio Gelli, Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din. Ma a differenza di altri "tesoretti" di cui si è persa la traccia, quello svizzero di Gelli - 150 miliardi di lire e 250 chili d’oro – venne confiscato nel febbraio 1996 dal tribunale penale ticinese e messo a disposizione delle parti civili danneggiate dalla bancarotta dell’Ambrosiano.
Tra i tanti misteri c’è anche una sequenza di omicidi o decessi in circostanza del tutto strane di personaggi che potevano rivelare verità scottanti, come la morte di Walter Pierre Siegenthaler, uomo fidato dell’Opus Dei, il potente direttore dell’Ambrosiano Overseas di Nassau, vittima di un incidente in montagna nel 1996 pochi giorni prima di essere interrogato in Italia. E l’Opus Dei è al centro dell’ultimo disperato tentativo di Calvi di trovare le risorse per salvare il Banco.
Un giallo nel giallo è il fondo segreto di 2.200 milioni di dollari gestito dall’Inecclesia, che Calvi cercò di sbloccare a Londra in extremis incontrando Alberto Jaime Berti. Ne ha parlato con i giudici italiani lo stesso Berti, ex presidente della finanziaria venezuelana legata all’Opus Dei, la cui principale finalità era riciclare capitali cancellando ogni traccia dei titolari. L’importo di quel deposito era abnorme ma aveva la raccomandazione dello Ior. E Berti eseguì.
(Bruno Tassa Din e Gaetano Pecorella)
In seguito quel fondo, di cui erano titolari sei soci tra cui l’Opus Dei, lo Ior e forse lo stesso Calvi, venne dirottato verso una società panamense e quindi investito sul mercato americano. Lo sblocco chiesto da Calvi non fu possibile: troppo stretti i tempi. I certificati che consentivano la sua attivazione sarebbero finiti in una cassetta di sicurezza della Paribas di Ginevra per conto dell’Inecclesia. Calvi morirà nemmeno 48 ore dopo l’incontro con Berti portando con sé un altro dei tanti misteri legati al suo nome.
2 – 1982, QUELL’ANNO DI ATTENTATI MAFIOSI E CON PROTAGONISTA LA LOGGIA P2
Aldo Bernacchi per Sole 24 Ore
Liquidato il vecchio Ambrosiano, il Nuovo Banco nasceva, con atto del notaio Luigi Augusto Miserocchi, il 6 agosto 1982,mentre l’Italia stava vivendo l’annuale rito delle vacanze. Le spiagge, di giorno, invase dal martellante e ripetitivo Da da da, titolo e testo di una delle più stupide canzoni estive. Di sera, in discoteca tutti a ballare il Gioca jouer di Claudio Cecchetto. Ai balconi tante bandiere tricolori a festeggiare la vittoria degli azzurri del calcio al mondiale spagnolo. Era la solita Italia in bikini e canottiera.
Ma sotto il Paese era percorso da una scia di sangue che si riproduceva ossessionante, sotto la continua minaccia di assassini replicanti come in Blade Runner, il film cult di Ridley Scott che stava uscendo nelle sale cinematografiche, contendendo a E.T. di Steven Spielberg il primato degli incassi.
Il 30 aprile era caduto per mano della mafia Pio La Torre, il segretario siciliano del Pci. Agli inizi di settembre il terribile agguato al generale Dalla Chiesa e alla sua giovane consorte. Nel mezzo la clamorosa implosione del Banco Ambrosiano e la morte di Roberto Calvi, il banchiere di Dio. La sua tragedia scoperchiava, come scrissero i giudici della bancarotta fraudolenta, «uno scenario di illeciti affari su cui si stagliava inquietante l’ombra della loggia massonica P2, tenebroso strumento di potere nel quale si amalgamavano e si componevano, come in una specie di stanza di compensazione, gli interessi di un Calvi erogatore di fondi e di tanti confratelli beneficiari con la rassicurante protezione di uomini di altissima posizione, anch’essi adepti, manager pubblici e privati, politici, ministri, alti gradi militari, capitani di industria e giornalisti».
(Papa Giovanni Paolo II e Lech Walesa)
In questo clima di veleni e di omertà nasceva il Nuovo Banco. In 25 anni è diventato una delle maggiori banche non solo italiane. Un quarto di secolo non è invece bastato a dare una firma all’omicidio di Calvi. L’ultimo a provare a dare un nome ai responsabili è stato il Pm romano Luca Tescaroli. Secondo il suo impianto accusatorio, Calvi fu ucciso «per impedirgli di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali, della massoneria e dello Ior con i quali aveva gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro provenienti da Cosa nostra».
Una tesi che si basava anche su rivelazioni di mafiosi pentiti come Tommaso Buscetta, che per primo chiamò in causa come mandante dell’omicidio Pippo Calò, il cassiere della mafia, e come esecutore materiale il boss di Altofonte, Francesco Di Carlo. Per Calò e i suoi presunti complici, Ernesto Diotallevi (ex boss della banda della Magliana), Silvano Vittor ( ex contrabbandiere che accompagnò Calvi nel suo ultimo viaggio verso la morte) e Flavio Carboni (l’ex imprenditore sardo entrato in affari con Calvi quando il banchiere si sentì abbandonato da Vaticano e P2 e che era con lui nelle sue ultime ore di vita al Chelsea Cloister di Londra), Tescaroli ha chiesto l’ergastolo ma il giudice di primo grado nel giugno scorso li ha assolti tutti per insufficienza di prove.
«Ora tutto è più difficile», ha ammesso il legale della famiglia Calvi commentando la sentenza romana, anche se resta aperto un fascicolo in cui ritorna il nome di Licio Gelli nel registro degli indagati per concorso in omicidio. Il venerabile, classe 1919, unico sopravvissuto dei grandi burattinai del crack Ambrosiano, è stato uno dei primi a essere arrestato per il fallimento del Banco, un buco alla fine risultato di 4.292 miliardi di lire.
Fermato in Svizzera il 13 settembre 1982, il capo della P2 evase un anno dopo dal carcere di Champ Dollond rifugiandosi in Sudamerica. Il 17 febbraio 1988 venne estradato in Italia ma non mise mai piede in galera malgrado la condanna a 18 anni e mezzo nel processo di primo grado per la bancarotta fraudolenta. Pena in appello ridotta a 12 anni nel giugno 1996 e confermata in Cassazione nel 1998.
(Licio Gelli)
L’altro grande "alleato"di Calvi, lo Ior del Vaticano guidato da Paul Marcinkus - cui facevano capo una catena di società off shore finanziate dal Banco con una girandola di crediti back to back che servivano ad acquistare azioni dello stesso Ambrosiano (un meccanismo perverso che permetteva a Calvi, finché ebbe la fiducia di Marcinkus, di controllare il Banco) - ha respinto da sempre validità legale alle «lettre de patronage » che garantivano i prestiti del Banco.
I giudici della bancarotta, di parere contrario, emisero il 20 febbraio 1987 mandato di cattura nei confronti di Marcinkus, ma vennero bloccati dalla Cassazione perché lo Stato italiano, in base all’art. 11 dei Patti lateranensi, non può esercitare la propria sovranità sugli enti centrali della Chiesa. Con un gesto di liberalità e non di riparazione il Vaticano uscirà dal caso Ambrosiano con un versamento di 300 milioni di dollari. Marcinkus morirà nel febbraio 2006 portando con sè i misteri di una stagione di follie finanziarie in cui il Vaticano agì come il più spregiudicato degli hedge fund fino a scalare il Corriere con l’appoggio della P2.
Un ruolo che, se pubblicamente rivelato, assieme ai finanziamenti occulti tramite il Banco al sindacato polacco di Solidarnosc, avrebbe potuto minare l’immagine carismatica di Papa Wojtyla. Stava forse per farlo la Consob che imponendo la quotazione a Calvi del Banco ne accelerò il tracollo. La fretta del Tesoro, guidato da Beniamino Andreatta, democristiano, per arrivare alla liquidazione del Banco tolse di fatto ogni potere di indagine alla Consob. Il che provocò le improvvise dimissioni del suo presidente Guido Rossi, che scrisse una lettera di fuoco all’allora presidente Consiglio, Giovanni Spadolini.