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 2007  agosto 07 Martedì calendario

GIULIA ZONCA

INVIATA A PARIGI
I due clan e la pupa, quella che sembrava una storia d’amore è diventato un giro internazionale, un entourage contro l’altro a contendersi la ragazza pesce. Laure Manaudou lascia l’Italia e LaPresse dopo neanche tre mesi. Il cambio di vita finisce dentro le lettere degli avvocati e, in mezzo a quella che sarà una guerra legale, resta la più forte nuotatrice al mondo, sola a un anno dalle Olimpiadi.
Il padre e l’avvocato-manager, Didier Poulmaire stanno lavorando per lei, ma la francese è partita per le vacanze senza allenatore, casa, piscina, senza idea di che fare della sua vita e non è neanche detto che scelga di continuare a nuotare. Al momento ha scelto di continuare a scappare, i saluti non le vengono bene. Ha mollato Philippe Lucas, l’uomo che l’ha scoperta e adottata, in maggio, senza una parola, sfruttando un meeting italiano per trasferirsi a Torino. Accampata nella villa in collina di Durante, presidente della nuova società. Sembrava avesse risolto ogni problema, pioggia di foto con baci a Marin e ripresa lenta. Ma all’Open di Parigi, la campionessa ha rifatto la stesso gioco. Ha aspettato di arrivare in Francia e tra una gara e l’altra è tornata dal suo protettore, l’avvocato. Movimenti neanche troppo sotterranei: ha smesso di parlare con Penso, il suo tecnico, si è isolata e ha evitato i compagni di squadra e le telecamere venute in massa. Coccolata dal padre, massiccio quanto lei, e sorvegliata dalle camicie azzurro tranquillità di Poulmaire, legale e guardia del corpo, sempre stirato di fresco anche quando il pubblico del club Racing si squagliava sotto i 35 gradi. Domenica la rottura: Penso solo in tribuna, Laure con i genitori, come se questi tre mesi non fossero esistiti.
La Presse l’ha «licenziata» anche se in realtà lo stesso club ha sempre precisato di non avere contratti con lei. Manaudou è rimasta un atleta del Canet e Poulmaire lavora da maggio per riportarla a casa, lei e i suoi interessi. «Abbiamo accelerato nel weekend quello che già stavamo facendo: cerchiamo condizioni di vita e di allenamento all’altezza del talento e delle ambizioni di Laure». La soluzione torinese non era esattamente quella che loro si aspettavano al momento della fuga di andata, Canet-Torino. Allora erano tutti convinti che Manaudou si sarebbe installata a Verona, nel centro federale e con il tecnico della nazionale italiana e anche Marco Durante non ha nascosto di aver pensato a Castagnetti come prima opzione. Quando è diventato evidente che l’abbinamento era impossibile ormai il colpo di testa era andato oltre. Hanno tutti insieme provato a ricominciare e la Federazione francese ha benedetto le novità.
Non avevano un buon rapporto con Lucas e neanche accesso alla loro diva. LaPresse ha organizzato cene e campagne distensive, solo ai campionati di Francia si è inceppato il protocollo, quando Laure si è rifiutata di ricevere la telefonata dell’attuale ministro dello sport, Roselyne Bachelot. La nuotatrice aveva mal di testa. Un incidente di percorso liquidato con una sgridata anche se mentre Durante celebrava le medaglie dei campionati di Saint Raphael con la propaganda per una federnuoto più frizzante, il clan Manaudou pianificava la controffensiva decisi a pianificare il viaggio di ritorno.
Ieri sono stati pesanti, l’avvocato Poulmaire ha usato parole come «manipolata» e «sfruttata» e anticipato cause per firme strappate senza consapevolezza. Il capo dell’azienda Manaudou è il papà, Jean-Luc che dal 6 giugno è diventato titolare della Swimming Dream, l’agenzia che gestisce tutti i diritti di Laure. Secondo Poulmaire LaPresse avrebbe sottoposto alla ragazza un contratto alla fine di luglio, quando ormai l’agenzia non era più intestata a lei. A Torino negano, scandalizzati: «Non sappiamo di cosa parli. Manaudou non ha mai firmato nulla. Non le è stato nemmeno sottoposto alcun contratto» e Durante ripete di aver escluso la francese dalla società «per il suo comportamento, l’unica remota possibilità è che chieda scusa a Penso e alla nazionale francese». Penso, provato, nel pomeriggio ha staccato il telofono e lo ha abbandonato a una segreteria : «I don’t want to talk about Manaudou», non voglio parlare di lei.
Lei è al mare con il suo amore Marin, in fuga come sempre.

INTERVISTA CON L’ALLENATORE PAOLO PENSO
Quando è maturato il divorzio?
«Prima degli Open di Parigi ho visto atteggiamenti che non mi convincevano. Abbiamo parlato, ma ci siamo confrontati infinite volte da quando è arrivata a Torino. Le regole sono sempre state le stesse, non sono cambiate. A un anno dalle Olimpiadi non è più il momento di guardarsi negli occhi. Cercava un allenatore comodo? Allora ha sbagliato indirizzo».
Solo tre mesi fa era l’idillio, come è potuto cambiare tutto così in fretta?
«Sapevamo che carattere ha Laure, è lei che ha cercato La Presse, non viceversa e io avevo molti dubbi. Il mio presidente, Marco Durante, ha giustamente ironizzato sul mio ingaggio: ha dovuto offrirmi uno stipendio da allenatore di calcio per farmi accettare l’incarico. Avevo paura proprio di cose così. In Francia poteva anche fare gare non eccelse, ma non ci si comporta da maleducati. Ha snobbato la nazionale francese. Ha rifiutato di partecipare alla staffetta, si è seduta in tribuna con i genitori. Inaccettabile».
Glielo ha detto?
«Sa benissimo cosa ci si aspetta da lei. Arrivati a Parigi le ho spiegato che capivo quanto avesse bisogno di vacanze, non sono i tempi ad avermi deluso, ero d’accordo per un carico più leggero in questi ultimi giorni, ma è il modo di fare che non funzionava più. Le ho detto a brutto muso cosa pensavo, non mi sono certo sfogato via stampa. Lei ha risposto ”sì” e venerdì sembrava avesse capito, poi è arrivato il suo gruppo e lei si è persa».
Il suo gruppo?
«Il padre e il manager, l’avvocato, anche se non credo che di fatto lo sia. L’ha tenuta ore a parlare di contratti prima delle gare. Assurdo. Poi Laure ha seguito i suoi genitori senza considerare nessuno. A un anno dalle Olimpiadi non si può essere così superficiali. Deve capire che vuole fare, le altre non stanno ad aspettarla. Ziegler, Pellegrini, atlete quadrate che sanno benissimo che approccio usare».
Manaudou però non le ha considerate, ha detto che non era interessata ai loro tempi.
«Un segno di debolezza e pure una frottola. Quando Pellegrini è entrata in vasca per i 200, lei è arrivata in tribuna a guardarla».
Come ha vissuto la freddezza che le ha dimostrato? A Parigi quasi non vi parlavate più.
«Il presidente della federazione francese mi ha detto che negli ultimi due mesi era così anche con il tecnico del Canet, Philippe Lucas solo che lui la trattava male. Io non ne ho motivo, non sono un suo amico, non è il rapporto con la persona che mi interessa. Come persona la rispetto però ero il suo allenatore, qui si parla di lavoro se poi ha bisogno di psicologo, amico, fidanzato... un pacchetto che non possiamo offrire».
Margini per ricucire?
«Nulli, non posso trovarmi il 27 di agosto ancora a pianificare una stagione così importante. Se è venuta qui per scappare da Canet e fare quello che vuole, inutile ripensarci. Fino ai campionati francesi seguivamo un piano di lavoro. Per avere una possibilità dovrebbe essere sicura di voler tornare a quel regime. Dubito».
Cosa vi ha detto la federazione francese?
«Con noi c’erano ottimi rapporti, l’avevano trovata migliorata appena arrivata qui, certo non si stupiscono delle sue bizze, la conoscono».
Può darsi che fosse scocciata del programma a base di dorso per gli Open?
«Lo ha deciso soprattutto lei. Non voleva pressione in casa sulle sue gare. Abbiamo evitato per questo di fare 400 e 200 e non stavo certo a tormentarla con il cronometro. Ha anche fatto buoni tempi sui 50 e sui 100. la testa che manca».
Il suo avvocato ha spiegato che stanno cercando condizioni migliori, ma che allenatore vuole Manaudou?
«Uno che la assecondi. Anche i nostri campioni vedo che hanno tecnici zerbinati, però con lei non funziona, se non la segue qualcuno che la obbliga a lavorare è finita». /

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