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 2007  agosto 06 Lunedì calendario

Una mattina dell’agosto 1982, Giovanni Bazoli e Pier Domenico Gallo varcarono la soglia del Banco Ambrosiano, travolto dallo scandalo e dalla bancarotta, per assumerne le cariche di Presidente e Direttore Generale: senza saperlo, varcavano anche il confine tra il passato e il futuro delle banche italiane

Una mattina dell’agosto 1982, Giovanni Bazoli e Pier Domenico Gallo varcarono la soglia del Banco Ambrosiano, travolto dallo scandalo e dalla bancarotta, per assumerne le cariche di Presidente e Direttore Generale: senza saperlo, varcavano anche il confine tra il passato e il futuro delle banche italiane. Si può infatti far risalire a quella rifondazione, un quarto di secolo fa, di una banca fallita la seconda vita del sistema bancario italiano; e se oggi se ne rilevano giustamente le carenze e le pecche, occorre tener presente che, quanto meno, il sistema bancario italiano esiste, rappresenta il pilastro della, pur problematica, identità economica del Paese e occupa una posizione di rilievo nella struttura finanziaria europea. Il che non era affatto scontato. La grande ristrutturazione produttiva che viene oggi tentata per ridare spazio mondiale all’economia italiana ha avuto la sua premessa nella ristrutturazione bancaria; è paradossale che le imprese, e in particolare le imprese industriali, tradizionale espressione del dinamismo economico italiano, costituiscano una struttura produttiva rimasta largamente immobile, e addirittura impoverita nelle sue componenti, mentre le banche, tradizionalmente immobili - tanto da meritarsi, nel loro complesso, l’appellativo di «foresta pietrificata» - siano diventate il motore del cambiamento. E’ ancora più straordinario che il settore bancario sia riuscito ad affrancarsi dalla politica, della quale giustamente si condannano oggi gli eccessi e l’invadenza. Ci siamo dimenticati che, all’inizio degli anni ottanta, la Banca d’Italia era costretta a soddisfare qualsiasi richiesta di emissione di titoli del debito pubblico da parte del Tesoro; con il «divorzio», realizzato a opera di Nino Andreatta è il Tesoro che deve adeguarsi al mercato. I candidati alle cariche principali delle banche pubbliche dovevano essere, anche formalmente, designati da vari enti, nazionali e locali, con scelte pesantemente condizionate dalla politica; oggi, dopo che tra il 1993 e il 2003 le principali banche italiane sono state privatizzate, le nomine bancarie sono stabilite dalle assemblee degli azionisti con ingerenze politiche decisamente minori o addirittura nulle; i recenti tentativi di una forza politica di «prendersi una banca» si sono risolti in un insuccesso mentre un quarto di secolo fa si può dire che quasi ogni banca avesse uno o più referenti politici. Nell’agosto 1982 ben pochi avrebbero creduto che da un Banco Ambrosiano fallito con un buco di 1.200 miliardi di lire potesse derivare qualcosa di buono; che dalle sue ceneri, attraverso una lunga serie di fusioni, sarebbe nata una delle maggiori banche italiane attuali, Intesa Sanpaolo, che si sarebbe verificata un’espansione senza precedenti del volume e dell’entità dei servizi bancari: rispetto a un quarto di secolo fa, ci sono oggi in Italia circa 300 banche in meno e circa 20mila sportelli bancari in più. Tutto ciò deve essere sottolineato nel momento in cui si affacciano dubbi, purtroppo non infondati, sulla capacità del Paese di adeguarsi al cambiamento economico mondiale; deve però essere motivo di stimolo, semmai di soddisfazione, non certo di auto-congratulazione. La trasformazione bancaria finora realizzata è stata, infatti, condizione necessaria per la sopravvivenza economica italiana; non può essere condizione sufficiente. Il lavoro bancario normale si sta trasferendo rapidamente dagli sportelli ai computer delle imprese e persino ai computer di casa dei normali cittadini, titolari di un conto corrente, mentre i prelievi di contanti passano in maniera crescente attraverso il Bancomat. Lo stesso cliente che opera da casa invece di recarsi in banca ha bisogno di altri servizi, relativi soprattutto all’impiego dei suoi risparmi, alla gestione efficiente dei suoi conti, al modo migliore per ottenere credito. Tutto ciò richiede alle banche un diverso tipo di professionalità: il mutamento di fondo della forza lavoro bancaria è avvenuto finora lentamente e in maniera concertata con il sindacato senza creare gravi scompensi sociali. Sarà possibile che continui così anche in futuro, anche tenendo conto delle recenti grandi fusioni? Per quanto riguarda la concorrenza, siamo appena all’inizio e i recenti interventi del governatore della Banca d’Italia hanno posto l’accento su questa carenza. Le banche devono rendersi conto che, grazie all’elettronica, una parte importante dei servizi che oggi fanno pagare ai clienti (talora in maniera non troppo trasparente) come le operazioni in conto corrente, costeranno molto meno o addirittura saranno gratuiti nel giro di pochissimi anni; che il sistema deve fornire servizi nuovi che consentano ai normali cittadini di utilizzare meglio i loro risparmi presenti e futuri; che l’assistenza finanziaria alle imprese, specie se piccole, deve raggiungere livelli di qualità molto superiori agli attuali. Infine, politiche vigorose di concessione del credito rappresentano il punto cruciale perché un quarto di secolo di trasformazione bancaria produca veramente i suoi frutti. Oggi l’Italia dispone di qualche (poche) migliaia di imprese piccole e medie potenzialmente in grado di competere nell’economia europea e mondiale. Perché questa competizione virtuale si traduca in una competizione reale, in grado di modificare l’asse economico del paese, queste imprese devono essere aiutate e sollecitate a compiere le necessarie trasformazioni finanziarie e riuscire a ottenere sui mercati, con il consiglio e l’aiuto delle loro banche, risorse finanziarie appropriate in quantità e qualità. Se così non sarà, nel giro di un decennio saranno fuori dalla competizione mondiale e il paese avrà perduto altre importanti posizioni nell’economia globale. Solo le banche possono svolgere questa funzione. Ne hanno veramente la consapevolezza e la capacità? In una recentissima intervista al Corriere della Sera, Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, il maggior gruppo bancario italiano ha dichiarato «non siamo e non saremo mai lo snodo azionario di nessuna azienda in Italia. Noi facciamo solo i banchieri». Il che significa che le banche si propongono come mediatrici di credito tra risparmiatori e utilizzatori, un ruolo nettamente diverso dal loro tradizionale ruolo di mediatrici, oltre che di credito, anche di potere economico. Dobbiamo prenderne atto con soddisfazione e sperare che i banchieri facciano solo i banchieri; e svolgano bene quest’attività in modo che non ci siano più episodi come quello del Banco Ambrosiano. Stampa Articolo