Vittorio Malagutti, L’Espresso 10/8/2007 (Dagospia 6/8/2007), 10 agosto 2007
Vittorio Malagutti per ”L’espresso” Fra i tanti primati del nuovo super gruppo bancario Unicredit Group ce n’è almeno uno di cui l’amministratore delegato Alessandro Profumo avrebbe fatto volentieri a meno
Vittorio Malagutti per ”L’espresso” Fra i tanti primati del nuovo super gruppo bancario Unicredit Group ce n’è almeno uno di cui l’amministratore delegato Alessandro Profumo avrebbe fatto volentieri a meno. un record che, comprensibilmente, non viene esibito con orgoglio. Quasi un argomento tabù, nelle presentazioni ufficiali dell’operazione varata lunedì 30 luglio, quando i soci dei due istituti promessi sposi, Unicredit e Capitalia, hanno approvato il progetto di fusione. (Alessandro Profumo - Foto U.Pizzi) Eppure, nei prossimi mesi la grana Parmalat potrebbe turbare la navigazione della corazzata che si prepara a salpare. Facile previsione, visto che - ed ecco il record - il neonato Unicredit Group, prima banca italiana, quarta in Europa, è di gran lunga la più esposta, tra i suoi concorrenti nazionali, alle ricadute giudiziarie del crack da 14 miliardi di euro che alla fine del 2003 ha travolto la multinazionale di Calisto Tanzi. Anche il gruppo Intesa Sanpaolo, l’altro campione tricolore del credito, è coinvolto nelle indagini a Parma e a Milano, ma i valori in gioco, in termini di possibili risarcimenti, appaiono per ora inferiori a quelli in carico alla banca di Profumo. Altri istituti come la Popolare Milano e la Popolare Italiana (ex Lodi) si sono invece chiamati fuori, sborsando decine di milioni di euro, grazie a una transazione con la nuova Parmalat guidata da Enrico Bondi. In termini concreti, il rischio per Unicredit Group, del tutto teorico al momento, si traduce in potenziali passività di bilancio per svariate centinaia di milioni di euro. Senza contare le condanne penali che potrebbero colpire manager ed ex amministratori. Nei giorni scorsi ha fatto scalpore il rinvio a giudizio, disposto dai giudici di Parma, del presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, accusato di concorso in bancarotta e usura per il dissesto dell’azienda di acque minerali Ciappazzi, un filone in apparenza, ma solo in apparenza, marginale della maxi inchiesta su Parmalat. Un provvedimento analogo ha colpito anche Matteo Arpe. Per l’ex amministratore delegato dell’istituto capitolino, che ha dato le dimissioni a fine maggio, l’accusa è più sfumata: bancarotta semplice. (Cesare Geronzi - Foto U.Pizzi) Il processo si aprirà nel marzo 2008, ma per quell’epoca, oltre ad Arpe, neppure Geronzi avrà nulla a che fare con Unicredit Group. Il banchiere romano, premiato con un bonus di 20 milioni di euro (lordi), si è già trasferito sulla poltrona di presidente di Mediobanca. Toccherà a Profumo, e ai soci del nuovo gruppo, far fronte alle eventuali conseguenze patrimoniali della storiaccia Parmalat. Infatti, i guai portati in dote da Capitalia andranno a sommarsi con quelli di Unicredito, già chiamato in causa nel crack. Qualche numero può aiutare a dare un quadro delle situazione. Cominciamo con le cause per risarcimento danni. Una volta preso il timone del gruppo di Collecchio, Bondi è partito lancia in resta con una serie di azioni di rivalsa contro le banche che negli anni precedenti avevano affiancato Tanzi in decine di operazioni finanziarie. A cominciare dall’organizzazione e il collocamento dei prestiti obbligazionari, i famigerati bond, piazzati a migliaia di investitori in giro per il mondo. Queste iniziative giudiziarie si fondano sul presupposto che le banche disponessero di tutti i mezzi per conoscere le reali condizioni della Parmalat. Un’accusa che viene rispedita al mittente dai diretti interessati. Fatto sta che Unicredito si è vista recapitare richieste di risarcimento per un totale di circa 6,2 miliardi di euro, da pagare in solido con altri due intermediari, Caboto del gruppo Intesa e la statunitense Jp Morgan. Importi tanto elevati si giustificano in parte con una tattica negoziale. Si pretende moltissimo nella speranza di chiudere un accordo stragiudiziale su valori meno eclatanti. Proprio questo, nei mesi scorsi, è stato l’epilogo di una serie di cause avviate subito dopo il dissesto. Per esempio, quella contro la banca Usa Merrill Lynch (29 milioni di euro per chiudere ogni pendenza) o quella nei confronti della società di revisione Deloitte (transazione per 145 milioni di dollari). (Calisto Tanzi) Grazie a questa strategia d’attacco, che è costata finora circa 80 milioni di spese legali, Bondi è già riuscito a portare nelle casse della nuova Parmalat almeno 800 milioni di euro. Sembrano invece ancora lontane da una possibile transazione le vertenze più importanti, quelle con Bank of America e Citigroup. Ovvero i due istituti americani che, secondo l’accusa, avrebbero giocato un ruolo determinante, guadagnandoci alla grande, nel prolungare l’agonia della multinazionale del latte. Fin qui le cause civili, ma la coppia Unicredit-Capitalia è costretta a difendersi anche sul fronte penale. La banca guidata da Profumo è coinvolta nelle indagini sia a Parma, per la bancarotta, sia a Milano, nel filone sul collocamento dei bond. In entrambi i casi, però, l’inchiesta si trova ancora in una fase preliminare e difficilmente potrà concludersi, con l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, prima di alcuni mesi. Per Capitalia, invece, le prossime scadenze appaiono ben più ravvicinate. Come detto, a marzo si aprirà il dibattimento a Parma per la vicenda Ciappazzi, l’azienda decotta che, secondo i pm, Geronzi avrebbe di fatto indotto Tanzi a comprare. L’operazione, in realtà, sarebbe servita a dare ossigeno finanziario al venditore, cioè l’uomo d’affari Giuseppe Ciarrapico, a sua volta pesantemente indebitato con la banca romana. Nei prossimi mesi, forse già entro la fine dell’anno, potrebbero terminare le indagini su un altro episodio che vede coinvolto Geronzi: la cessione a Parmalat, da parte della Cirio di Sergio Cragnotti, delle aziende raccolte sotto il marchio Eurolat. Anche in questo caso, secondo i magistrati della procura emiliana, l’affare venne di fatto concluso (nel 1999) con la regia e nell’interesse di Capitalia, che così sarebbe riuscita a spostare centinaia di milioni di euro da un debitore sull’orlo del dissesto (Cragnotti) a un altro (Tanzi), aggravando la già critica situazione di quest’ultimo. (Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi) I legali di Bondi hanno chiesto al giudice che la banca romana sia riconosciuta come responsabile civile e quindi obbligata al risarcimento dei danni in caso di condanna. Su questo punto la decisione è attesa nelle prossime settimane. Poi, se la fase preliminare si concluderà entro l’inizio del 2008 con un rinvio a giudizio per gli indagati, è probabile che anche questo filone processuale venga riunito a quello sulla bancarotta Parmalat, il principale, e a quello su Ciappazzi e le aziende del polo turistico Parmatour. In ogni caso, con o senza Eurolat, a marzo si aprirà il dibattimento sul crack del secolo. E Capitalia, nel frattempo assorbita da Unicredit Group, si troverà nella scomoda posizione di essere chiamata in causa come unica responsabile civile. I procedimenti avviati a Parma contro le altre banche, infatti, si trovano ancora alle prime battute. Pare difficile che si possa arrivare a un eventuale rinvio a giudizio prima di un anno, o anche di più. Per l’istituto a lungo gestito da Geronzi, invece, il rischio sembra più ravvicinato nel tempo. Infatti, è vero che la sentenza di primo grado potrebbe farsi attendere almeno un altro paio di anni. D’altra parte, in caso di condanna, questo primo verdetto sarebbe quasi certamente accompagnato da un’altra sanzione: il risarcimento dei danni per una somma molto elevata da destinare ai risparmiatori e alla Parmalat di Bondi. Difficile fare previsioni sull’entità di questo eventuale risarcimento. (Enrico Bondi - Foto La Presse) Nei giorni scorsi però, i tre imputati condannati con il rito abbreviato (il revisore Maurizio Bianchi, l’ex direttore finanziario Luciano Del Soldato e l’avvocato Gianpaolo Zini) si sono visti recapitare una richiesta di 40 milioni di euro. Logico pensare che una banca possa finire per pagare molto, ma molto di più. Insomma, sul futuro del neonato Unicredit Group resta sospesa un’incognita pesante. Che potrebbe presto avere una prima conseguenza concreta. Finora infatti Capitalia e anche Unicredito, respingendo in toto ogni accusa, non hanno fatto accantonamenti in bilancio per fronteggiare il rischio Parmalat. Adesso però, dopo il rinvio a giudizio su Ciappazzi, le possibilità di una condanna appaiono meno remote. Per questo, sostengono molti analisti, andrebbe fin da subito creato, e finanziato, un apposito fondo rischi. Dagospia 06 Agosto 2007