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 2007  agosto 07 Martedì calendario

GIGI PADOVANI

PANCALIERI (Torino)
Il trattore si avvicina in retromarcia nel capannone della «Cooperativa erbe aromatiche», dove il presidente Andrea Chiattone e l’agricoltore Piero Ferrero aspettano il carico: un rimorchio con 50 quintali di menta piperita, che i tre giganteschi alambicchi devono trasformare in olio essenziale. E’ il tramonto, e se ne otterranno non più di 10 litri, lavorando tutta la notte. Valore finale del prodotto, 500 euro, da destinare sia alla farmacopea - spray anti-zanzare, maschere di bellezza, unguenti vari - sia all’uso alimentare: sciroppi, liquori, caramelle, dolcificanti. L’estate di Pancalieri, piccolo centro di 1900 abitanti della pianura torinese proteso verso la Provincia Granda, da più di un secolo è segnata da questo aroma intenso. E’ un profumo che si ama o si odia, senza mezzi termini.
Pensi al caldo e t’immagini uno sciroppo ghiacciato, un cocktail mojito freschissimo (piaceva a Hemingway, dicono e vien da chiedersi: cosa non gli piaceva?), un piatto della cucina «fusion» marrochina-libanese-indiana. In realtà oggi si può trovare la menta dovunque: in un «tabulè», in un’insalata di erbette, in un involtino vietnamita e persino, a sorpresa, in una zuppa di zucchine con le cozze, preparata da un grande cuoco delle Langhe come Massimo Camia, in quel di Barolo. «Amiamo la menta per il suo profumo», scriveva in uno dei suoi memorabili racconti lo scrittore marsigliese noir Jean Claude Izzo, pubblicati postumi in un incantevole libretto dal titolo Aglio, menta e basilico. Ma Izzo ci apre anche un orizzonte che a Pancalieri è sconosciuto: «E basta lasciar cadere qualche foglia in una teiera per essere quasi trasportati nel palazzo di Sherazade. La menta agisce così. Come un filtro d’amore».
Lo si può capire al tramonto, nella mitica piazza Jemaa el-Fna di Marrakech, quando saltimbanchi e mercanti incominciano ad animarla e nei caffè sulla terrazza del primo piano si sorseggia tè alla menta tiepido e zuccheroso, in bicchieri istoriati. Ma la «menta dolce» o «menta marocchina» ora si trova anche in Italia: a 50 centesimi il mazzetto, è la regina del mercato di Porta Palazzo, a Torino, dove c’è una delle più numerose comunità maghrebine d’Italia (almeno 20 mila persone). D’inverno arriva a Caselle con un volo del giovedì sera da Casablanca (giro d’affari, 500 mila euro l’anno), mentre dall’estate 2007 sono comparsi come per miracolo campi di menta marocchina - gestiti da immigrati - anche in Europa. Dove? Forse nel Sud della Francia, forse a Vinovo, forse a Carignano. Difficile ritrovarne tracce precise. Nella macelleria-supermarket «Da Suoussi» di Torino, ne gestiscono il commercio i fratelli Nifriken e Oussine Brahim. Dice Oussine, che pure la coltiva: «Non è proprio come la nostra, ma d’estate può crescere anche qui. Abbiamo provato la menta di Pancalieri, ma non ci piace, sembra dentrificio...»
Sorride, Oussine, mentre Nifriken sta alla cassa. E aggiunge: «Siamo stati a Pancalieri per cercare di coltivarvi la nostra qualità, ma non ci siamo messi d’accordo». Dalle rive del Po confermano. Ammette il presidente Chiattone: «Sì, sono venuti qui. Noi la raccogliamo soltanto per farne olio essenziale, loro la vogliono usare fresca per il tè... sono diverse». Le due mente, la piperita e la marocchina, non si parlano. L’integrazione è difficile anche per le erbe.
A Pancalieri sono i talebani della piperita: niente coloranti. Così lo sciroppo che si vende nella più piccola e più fornita boutique italiana dedicata alla menta è rigorosamente incolore. Neppure un’ombra di verde. Il verde è soltanto sulle magliette del negozio «Essenzialmenta», che nel centro del paese è gestito dalla bionda figlia di Chiattone, Mirella. Lei celia: «Sono nata sotto un cespo di menta, non sotto un cavolo». Poi aggiunge: «Quella fresca? Va bene nel mojito, qualche discoteca o ristorante viene a prendere le piantine e se la coltiva...». Con l’agricoltore Piero Ferrero si ragiona di soldi. Scopriamo che un ettaro di menta, da raccogliere tra luglio e fine agosto, può dare fino a 60 kg di olio essenziale, con un solo taglio l’anno. Il che significa un reddito di 3 mila euro l’ettaro: il doppio del mais. Conviene ancor di più l’assenzio, che serve per fare il vermouth classico: 8 mila euro l’ettaro. Ma dà più lavoro della menta. Il risultato di questa specializzazione, favorita dai terreni alluvionali, è che da queste parti oggi almeno 50 famiglie vivono sulle erbe officinali. E un tempo erano molte di più.
Se però Pancalieri è il paese della piperita, a Pancalieri non si beve menta e non la si mette nei cibi. La si vende soltanto. Perché? Spiegano Mirella e il padre Andrea (che ora stanno lavorando a un Museo della Menta da aprire a fine anno in uno stabile del Comune) che un tempo si usava l’olio di menta per disinfettare la casa di un defunto. C’era soltanto quello. Per il marsigliese Izzo, è profumo d’Oriente. Per i più anziani contadini torinesi, rimane madeleine funesta. /
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