Alessandro Barbera, La Stampa 7/8/2007, 7 agosto 2007
Il ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani aveva quei numeri già sul tavolo. Ma perché la pressione sui petrolieri fosse più efficace era bene che fossero noti a tutti
Il ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani aveva quei numeri già sul tavolo. Ma perché la pressione sui petrolieri fosse più efficace era bene che fossero noti a tutti. Le ragioni del differenziale di prezzo fra l’Italia e gli altri Paesi europei è sempre la stessa: una rete di distribuzione troppo frammentata, una imposizione fiscale che cresce dai tempi della guerra d’Abissinia. L’accisa - ovvero le tasse dello Stato sui carburanti pesano sul prezzo finale della benzina come in pochi altri Paesi. Ma a quelle entrate nessun governo ha mai pensato di rinunciare. Ora Bersani, come accadde nel 1999, è pronto a riprovarci: se sarà necessario, ha in tasca un piano da approvare già a fine mese e che potrebbe far scendere il costo della benzina e del gasolio. Venerdì il consigliere per le questioni petrolifere Umberto Carpi incontrerà anzitutto l’Unione petrolifera e le compagnie. A loro chiederà come mai tutte le estati, con puntualità, di solito verso la fine di luglio, i prezzi schizzano al rialzo. I tecnici del ministero spiegheranno che considerano gli aumenti di queste settimane ingiustificati. Perché se è vero che dall’inizio dell’anno il prezzo del petrolio è cresciuto, la tendenza degli ultimi giorni è nuovamente al ribasso. Ieri a New York il barile è sceso di ben 2,58 dollari a 72,90 dollari. Il Brent a Londra è sceso addirittura di più di tre dollari, a 71,43. Insomma, il prezzo che i petrolieri impongono alla pompa assomiglia sempre più ai tassi di interesse che i banchieri applicano ai correntisti. Salgono in frettissima quando il petrolio sale, per la discesa si attende invece l’ultimo momento utile. Le lamentele dei consumatori, del governo, o dell’autorità Antitrust. Ecco perché, se a fine mese la [FIRMA]moral suasion del governo non avrà dato i suoi frutti e i prezzi non saranno scesi, Bersani ha già pronte le contromisure, che ricalcano quelle che varò l’allora governo D’Alema nel 1999, e che nei fatti «sterilizzano» il l’accisa, ovvero abbassano l’imposizione fiscale in modo proporzionale rispetto all’aumento del gettito Iva causato dalla crescita dei prezzi. Una di queste è già in vigore, ed è prevista dalla Finanziaria di quest’anno: se il prezzo del petrolio sale sopra i 71 dollari al barile, il governo è tenuto a costituire un fondo «sociale» per abbattere i costi ai più bisognosi. Ma ci sono pronte anche le misure per far calare il prezzo della benzina alla pompa. Le ipotesi allo studio sono due, ed entrambe potrebbero essere approvate per decreto. O la «riesumazione» della legge del 1999 - disapplicata ma ancora in vigore - che sterilizzava l’accisa oppure lo stralcio della norma prevista dall’ultimo pacchetto Bersani in discussione in Parlamento. La prima soluzione è semplice ma non efficacissima: stabilisce un tetto per gli aumenti del gettito Iva e - nel caso in cui si superi il tetto nell’arco di sei mesi - si diminuisce proporzionalmente l’imposta per i sei mesi successivi. L’altro meccanismo è più complesso ma - a detta degli esperti - potrebbe abbassare in modo più visibile il prezzo al litro: stabilito il prezzo limite al barile (sempre 71 dollari) si prende a riferimento l’intero gettito Iva per l’anno precedente. Bersani è pronto a discutere entrambe le soluzioni. In ogni caso, si tratta di soluzioni che ritoccherebbero al ribasso aumenti d’imposta che in alcuni casi risalgono al Fascismo. Molti non lo sanno, ma la guerra d’Africa costò un aumento mai rimosso dell’accisa di 1,9 lire. E poi - fra le altre - l’alluvione di Firenze, il terremoto in Belice, la missione di pace in Libano del 1983. Quella ci costa ancora 205 lire al litro.