Roberto Cotroneo, l’Unità 7/8/2007 (Dagospia, s.d.), 7 agosto 2007
Roberto Cotroneo per l’Unità Lo diciamo da anni, quando parliamo di letteratura e di cinema: chi ha raccontato davvero il mondo della politica e la società italiana di questi anni? Pochi, soprattutto nel cinema, e senza apprezzabili risultati
Roberto Cotroneo per l’Unità Lo diciamo da anni, quando parliamo di letteratura e di cinema: chi ha raccontato davvero il mondo della politica e la società italiana di questi anni? Pochi, soprattutto nel cinema, e senza apprezzabili risultati. Da pochi giorni è uscito un libro, scritto con un linguaggio semplice: Io gli uomini non li capisco. L’autrice è Deborah Chiappini. L’editore è Mursia. Il sottotitolo al libro è: «Amore, bugie, intercettazioni». un libro interessante per una serie di motivi. Deborah Chiappini, che è una ragazza di 34 anni, è la moglie di Salvatore Sottile, il portavoce di Gianfranco Fini, travolto l’anno scorso dallo scandalo di Vallettopoli, e accusato di concussione sessuale perché avrebbe chiesto, secondo l’accusa, favori sessuali alla valletta Elisabetta Gregoraci. La Chiappini scrive un vero e proprio diario della sua vita dal giorno in cui Sottile, viene arrestato e condotto agli arresti domiciliari. E in questo diario c’è tutto. I nomi, le persone, le circostanze, oltre che una riflessione personale su come è cambiata la sua vita dal momento in cui è iniziata questa storia. E uno spaccato di vita che, coinvolgendo personaggi pubblici e delle istituzioni, ha un peso piuttosto forte. Ma non solo. una strana parabola, una storia simbolica che dovrebbe far riflettere. Quando si conoscono, Deborah ha 25 anni, Sottile ne ha 14 più di lei. Lui è un ex giornalista del Secolo, poi braccio destro di Fini. Si sposano. La loro è una vita molto mondana, fatta di feste, di viaggi, e di privilegi. La ragazza di La Spezia che voleva entrare nel mondo che conta dalla porta principale riesce a farcela. In lei c’è un retroterra piccolo borghese: militante di Forza Italia, una laurea in Giurisprudenza, l’ambizione di fare l’autrice televisiva. Quando conosce Sottile quell’ambizione non è diventata ancora qualcosa di concreto. Sarà Sottile che la segnalerà a Maurizio Costanzo perché lei diventi un’autrice dei programmi di Maria De Filippi. E lei onestamente ammette di essere stata aiutata dal marito. (Deborah Chiappini in Sottile) Il fatto di essere stata segnalata dal marito genera attorno a lei diffidenza. Si lamenta di non essere riuscita a conquistare la fiducia negli altri: "nonostante il patronage di Costanzo, Maria De Filippi non ha mai avuto per me particolari riguardi. Ero una dela sue redattrici, probabilemente quella che conosceva meno e di cui le importava meno". Passa a lavorare con Rita Dalla Chiesa, e poi con Paolo Bonolis, ma ammette: "con Bonolis ero nelle retrovie". Intanto però c’è un mondo più o meno dorato di cui fa parte. Cene con Berlusconi, l’amicizia con Gianfranco Fini, le frequentazioni con Ignazio La Russa, i pettegolezzi, le battute, i commenti pesanti su amanti, e altro ancora. La sua è una visibilità apparente che le permette di essere al posto giusto nel momento giusto. I racconti di quel mondo non sono troppo reticenti, e il quadro è abbastanza inquietante. il quadro di un potere privo di reale sostanza dove dietro una facciata indefinibile c’è poco o nulla. Ma soprattutto una grammatica dell’esistenza che sembra non avere un senso. Sottile è sempre fuori, sempre in viaggio, sempre attaccato a un telefono, come spesso accade in questo tipo di mondo. Quando verrà messo agli arresti domiciliari e non potrà usare il cellulare e il telefono, lei scriverà: "è come se lo avessero mutilato". A un certo punto arriva lo scandalo. E in un modo feroce. Sottile arriva a casa con tre poliziotti e il suo avvocato. Perquisiscono l’appartamento. E Deborah Chiappini non conosce il motivo di tutto questo. Esce, va alla sede di Alleanza Nazionale e cerca di capire. Gianfranco Fini le parla, e le dice che tutto si risolverà, che deve stare tranquilla e stare vicina al marito. Sono le parole tipiche degli uomini di potere: da un lato la giovane ragazza che si trova di fronte qualcosa di incomprensibile; dall’altro il potente che rassicura ma non chiarisce. (Salvo Sottile e Gianfrancuzzo Fini - Foto U.Pizzi) E dunque non risponde alla domanda cruciale: ma perché è accaduto questo? Finché Fini, resosi conto che le notizie sarebbero uscite sui giornali, decide di avvertirla: si tratta di una donna. E qui scoppia tutto. Non è una storia di tangenti, non è una storia di corruzione, non è uno di quei reati che "appartengono a certo potere", e che nella strana morale italiana diventano persino tollerabili, ma è una storia privata, che poi privata non è. Escono le intercettazioni, tutta Italia legge quello che Sottile diceva al telefono. E lei ogni mattina va a un’edicola sempre più lontana da casa sua per comprare i giornali. Dove legge e apprende sempre più cose. E dove legge soprattutto le dichiarazioni sulla vicenda di tutti quegli amici, colleghi, e compagni di partito del marito con cui ha diviso tempo, vacanze, e serate, e che ora nicchiano, distinguono, prendono le distanze, tra mille ma e mille sé. La ragazza Chiappini capisce che il mondo del potere, quello che frequentava e voleva frequentare è molto più ambiguo di quanto lei pensi. E si trova di fronte a un enigma, che non sa percepire, e non sa capire neppure mentre scrive il libro, ma è degno di un film di Kieslowki. Qual è la verità di questa storia? Il privato di Sottile è pubblico per i giornali e gli italiani, ma torna a essere privato per lei. Gli arresti domiciliari creano un paradosso. Quello di dover convivere tutto il giorno con un uomo che secondo i magistrati ti ha tradito con una valletta, tempestarlo di domande, non ottenere risposte, a parte negare tutto. Nello stesso tempo la Chiappini è costretta a difendersi dai giornalisti e dai curiosi, da un ipotetico tradimento plateale di cui tutti sanno tutto. E inoltre si sente esclusa dai meccanismi del potere, al punto tale che una delle frasi ricorrenti della Chiappini è: "non mi hanno mai detto tutto, sentivo che sapevano più di quel che mi dicevano". (Salvo Sottile e Daniela Fini - Foto U.Pizzi) Lo hanno fatto per delicatezza, per pudore, o perché di fronte a vicende come queste c’è quasi un automatismo della discrezione che fa a botte con la modernità: la modernità dei giornali, delle intercettazioni che non hanno nulla di pudico, di indiscreto e di delicato. In questa situazione schizofrenica, di silenzi privati e pubblici scandali la Chiappini si aggrappa all’unica zattera che possiede. Ovvero: tutti quelli che mi hanno attaccato hanno capito che io amavo quell’uomo? In questo mondo di rapporti di forza, di potere, in queste omissioni e bugie anche le battute più grevi divengono un modo di fare abituale, una variante pecoreccia del sarcasmo, un divertissiment che il potere si concede perché, come dice il proverbio "comandare è meglio che fottere". Dimenticando che comandare era meglio che "fottere", quando il comandare era davvero comandare. Mentre oggi i due verbi si equivalgono, e il fottere spesso è la condizione indispensabile per comandare. E allora non è così strano che il cosiddetto scandalo sessuale sia diventato, da un po’ di tempo a questa parte, un corollario del potere. Un retrovirus di cui non ci si riesce a liberare. In realtà è la debolezza del potere a creare tutto questo, ed è il successo politico, piccolo o grande che sia, di provincia o nazionale, che si trascina dietro un vuoto colmabile soltanto con queste abitudini. Il problema vero è che il potere lusinga chi ce l’ha, e non logora affatto. Quello che logora è l’assenza di un’etica del potere. Se leggete questo libro con attenzione, dietro una patina semplice trovate per certi aspetti il dramma del vuoto di una certa classe politica italiana. Il trionfo della volgarità. Il qualunquismo. Le segnalazioni che prendono il posto delle raccomandazioni. Le feste inutili. I sentimenti azzerati. L’amore che si fa strumento, più o meno consapevole, per raggiungere qualcosa: che è comunque poco o niente. (Deborah Sottile e Maria Monsè - Foto U.Pizzi) il generale sbandamento morale di questi anni. Uno sbandamento morale su cui non si deve fare nessun fastidioso moralismo, che è altrettanto dannoso e intollerabile. Alla fine Deborah Chiappini dice: "qualche mese fa qualcuno mi ha detto che la scrittura può essere terapeutica, e io ci ho provato. Ho scritto questo libro. Ha funzionato". E poi aggiunge: "vorrei innamorarmi di nuovo, vorrei un uomo che mi ami e mi sorprenda. Che mi dica: ti ruberei, ti porterei al mare". E in questo finale romantico ci sono tutte le contraddizioni del mondo di Deborah Chiappini, di suo marito, e di tutti quelli interessati a questa vicenda. Certo che la scrittura è terapeutica. Certo che l’innamorarsi e il lasciarsi stupire è altra cosa rispetto allo stare dentro un sistema dove al massimo si rimane stupiti dalla volgarità e dalla doppiezza. Ma in questo il mondo non è cambiato. Ingenue fanciulle che sognano il principe azzurro, finti principi azzurri che sognano le vallette, improbabili vallette che sognano le luci della ribaltà. Peccato che ormai, le luci della ribalta sono accese 24 ore su 24. E si vede tutto. E niente rimane in ombra.