Giuseppe Berta, La Stampa 6/8/2007, 6 agosto 2007
Ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia»: è un motto che anche di recente è stato attribuito a Vittorio Valletta, colui che diresse la Fiat per vent’anni, dal 1946 al 1966, il periodo della grande espansione, scomparso quarant’anni fa, il 10 agosto 1967
Ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia»: è un motto che anche di recente è stato attribuito a Vittorio Valletta, colui che diresse la Fiat per vent’anni, dal 1946 al 1966, il periodo della grande espansione, scomparso quarant’anni fa, il 10 agosto 1967. Il detto è stato ricordato un mese fa durante il lancio della nuova 500, per sottolineare la distanza dall’approccio di Sergio Marchionne, secondo cui, oggi, «ciò che va bene per l’Italia va bene per la Fiat». In molti commenti se ne è tratto lo spunto per notare che i tempi sono cambiati rispetto a quando l’impresa celebrava orgogliosamente se stessa e il suo primato. In realtà, se anche Valletta o il fondatore della Fiat Giovanni Agnelli hanno mai veramente affermato qualcosa di simile, l’hanno fatto sulla scia di chi aveva coniato quella formula, Henry Ford. Era stato Ford a pensare che, nell’epoca del dominio della produzione di massa sull’economia, il benessere della grande impresa aprisse la strada alla crescita di tutta la nazione. Non era soltanto una celebrazione dei meriti e della virtù dell’industrialismo. Come ha scritto il più famoso teorico del managerialismo, Peter Drucker, quella dell’auto era «l’industria delle industrie». Nel senso che il suo sviluppo trascinava dietro di sé altri settori, dall’acciaio al petrolio alle infrastrutture, e determinava una generale crescita dei redditi e dei consumi. Ecco perché esisteva una relazione fra il potenziamento delle grandi imprese dell’auto e il consolidamento delle basi economiche delle nazioni che le ospitavano. Valletta trascorse i suoi anni alla Fiat con questa convinzione. Pensava di stare lì non soltanto per garantire gli interessi della famiglia Agnelli, che gli aveva affidato la responsabilità della Fiat, ma per rendere l’Italia un paese più forte e più ricco. Valletta, del resto, era nato alla fine dell’Ottocento (nel 1883, come Mussolini) ed era stato allevato in un clima favorevole al nazionalismo, anche sul piano economico. Enrico Mattei, il costruttore dell’Eni, era un uomo molto diverso da lui, ma condivideva con Valletta l’idea che l’industria potesse trasformare a fondo un paese che aveva un passato di povertà come l’Italia e farlo divenire ricco, attraverso lo sviluppo della produzione. Disponeva di pochi, essenziali princìpi-guida per l’azione, Valletta, ma li utilizzava fino in fondo. La sua formazione era quella di un commercialista, che padroneggiava assai bene le materie aziendali, al punto da impressionare Agnelli, che lo portò a lavorare al suo fianco. Per il Senatore diventò presto un collaboratore insostituibile, al posto del direttore generale della Fiat, Guido Fornaca, scomparso prematuramente alla fine degli anni Venti. In seguito, dopo la morte di Edoardo Agnelli, il ruolo di Valletta crebbe finché diventò non soltanto il braccio destro del Senatore, ma di fatto la guida operativa della Fiat. Fu così soprattutto durante la seconda guerra mondiale, che la Fiat attraversò in modo molto diverso dalla prima. La produzione bellica, all’inizio del Novecento, era stata lo strumento per un ampliamento delle dimensioni di scala e del raggio di attività della Fiat. Il secondo conflitto, invece, ebbe ripercussioni pesanti sul sistema aziendale a partire dai bombardamenti del ’43: gli impianti persero efficienza, si gonfiarono di addetti, che nelle fabbriche cercavano un riparo, si divisero fra una doppia lealtà, quella verso il regime e poi verso l’occupante tedesco, e quella oscura di sostegno alla Resistenza e alle milizie partigiane. Valletta fu assai abile a condurre un gioco rischioso. Alla fine della guerra scampò facilmente all’epurazione e si trovò di fatto solo sul ponte di comando della Fiat. Nel ’46, quando fu reintegrato come amministratore delegato (per divenire poi subito dopo presidente, dal momento che nella famiglia Agnelli non c’era chi potesse assumere quella responsabilità), aveva già 63 anni, un’età a cui spesso ci si ritirava dalla vita attiva. Iniziava invece allora quella che il biografo di Valletta, Piero Bairati, ha chiamato la sua «grande stagione». Vent’anni di espansione quasi ininterrotta, con la Fiat che realizzava i suoi modelli più famosi, la 600 e la 500, che motorizzavano l’Italia e spingevano la casa automobilistica in vetta alle classifiche europee. Vent’anni di ampliamento quasi a dismisura della Fiat, con Mirafiori che passava dai 20 mila addetti del ’50 ai 50 mila e più del ’70. Vent’anni in cui l’azienda sembrò quasi fagocitare Torino, raddoppiando i numeri della città, investita da ondate successive di immigrati da Sud. In questo ventennio Valletta fu rispettato, ubbidito, temuto, odiato. Al vertice di una gerarchia solida e potentissima che controllava la Fiat, la sua parola era considerata definitiva su ogni questione aziendale. Verso il «Professore» (chiamato così per la sua antica docenza di contabilità) all’interno si professava un ossequio assoluto. Basta scorrere le foto dell’epoca per vedere come quell’uomo, che era sempre il più piccolo di tutti, spiccasse ogni volta al centro, col suo sorriso dentuto, dai riflessi ferrigni, e le sue giacche squadrate a doppiopetto. Ma i modi frugali e una totale dedizione al benessere aziendale non potevano risparmiargli l’avversione della sinistra di fabbrica, che Valletta combatté a oltranza, coi licenziamenti e i reparti-confino, con la discriminazione sistematica dei «distruttori» della Fiom contrapposti ai «costruttori», gli operai rappresentati dai sindacati moderati. Ecco perché Valletta è rimasto nella memoria collettiva con due identità distinte: da un lato, lo stratega dell’industrializzazione, che non si dimenticava di costruire la mutua aziendale, le case per i dipendenti, un’ineguagliata organizzazione di insegnamento professionale, un sistema embrionale di Welfare in un’Italia in cui il Welfare pubblico non c’era ancora; dall’altro, l’anticomunista implacabile, che esigeva una disciplina totale in fabbrica, dove ai lavoratori era richiesta soprattutto una virtù: l’obbedienza. Senza Valletta la Fiat non sarebbe sicuramente stata la stessa: lo sapeva perfettamente Gianni Agnelli, che faticò non poco a indurlo a passare la mano, quando era ormai senescente, nel 1966, e che tuttavia, fino alla morte, farà addobbare i meeting aziendali del Lingotto con due grandi ritratti: quelli del nonno, il fondatore, e Valletta. Era la prova del rispetto dell’Avvocato per l’uomo che aveva fatto grande la Fiat, assolvendo a quel compito non con lo stile del manager (Valletta non sapeva che cosa fossero le stock options), ma considerandosi semmai il primo impiegato della Fiat, un po’ come Francesco Giuseppe si considerò sempre il primo funzionario dell’impero asburgico. Stampa Articolo