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 2007  luglio 29 Domenica calendario

Maria, dea febbrile. Il Sole-24 Ore, domenica 29 luglio Toscanini non amava la Callas: "Ha l’aceto nella voce", diceva

Maria, dea febbrile. Il Sole-24 Ore, domenica 29 luglio Toscanini non amava la Callas: "Ha l’aceto nella voce", diceva. Non fecero mai nulla insieme. Per il direttore, il modello vocale era quello della Tebaldi. La colse sul nascere nel gran concerto di riapertura della Scala, dopo la guerra: "Voce d’angelo", la battezzò all’istante. Da musicista, e ben lontano dalle fastidiose consorterie che avrebbero ammorbato vita e carriera a entrambe, il Maestro per primo sanciva una dicotomia tra le giovani primedonne. Archetipi splendidi, opposti. Luce contro ombra. Suoni rotondi e là affilati. Morbidezze contro virtuosismi. Bellezza data, apollinea, a fronte della costante reinvenzione in chiave dionisiaca, febbrile, oltre il limite. Per quegli strani destini che a volte il tempo matura, la Callas e Toscanini vengono ricordati insieme quest’anno. Sono infatti trascorsi cinquant’anni dalla morte di lui e trenta da quella di lei: 16 gennaio 1957, 16 settembre 1977. Restò avvolta nel mistero, nelle frasi sussurrate a metà, la fine della mitica cantante. Nel lussuoso appartamento di avenue Mandel, a Parigi, dove viveva appartata, in ricercata e sofferta solitudine, la fida cameriera la ritrovò ormai spenta, al mattino. I pochi amici rimasti sapevano quanto le notti le fossero diventate sempre più faticose. Nel giro di pochi anni aveva perduto tutti i grandi compagni di viaggio, Serafin, Visconti, Onassis, Pasolini. La Callas come Kleiber, forse. Nessuno saprà mai con certezza le cause della loro fine. A distanza, colpisce la giovane età in cui lei uscì di scena: aveva solo 53 anni, era nata il 2 dicembre 1923, a New York. Da dodici anni non cantava più un’opera. Si era ritirata con Tosca, a Londra, nel luglio del ’65. Nelle ultime stagioni, le sue presenze nei teatri si erano sempre più ridotte. Ben lontane dai fantastici fuochi di un tempo: tra il 1948 e il 1952, giovanissima si era giocata in 173 recite nelle piazze più importanti del mondo, in ben diciotto ruoli diversi. Già tutti la conoscevano: per il rigore nello studio, la dedizione alla musica, il perfezionismo. Norma il titolo più frequentato, 89 volte. Quasi un terzo in più di Traviata, 63. Ma fu questa l’opera-icona, grazie all’edizione del maggio 1955 alla Scala, regia di Visconti, Giulini sul podio. A Roma, col magnifico Turco in Italia, Callas e Visconti si erano incontrati per la prima volta. Di lì avrebbero coniato un nuovo stile per l’opera: Vestale, Sonnambula, Anna Bolena, Ifigenia in Tauride, nulla sarebbe stato più come prima. Per il teatro milanese, in particolare, alcuni personaggi della scena finirono per modellarsi solo su di lei, in pericolosa esclusiva. Dalla Scala, storica casa della Callas, partirà nell’anniversario della scomparsa il prossimo 16 settembre un singolare omaggio alla cantante. Da mattina a sera verrà proiettato, in tre diverse tornate, l’ultimo film su di lei, Callas assoluta, di Philippe Kohly, 95 minuti (Arte) solo con la sua storia. Niente interviste o ricami a posteriori. Come in un sogno, Maria Callas ritornerà nella sua sala. E su questa scia di memorie e rivisitazioni correrà anche la preziosa mostra, curata da Vittoria Crespi Morbio, che sempre alla Scala si inaugurerà il 14 settembre. Promette sorprese anche per i più esperti, che qui sono molti. Una ventina di splendidi costumi di scena, mai usciti dai gelosi cassoni del Teatro, e oltre duecento fotografie inedite, mai stampate, colte dietro le quinte dal glorioso Piccagliani (un volume sarà pubblicato da Allemandi) racconteranno tra Museo e Ridotto dei palchi la parabola scaligera del soprano. Si vedranno gli abiti di Alceste, Medea, Vestale; una sala ciascuno avranno i costumi per Bellini (Il Pirata, di Zuffi), Donizetti (Anna Bolena, di Benoit), Verdi (Don Carlo, sempre Benoit). Ci saranno Il Turco (Zeffirelli), la Fedora e quel Poliuto disegnato sul vitino magrissimo, caparbiamente conquistato. I costumi esposti sono quelli indossati solo da lei. Niente Sonnambula dunque, passata di mano in mano e ritoccata. Un giallo invece quelli di Traviata: i più famosi, paradossalmente sono andati perduti. L’allestimento di Visconti, una tra le tante dissennate dispersioni, venne venduto in blocco all’Opera di Vienna. Ma dei famosi abiti di Violetta non è rimasta traccia, certo preda di qualche ammiratore rapace. Vogliamo restituirli? Sarebbe un gran gesto oggi, il più bel dono d’amore alla Callas. Carla Moreni