Riccardo Chiaberge, Il Sole-24 Ore 29/7/2007, 29 luglio 2007
Eroi dimenticati. Il Sole-24 Ore, domenica 29 luglio Il partigiano Giovanni Pesce, nome di battaglia "Visone", è morto venerdì mattina a 89 anni al Policlinico di Milano
Eroi dimenticati. Il Sole-24 Ore, domenica 29 luglio Il partigiano Giovanni Pesce, nome di battaglia "Visone", è morto venerdì mattina a 89 anni al Policlinico di Milano. Per le sue gesta contro i nazifascisti si era guadagnato la medaglia d’oro al valor militare. La sua morte ha suscitato un cordoglio trasversale, da Letizia Moratti a Franco Giordano. Il partigiano Dante Castellucci detto "Facio", invece, è caduto sotto le raffiche di un plotone di esecuzione il 22 luglio 1944, a soli 24 anni. Pure lui si è preso una medaglia (postuma): ma d’argento. Erano quasi coetanei, Dante e Giovanni, e hanno combattuto contro lo stesso nemico per liberare l’Italia. A entrambi dovremmo essere ugualmente grati. Ma mentre Pesce, che è vissuto a lungo e ha pubblicato molti libri, è figura nota e popolare, sarebbe vano cercare il nome di Castellucci nei dizionari o nelle enciclopedie della Resistenza. Come si spiega questa disparità di trattamento? "Visone" era il leggendario comandante dei Gap, (Gruppi di azione patriottica), la colonna urbana del movimento partigiano creata dal Pci. Una specie di Che Guevara italiano, una Primula Rossa che legò il suo nome a decine di attentati, sabotaggi e omicidi politici tra il 1943 e il ’45. Le memorie di Pesce, Senza tregua. La guerra dei Gap, sono diventate (suo malgrado) un libro di culto per molti estremisti vicini alla lotta armata. E "Facio"? Dopo essere stato il braccio destro del primo dei fratelli Cervi, aveva preso il comando di un battaglione della Brigata Garibaldi parmense, compiendo imprese memorabili. Perché e da chi venne fucilato? Come rivela Carlo Spartaco Capogreco nel libro che ha dedicato al caso Facio (Il piombo e l’argento, Donzelli), a "giustiziare" Castellucci dopo un processo sommario erano stati i suoi stessi compagni, con la falsa accusa di essersi intascato del denaro, in realtà per puro odio ideologico: Dante era una testa troppo indipendente, non piaceva ai capi comunisti. La motivazione della medaglia d’argento del 1963, che lo definiva vittima dei nazifascisti, era dunque di un’ipocrisia insultante, e ora una petizione firmata da numerosi storici chiede all’attuale Presidente della Repubblica di ritirarla, per dargli in cambio quella d’oro che gli spetta. Come a Giovanni Pesce. Non si tratta di applicare il "manuale Cencelli della memoria" deprecato da Mario Calabresi nel suo bel libro (Spingendo la notte più in là, Mondadori) ma di rimediare a un’ingiustizia. E di restituire alla Resistenza tutta la sua verità e nobiltà. Che è fatta anche di zone d’ombra, di errori e di delitti. Riccardo Chiaberge