Lucio Villari, la Repubblica 7/8/2007, 7 agosto 2007
Il nome è famoso perché è stato un protagonista della storia economica e culturale dell´Italia nella prima metà del Novecento
Il nome è famoso perché è stato un protagonista della storia economica e culturale dell´Italia nella prima metà del Novecento. Il piemontese Riccardo Gualino (1879-1964), fu un abile uomo d´affari e di alta finanza e imprenditore industriale a livello internazionale (disboscò, per farne legname pregiato, intatte foreste dei Carpazi e della Transilvania e, tra altre cose ancora, trasformò nel l920 la Snia, una società italo-americana che si occupava di navi e di commercio - la chiamò «la mia maggiore impresa» - in una moderna industria per la produzione della seta artificiale, la Viscosa), ma fu nello stesso tempo un fine uomo di cultura. Fattosi anche impresario teatrale, restaurò nel 1925 il Teatro Scribe di Torino. Con la guida esperta di Guido M. Gatti e il fiuto di Lionello Venturi, vi ospitò fino al l930 il meglio della tradizione musicale - tra i direttori ebbe Richard Strauss, Vittorio Gui, Tullio Serafin - e teatrale europea e delle avanguardie artistiche contemporanee. Aveva organizzato intanto, nel teatrino della sua villa «novecento» (con quadri di Botticelli, Veronese, Manet, i Macchiaioli, e altri) balletti - la moglie era ballerina e pittrice dilettante - messe in scena e concerti prestigiosi. Dopo le disavventure di cui diremo divenne anche produttore cinematografico fondando nel 1934 a Parigi la Lux Film (la porterà in Italia nel 1946) ma aveva ancora la proprietà dal 1924 dell´industria del cioccolato Unica e dal 192l della chimica Rumianca. Tutti marchi di successo. Chi vede il famoso ritratto su tavola del l922 di Felice Casorati - che fu il collaboratore artistico più prezioso - può intuire nel suo volto magro e inquieto, nelle mani nervose poggiate su una antica «cinquecentina», la vitalità di una intelligenza e di una creatività non comune nel mondo imprenditoriale di quel tempo. Ma questo è il Gualino confrontato con se stesso. Confrontato da imprenditore con gli altri grandi imprenditori, a cominciare dal più vecchio e furbo Giovanni Agnelli, il discorso cambia soltanto in parte perché Gualino non fu meno avventuroso e meno implicato degli altri con il fascismo e con disinvolti affari finanziari. Ma l´aura culturale che avvolgeva Gualino (parliamo sempre della Torino con le ultime luci di Gobetti e di Gramsci) non era fascista e manteneva ancora un certo stile liberal-conservatore. E questo a Mussolini non garbò mai e alla prima occasione colpì Gualino (ma non a bastonate come aveva fatto con Gobetti) facendolo arrestare nel gennaio 1931 e mandandolo al confino prima a Lipari e nel 1932 a Cava dei Tirreni. Un forzato riposo, una «villeggiatura» che permise a Gualino di scrivere in tre mesi le memorie Frammenti di vita che, con l´approvazione del duce, Mondadori pubblicò subito (siamo nell´ottobre del ”31 e vi furono anche proteste di fascisti «puri») e che ora l´editore Aragno ripubblica (introduzione di Angelo D´Orsi, pagg. 210, euro 20). Opportunamente, perché tranne una edizione del 1966 riservata agli azionisti della Rumianca, questa interessante autobiografia non aveva più visto la luce. E si sa quanto i capitalisti italiani sono stati e sono restii a parlare di sé. (Sempre da Aragno esce anche Sogni e soldi di Pier Francesco Gasparetto: una vita di Gualino, pagg.287, euro 17) Il processo che condannò Gualino durò dieci minuti e il motivo ufficiale dell´arresto fu la sua partecipazione alle gigantesche speculazioni della banca privata francese di Albert Oustric crollata nel 1930. Oustric era solo il prestanome di Gualino e a questi risale la responsabilità, come dirà nei Frammenti di vita, della costituzione di «un organismo finanziario parigino che controllasse e armonicamente coordinasse le energie di svariate e possenti industrie». In queste parole un po´ vaghe è detto tutto. Stranamente nella introduzione D´Orsi non fa alcun cenno alla Banca Oustric e parla di «effetti della crisi di Wall Street» che «provocarono la rovina di Gualino». Non è stato veramente così. Il primo ottobre l930, parlando al Consiglio nazionale delle Corporazioni della crisi economica mondiale, Mussolini aveva alluso proprio a lui, senza nominarlo, a proposito di «uomini più che intraprendenti, temerari; acrobati dell´industria e delle finanza, supremamente e disinvoltamente enciclopedici nelle iniziative; la loro gamma va dal cemento alla cioccolata, dal più pesante come il piombo, al più leggero come la seta artificiale. Veri Cagliostro del mondo economico, essi complicano tutto ciò con le innumerevoli società a catena (...), truffatori della buona fede del pubblico per i quali la galera è poca cosa; passibili e meritevoli della pena di morte!». Era il ritratto di Gualino. La diffidenza di Mussolini per l´industriale torinese risaliva comunque a qualche anno prima, quando Gualino, per difendere la vasta rete di interessi che lo legavano al capitale finanziario italiano e straniero (la sola Snia-Viscosa impiegava quindicimila operai) si era opposto con una lettera personale al capo del governo alla rivalutazione della lira decisa da Mussolini nell´agosto 1926 con il discorso di Pesaro sulla «quota Novanta» (cioè 92 lire per una sterlina invece di 120). Se l´opinione di Gualino fosse stata condivisa da altri esponenti del grande capitale, probabilmente egli sarebbe rimasto indenne. Ma Mussolini ebbe l´appoggio incondizionato della Confindustria e del mondo degli affari alla rivalutazione della lira e alla politica deflazionistica, anche se essa comportava una diminuzione delle nostre esportazioni (l´inflazione, cioè la moneta svalutata, infatti le agevola) e quindi fu facile al governo prendere una iniziativa che, vorrei sottolinearlo, è rimasta unica, nonostante private arrabbiature di Mussolini, nella storia dei rapporti tra regime e capitalisti. Se non ci fosse stato lo scandalo Oustric, che ebbe grande rilievo sulla stampa internazionale, il regime non si sarebbe mai permesso di indagare a fondo sull´impresa madre di tutti gli interessi di Gualino la Snia-Viscosa che aveva un capitale di 240 milioni di lire (di allora) di fondi liquidi e un capitale sociale di oltre un miliardo. Gualino aveva però fiutato la burrasca imminente e proprio nel l930 si era dimesso dalla carica di presidente della Snia «nell´intento - scriverà nei Frammenti - di evitare la eventuale confusione di interessi». Oggi la parola confusione andrebbe sostituita con «conflitto». L´indagine amministrativa che si dovette tuttavia esperire rivelò il ruolo preponderante giocato da Gualino nelle speculazioni internazionali della Oustric. Nelle memorie del confino egli è costretto a riconoscere il gioco molto redditizio ma a rischio delle sue scatole cinesi: «D´un tratto avvenne la catastrofe della Banca Oustric, che qualche settimana prima non avrei neanche supposta. Essa gettò lo sconquasso nella mia azienda e nel complesso delle interessenze da me possedute. Incassi considerati sicuri scomparvero; rischi cui neanche pensavo mi rimasero accollati; titoli primari, dati a riporto in Francia, caddero a prezzi irrisori e furono realizzati coattivamente. Una ventata brusca abbatté ogni cosa, divorando in breve ora ingentissime somme, e mi gettò nel caos». Le giustificazioni di sempre degli uomini d´affari, abili e intelligenti quando gli affari, chissà come, li fanno; assolutamente ingenui e sorpresi («catastrofe neanche supposta»; «rischi cui neanche pensavo») quando vanno male. Comunque il confino alle Eolie ebbe breve durata e il bonario dittatore, dopo una accorata lettera della moglie di Gualino, lo trasferì a Cava dei Tirreni. Località forse più comoda, ma non così suggestiva, ed evocativa come Lipari. A Lipari abitava una casa panoramica, esposta ai venti, ma questo accendeva la sua fantasia poetica (a venticinque anni aveva pubblicato una raccolta di versi dal bel titolo Domus animae): «Confesso che amo le sfuriate dei venti, i loro capricci, gli ingannevoli silenzi, le inaspettate riprese. Ho un bel terrazzo, molto aperto, che fronteggia una lunga fila di case arabeggianti, costellata di biancheria multicolore. Una danza di folletti agita perennemente le braccia delle camicie, le gonfie sottane, i piccoli camicini dei bimbi, sfarfalleggianti nella atmosfera sotto il sole che appare e dispare». Una «vacanza» dunque per nulla angosciosa. Tutto fa credere che Frammenti di vita sia stato scritto soprattutto perché fosse letto da Mussolini. Nel libro c´è una ricerca letteraria, che piacque anche ad autorevoli critici, e c´è uno stile: onirico, ambiguo, con immagini prese a prestito dalla poesia ermetica («le lunghe ondate cariche di cobalto e di rancore»). Ma c´è reticenza sulle vicende finanziarie e industriali. Sembra che egli volesse mettere più in luce, e non si può dargli torto, la sua entusiasta attività di mecenate e di organizzatore artistico e culturale. E da questo punto di vista il libro si legge con interesse. Ma è innegabile che Gualino avesse anche un grande intuito nell´immaginare operazioni e progetti economici. Dal confronto con l´altro torinese Giovanni Agnelli, Gualino esce con una personalità più ricca e plurale. Il contatto tra la Snia e la Fiat era d´altro canto inevitabile. Data la diversità dei compiti, le due aziende potevano avere interessi comuni soltanto nelle operazioni o speculazioni finanziarie. E infatti, per coordinarle meglio, Gualino divenne vice presidente della Fiat e Agnelli vice presidente della Snia-Viscosa (questa produceva sessantamila chilogrammi di fibre artificiali al giorno). Avevano in comune una attenzione per il modello capitalistico americano (taylorista e fordista) e una ammirazione per gli Stati Uniti che resistette anche di fronte allo sfacelo del ”29. Per quanto riguarda Gualino, lo testimonia, per via letteraria, anche il «racconto fiabesco» Tim e Tom in America, scritto pare anch´esso a Lipari e ora edito sempre da Aragno con una introduzione di Andrea Casoli e due lettere inedite di Emilio Cecchi. Comunque, la concentrazione finanziaria Gualino-Agnelli era ben vista dal regime. L´entourage e gli uffici stampa dei due cominciarono a chiamare Gualino «l´Avvocato», senza che lo fosse, dando così l´avvio a quel vezzo che porterà gli italiani, per molti decenni, a chiamare «Avvocato» il nipote del vecchio Agnelli; un uso provinciale di un titolo che forse alludeva appunto a particolari abilità nel condurre le cose. A parte questo, resta del sodalizio Gualino-Agnelli un importante progetto di infrastrutture che va ricordato e che era stato da loro elaborato nel 1923. Si trattava di ristrutturare i collegamenti viari nel triangolo industriale. Era il progetto «T. M. G.» (Torino-Milano-Genova) che prevedeva la costruzione di una autostrada tra le tre città con una ferrovia in mezzo che, separando i due sensi di marcia, consentiva ai treni una velocità di oltre l80 chilometri l´ora. Se l´impresa fosse stata condotta a termine (dovevano costruirsi anche treni aerodinamici dipinti con vernici speciali) il tempo di percorso tra le tre città sarebbe stato ridotto a meno di un´ora con vantaggi evidenti per le due case torinesi. Mussolini, da pochi mesi al potere, aveva accettato la moderna iniziativa, ma lo Stato Maggiore dell´Esercito la bocciò per strane ragioni di sicurezza. Resta la testimonianza della visione «americana» dei due imprenditori (Gualino dirà che collegamenti del genere erano stati realizzati a Los Angeles), dell´egemonia effettiva che Fiat e Snia esercitarono nel fronte degli industriali italiani e anche del loro potere di contrattazione politica col regime fascista. Nonostante il breve confino Gualino potrà così scrivere che «il posto elevato che la nostra nazione tiene nell´industria della seta artificiale, è in gran parte dovuto alla mia fede e al mio ardimento».