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 2007  agosto 02 Giovedì calendario

Così la cocaina arriva in Europa. Il Sole-24 Ore, 2 agosto Reggio Calabria e Bogotà, capitale della Colombia, sono divise da 9

Così la cocaina arriva in Europa. Il Sole-24 Ore, 2 agosto Reggio Calabria e Bogotà, capitale della Colombia, sono divise da 9.658 chilometri, un giorno di volo aereo e due scali. Per unire le due capitali della droga – se si coglie al volo su internet la tariffa promozionale – sono sufficienti 57 dollari, anche se il costo medio si aggira attorno ai 2.400 dollari. Ma vale la pena di spendere il prezzo del biglietto, perché per ogni chilometro coperto in un anno da un loro emissario le cosche calabresi guadagnano – grazie alla droga contrattata sul posto e poi importata soprattutto via mare – circa 1,7 milioni di euro. I narcotrafficanti colombiani, per lo stesso chilometro, intascano decine di migliaia di dollari. A unire le due città – una che parla a stento l’italiano e l’altra in cui il dialetto reggino è sempre più diffuso, come del resto accade in Perù e Bolivia, oltre ai Paesi dell’Africa occidentale maghrebina e del Golfo di Guinea scelti dalla ’ndrangheta come nuove piattaforme per l’alimentazione del mercato europeo – non sono i piloti di linea ma la cocaina. Un mare di cocaina che parte dalla Colombia e arriva in Italia attraverso i porti di Gioia Tauro e Salerno o tramite le rotte iberiche e del Nord Europa. Da lì si diffonde come un fiume in piena nel Vecchio Continente. Figuriamoci se non è in grado di raggiungere una stanza d’albergo dove insieme festeggiano a base di coca un parlamentare e due squillo, come è accaduto in Italia con l’onorevole dell’Udc Cosimo Mele. La gestione del traffico A dominare il traffico sono i cartelli colombiani (che prevalgono su quelli peruviani e boliviani) e le famiglie calabresi che hanno da tempo "ammorbidito" i casalesi (a cui è ormai rimasto lo spaccio in Campania e al massimo lungo le coste adriatiche) e soppiantato i galiziani. Secondo le stime più recenti – che si fermano però al 2004 e che sono state elaborate da Eurispes Calabria – il giro d’affari per le cosche calabresi derivante dal traffico complessivo di sostanze stupefacenti in Europa è pari a 22 miliardi all’anno (17 dalla coca). Oggi si può ragionevolmente pensare che si aggiri intorno ai 30 miliardi annui. Due Mancuso Due nomi su tutti nella gestione della cocaina lungo la rotta Colombia-Europa: il clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) in collegamento con le cosche reggine e – guarda le coincidenze della vita – in Colombia Salvatore Mancuso, neppure 40 anni, origini siciliane ma colombiano di adozione. A sua disposizione ha 70mila uomini dell’Auc (Autodefensas unidas de Colombia), il gruppo paramilitare che si scontra da anni per il controllo delle piantagioni con i guerriglieri della Farc. Mancuso – mai estradato negli Usa e alla larga ovviamente dall’Italia – ha una potenza economica in grado di corrompere e comprare tutto e dovunque nel mondo. Secondo chi lo conosce bene, le voci della sua collaborazione con la giustizia dei due Paesi sarebbero del tutto prive di fondamento. Anzi, secondo le ultime informazioni, un mese fa avrebbe fatto uccidere il socio Carlos Castano in procinto di collaborare con la Dea americana. A uccidere Carlos sarebbero stati gli uomini del fratello, Vincent. Il corpo è stato riconosciuto grazie alla dentatura. Guadagni stratosferici Del resto perché privarsi di un traffico che nel 2006 è stato possibile grazie a una produzione di 610 tonnellate di cocaina (sulle 984 del triangolo Colombia-Perù-Bolivia), coltivata su 78mila ettari? Ma quello che conta non sono solo la produzione e la superficie coltivata – pressoché stabili negli ultimi sei anni – bensì il guadagno. Lo scorso anno un chilo di cocaina costava in Colombia tra i 1.350 e i 1.860 dollari, come ricorda il World Drug Report appena pubblicato dalle Nazioni Unite. Un guadagno stratosferico, calcolabile (al lordo delle trattative che permettono ribassi tanto più alti quanto maggiore è il quantitativo acquistato) tra 823 milioni e 1,1 miliardi di dollari. Dal produttore al consumatore finale il prezzo lievita vertiginosamente e tutti guadagnano cifre enormi. Tutti tranne chi perde la vita per un colpo di pistola nelle strade di Scampia, La Paz, Bogotà o Medellin, o con un ago infilato nel braccio per vicoli e strade di tutta Europa. Il costo della coca in Italia Nel 1990 secondo il World Drug Report il costo in Italia di un chilo all’ingrosso di cocaina era di 54mila dollari, mentre un grammo veniva venduto per strada a 108 dollari. Lo scorso anno in Italia un kg. di coca pura costava 52.530 dollari. Il costo medio di un grammo per il tossicodipendente era di 106 dollari. Anche il ministero della Solidarietà sociale ha reso nota poche settimane fa la Relazione sullo stato delle tossicodipendenze. Le quotazioni sono in linea con quelle diffuse dalle Nazioni Unite e testimoniano indirettamente che è vero che i prezzi stanno crollando, ma solo in due casi: quando i pusher decidono di passare ai "saldi" o alle "attività promozionali" per attirare nuovi clienti oppure quando il grado di purezza è basso, come testimoniano le recenti morti nel bergamasco, dove la micidiale atropina era stata usata per tagliare le dosi. Nel 2001 il prezzo minimo al consumo di un grammo di cocaina era di 89,86 euro; quello massimo saliva a 108,46. Cinque anni dopo la forbice si è ridotta così come il prezzo: 72,44 euro al grammo la tariffa minima, 93,17 quella massima. Resta, comunque, la droga più costosa. Un altro mito sfatato, che la vuole a buon mercato sempre e comunque (la marijuana costa al massimo 6,44 euro al grammo, mentre l’eroina bianca costa nella peggiore delle ipotesi 86,88). Consumatori in aumento A regolare il prezzo sono le leggi di mercato, i sequestri e i colpi assestati alle piantagioni sudamericane. Sotto il primo profilo non c’è storia: i consumatori sono in aumento in tutto il pianeta. Ma, per rimanere in Italia, si è passati dall’1% del 2001 al 2,1% del 2005, con punte più elevate soprattutto in Lombardia. Il trend di crescita – tiene a specificare il ministero – è riscontrabile soprattutto tra i consumatori occasionali o sporadici. Si perde però di vista il fatto che molti di loro – anche perché sempre più giovani – diventeranno poi dipendenti. Il consumo di cocaina colloca l’Italia al terzo posto in Europa, dopo la Spagna, che ha la percentuale più elevata al mondo con il 3%, e il Regno Unito. La media mondiale è 0,3 per cento. Basta questo per dire quanto sia importante per i narcotrafficanti colombiani e per le cosche calabresi l’Europa, che assorbe una quota sempre maggiore del mercato mondiale: in termini assoluti sono 14,3 milioni di persone, sui 446 milioni di tossicodipendenti nel mondo. Infatti il mercato nordamericano ha cessato di espandersi, mentre l’Europa è terreno ancora vergine. Come sottolineano le Nazioni Unite, nell’ultimo decennio il consumo in alcuni Paesi è cresciuto del doppio e persino del triplo rispetto agli Usa. L’Italia sta imboccando la strada peggiore: basti pensare che la percentuale dei dipendenti da cocaina negli Stati Uniti è del 2,8% e nel Canada è del 2,3 per cento. Complessivamente in Italia le persone sottoposte nel 2005 a trattamento per problemi di droga sono state 159.952: il 13,5% per problemi legati al consumo di cocaina, il 73% per uso di oppiacei, tra cui l’eroina, il resto sparso tra anfetamine, ecstasy, allucinogeni, cannabis, sedativi e solventi. I sequestri Sul fronte dei sequestri – che fanno lievitare, almeno nel breve periodo, il prezzo all’ingrosso e al dettaglio – nel 2005 sono stati sequestrati nel mondo 1,207 milioni di tonnellate di cocaina: il 9% dei sequestri complessivi di sostanze stupefacenti. In Italia nel 2006 le operazioni sono state 20.580, 6.455 delle quali hanno interessato le partite di cocaina; le tonnellate sequestrate sono state 240, di cui 4 di cocaina. I mercati del Nord sono i più floridi e le discoteche i luoghi dove è più facile reperire le dosi. Insomma, non solo musica ma anche dosi da sballo. O mortali. Roberto Galullo