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 2007  agosto 06 Lunedì calendario

Nella seconda Repubblica vige una regola non scritta: pene sempre più severe, punizioni sempre più indulgenti

Nella seconda Repubblica vige una regola non scritta: pene sempre più severe, punizioni sempre più indulgenti. Da parte sua il governo Prodi non si sottrae all’impero della regola. Il decreto sulla sicurezza stradale, entrato in vigore nel weekend, promette multe da 600 euro se parli al cellulare mentre guidi; da 1.500 euro se superi di 40 km/h i limiti di velocità; fino a 2.000 euro se hai bevuto un po’ di vino a tavola, bastano due bicchieri; 3 mesi di carcere o altrettanti di lavori forzati presso i reparti di traumatologia degli ospedali, se al vino hai aggiunto un digestivo. Eppure non risultano né arresti né deportazioni in massa. Sicché questo decreto ha celebrato un miracolo a due teste: o improvvisamente gli italiani sono diventati astemi, o i poliziotti sono diventati ciechi. D’altronde non è che l’ultimo episodio della serie. In primavera il decreto sulla violenza negli stadi ha proibito i cartelli ingiuriosi, castigandoli con un anno di galera; i tifosi della Sampdoria hanno subito reagito inalberando scritte con l’articolo 21 della Costituzione, che protegge la libertà d’espressione. La legge finanziaria ha inasprito le sanzioni fiscali, però intanto il sommerso vale un quarto della ricchezza nazionale. Quella comunitaria trasforma ogni sua infrazione in un reato, compreso il delitto compiuto da chi «modifica le specifiche delle tecniche di classificazione delle carcasse bovine» (articolo 14). Nel frattempo il governo annunzia un giro di vite sui reati a sfondo razziale; il pugno di ferro nelle scuole; la caserma obbligatoria, con la resurrezione della vecchia naja. E per sovrapprezzo tiene in piedi tutti i divieti introdotti dal governo precedente, dalla legge sulla fecondazione assistita a quella sulle droghe leggere. Quest’indirizzo normativo accampa di volta in volta le più nobili ragioni: il salutismo, l’onestà, la sicurezza, perfino la buona educazione, imposta ai più riottosi con tutti i crismi del diritto. Ma ha il torto di trasformare ogni ministro in un angelo vendicatore, in un fustigatore dei costumi. Ha il difetto di convertire qualsiasi peccato in un reato. E soprattutto ha il limite di provenire da una politica debole, che a sua volta non rappresenta certo un modello di virtù. Perciò non è credibile, e infatti nessuno ci crede mai davvero. Come potremmo, se i primi a violare il codice stradale (lo ha ricordato Piero Ostellino) sono i Comuni, che avrebbero l’obbligo di destinare il 50% delle multe incassate alla manutenzione delle strade? E perché dovremmo, quando il salasso indiscriminato è in se stesso ingiusto, sfilando la medesima somma dalle tasche del multato, senza curarsi se quelle tasche siano gonfie o vuote? Ma il vero scopo di quest’atteggiamento arcigno e un po’ bigotto non è punire i reprobi. No, il fine è piuttosto mascherare con un’efficienza di carta, confinata al microcosmo delle Gazzette ufficiali, l’inefficienza dei servizi, dei controlli, dei presidi pubblici. E allora giù reati su reati, come se i 35 mila già introdotti nel nostro ordinamento non fossero abbastanza. Tanto in Italia il rigore della legge è mitigato dal lassismo nella sua (dis)applicazione. Tanto se ti beccano con le mani nel sacco puoi sempre cavartela con una prescrizione, oppure con l’indulto. Sta di fatto che l’80% dei reati non viene perseguito; quando invece il delitto fa capolino in un’aula giudiziaria, per lo più si prescrive in forza dell’eccessiva durata dei processi (oltre un milione di casi fra il 2000 e il 2005). Sennonché questa miscela di leggi ferree e d’indulgenti applicazioni non è del tutto inoffensiva. Ci abitua infatti a non prendere sul serio il diritto, e perciò i nostri diritti. E in conclusione ci impartisce una lezione di cinismo, in luogo del civismo. micheleainis@tin.it Stampa Articolo