Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 7/8/2007, 7 agosto 2007
ROMA – Un anno fa, quando al telefono minacciavano il presidente della Lazio Claudio Lotito, non andavano troppo per il sottile: «Belle gambe tua moglie, peccato che gliele spezziamo »
ROMA – Un anno fa, quando al telefono minacciavano il presidente della Lazio Claudio Lotito, non andavano troppo per il sottile: «Belle gambe tua moglie, peccato che gliele spezziamo ». L’altra notte a finire «gambizzato» è stato lui, Fabrizio Toffolo, 42 anni, ultrà biancoceleste, uno dei capi degli Irriducibili. Da un mese è agli arresti domiciliari, in attesa del processo per l’estorsione al patron della squadra che comincerà il 25 ottobre. «Stavo andando a dormire – ha raccontato ai carabinieri – quando ho sentito il citofono. I controlli sono frequenti e non mi sono stupito, nonostante fosse passata la mezzanotte. Quando ho aperto la porta mi sono trovato davanti due uomini, uno aveva la pettorina della polizia. Mi hanno strattonato e poi mi hanno sparato tre colpi. Non hanno detto niente e subito dopo sono scappati ». La moglie Roberta era in casa, conferma i dettagli e aggiunge qualche particolare: «Abbiamo capito che qualcosa non andava perché c’è stata una scampanellata prolungata». Roma, Quartiere Appio. Accade tutto in pochi minuti, almeno a sentire il racconto di Toffolo. Una pallottola lo colpisce a un gluteo, le altre due alle gambe. Si accascia, poi viene portato all’ospedale San Giovanni. Non c’è bisogno di operare, le ferite vengono suturate. E quando termina l’intervento dei medici, comincia l’interrogatorio. Lui giura di non avere idea di chi possa averlo aggredito, né quale sia il motivo. Lo stesso dicono gli avvocati Francesco Gianzi e Marco Marronaro, che parlano di «avvertimento mafioso ». E il pensiero corre proprio al processo previsto per l’autunno. Imputato principale è Giorgio Chinaglia, quel Long John che della Lazio fu una bandiera, tanto da tentare anche una breve ma sfortunata carriera da presidente. Voleva riprovarci un anno fa. Comprare la squadra o forse, come sostengono i magistrati della Procura di Roma, speculare sul titolo quotato in Borsa facendo credere di avere finanziatori pronti a rilevare la società. Lui fingeva di fare affari, gli Irriducibili appoggiavano il progetto. Il loro odio nei confronti di Lotito non è mai stato un mistero. Da Sergio Cragnotti ricevevano biglietti, contributi, aiuti economici per le loro attività di sfruttamento del marchio della squadra. Una «collaborazione» che la nuova gestione ha bruscamente interrotto. E loro non gliel’hanno perdonata. «Dobbiamo portà Lotito ad annassene» dicevano al telefono. E Toffolo si attivava. «A pezzo de m... – lo inseguiva fuori dallo stadio – scenni se hai coraggio». E poi messaggi minatori registrati nella segreteria telefonica: «Stai attento alla tua bella mogliettina... Hai presente il Circeo?»; scritte sui muri di casa; campagne intimidatorie attraverso radio private che a Roma sono la voce dei tifosi. Durante le indagini venne fuori anche un possibile interesse della camorra. Furono i pubblici ministeri della Procura di Napoli a segnalare la possibilità che il finanziamento di 24 milioni di euro per acquistare la Lazio arrivasse da Giuseppe Diana «imprenditore casertano impegnato nel mercato del gas, organico al clan dei casalesi ». Toffolo già si immaginava un ruolo di prestigio e il 9 aprile del 2006, parlando al telefono con un amico, diceva: «C’ho la Lazio nelle mani mia... io e quell’altri... staltr’anno me vedrai in tribuna autorità... capito? In tribuna autorità me vedrai, tipo Bettega con il microfonino collegato in curva». Sei mesi dopo era in galera dove è rimasto fino al 7 luglio scorso. Un mese in casa poi, l’altra notte, l’aggressione. Se davvero è andata come Toffolo racconta, potrebbe trattarsi di un avvertimento della criminalità. Forse un monito in vista del processo. Un’ipotesi che lascia scettico l’avvocato Gianzi perché «non c’è alcuna prova dell’interesse della camorra e comunque è un’aspetto dell’indagine che non riguarda Toffolo, ma gli eventuali accordi stipulati da Chinaglia». Anche i carabinieri appaiono cauti rispetto a questa pista. L’interesse degli investigatori sembra rivolto ai legami stretti in carcere dal capo ultrà. Per questo stanno verificando con chi sia stato in cella in questi mesi, che tipo di rapporti abbia avuto. Ma anche quello che ha fatto dopo essere uscito. Il tribunale del Riesame non ha stabilito particolari divieti, è possibile che – nonostante fosse costretto a stare in casa – abbia comunque avuto la possibilità di agganciare vecchie conoscenze e forse di progettare altri affari. Qualcuno potrebbe aver organizzato allora la spedizione punitiva per rispondere a uno sgarro. Quando aveva poco più di vent’anni Toffolo fu condannato per un tentativo di rapina. Poi si è dedicato completamente al tifo ultrà, senza però mai tralasciare la fede politica di estrema destra. I suoi guai con la giustizia sono diventati una costante. Risse, devastazioni, scontri con i tifosi avversari. Poi la certezza che l’amicizia con Chinaglia gli avrebbe cambiato la vita. Non è andata così. E adesso gli investigatori sono convinti che almeno un’idea sui suoi aggressori Toffolo se la sia già fatta.